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IN LIBRERIA

IL GRANDE VECCHIO
di Gianni Barbacetto Rizzoli Bur


IL MISTERO SINDONA, prefazione
di Gianni Barbacetto
Alet edizioni


A TEATRO

IN GALERA!

Lo spettacolo sulle intercettazioni telefoniche che non leggeremo mai più.

Conduce Gianni Barbacetto.
Teatro Ambra Jovinelli, 23 giugno 2009, Roma


VIDEO 1
VIDEO 2
VIDEO 3
VIDEO 4


DIARIO MILANESE

I 6 divieti Moratti
Expo, però...
Sicurezza
Anni’70
Derivati in Comune
Madaffari
Quarto Oggiaro
Mafia a Milano
Le nuove povertà

IL RITORNO DEL CAIMANO
Come una democrazia si trasforma in regime. L'incredibile Italia 2008

PERCHE' B.
HA VINTO
Su Barabba, Ponzio Pilato, Umberto Eco e altro ancora


Sono in libreria


Gianni Barbacetto
Peter Gomez
Marco Travaglio
Mani Sporche

2001-2007. Così destra e sinistra si sono mangiate la seconda Repubblica

Chiarelettere
2007
 
 

Antonio Di Pietro con Gianni Barbacetto
Il guastafeste

La storia, le idee,
le battaglie di un ex magistrato entrato in politica senza chiedere permesso

Ponte alle grazie
2008

 
 
shim shim

Il golpe freddo
Silvio Berlusconi alla sua battaglia finale. 2010: Costituzione a rischio




È iniziata la battaglia finale. B si gioca tutto. Gianfranco lo contraddice, Veronica chiede il divorzio, i giudici lo processano per corruzione,
i mafiosi di Cosa nostra lo accusano di strage... Lui si appella al popolo.
Siamo alla scena finale del "Caimano"? >>>

Complotti

A tutti i garantisti a corrente alternata, di manica larga per i loro amici, innocenti anche se condannati, ma inflessibili con i loro avversari, colpevoli anche se assolti non dico dalle sentenze, ma dal buonsenso... A coloro che hanno sempre sostenuto che Bruno Contrada è un patriota, un ottimo servitore dello Stato, un imputato ingiustamente condannato da giudici senza cuore e senza coscienza, chiedo: che male c'è, allora, andare a una cena in cui, tra tanti carabinieri, c'è anche un poliziotto ottimo servitore dello Stato? E poi: da quando andare a cena con i carabinieri è disdicevole, mentre è meritorio andarci con i mafiosi (Dell'Utri e il suo padrone)? Infine: a chi giustamente critica il complottismo d'accatto di chi vede sempre un Grande vecchio semplice dietro ogni grande fenomeno complesso, dico: ma credete davvero che una cosa come Mani pulite possa essere ordita a tavolino da un agente segreto italiano, un qualche fiduciario della Cia e un molisano scarpe grosse, cervello fino, grammatica incerta e inglese zero?

Non contano niente, nel 1992, la caduta del muro, la crisi che porta l'Italia a un passo da una situazione argentina, la fine dei soldi, gli imprenditori stufi di essere munti, la caduta della reputazione dei partiti, la nascita della Lega (e poi della Rete, che per attimo divenne il quarto partito italiano), la corruzione diventata insopportabile (ricordate le barzellette sui socialisti?). Niente. Ha fatto tutto Antony Of Stone. E fanno parte del complotto, dopo un corso intensivo a Langley, anche Colombo, Davigo, Borrelli e i cento magistrati in tutta Italia che per un paio d'anni furono lasciati liberi d'indagare su una politica che improvvisamente collassò, come il regime sovietico (anche quel crollo opera di un complotto papista?). Ora dico: vabbè dividersi sulle scelte politiche, ma è proprio necessario anche mortificare i neuroni, zittire il buonsenso, spegnere il cervello? (3 febbraio 2010)

Rosarno: la 'Ndrangheta ordina,
il ministro Maroni esegue

La rivolta di Rosarno è una svolta nella storia d'Italia. Per alcuni giorni una città è stata di fatto sottratta alla legalità e lasciata in balìa di bande che si sono scontrate, hanno compiuto danneggiamenti e distruzioni, hanno praticato la caccia all'uomo. Alla fine, le forze dello Stato sono intervenute per compiere una deportazione di massa. I neri (anzi: negri, come li chiama oramai senza vergogna Vittorio Feltri sul giornale di Berlusconi) dopo essere stati per anni sfruttati per la raccolta delle clementine, maltrattati, malpagati, costretti a vivere in condizioni indegne e inumane, hanno osato ribellarsi, protestare, rifiutare di stare zitti, questa volta, davanti al ferimento di alcuni di loro. La comunità bianca ha reagito con furia razzista: tutti via. E il ministro dell'Interno ha eseguito. Altro che ronde: questa volta le forze dello Stato hanno fatto loro il lavoro sporco, quello che le ronde più razziste sognano di fare.

In una situazione ambientale dominata dalla 'Ndrangheta. In Calabria la mafia è pervasiva (a differenza che in Sicilia, dove Cosa nostra è una èlite criminale). In una popolazione piccola, come quella calabrese, la 'Ndrangheta controlla, attraverso rapporti di parentela, comparaggio o affari, una percentuale altissima della popolazione. In Calabria la società civile è, in larga parte, 'Ndrangheta. Uomini della 'Ndrangheta sono all'origine dei primi attacchi ai neri di Rosarno. Uomini della 'Ndrangheta hanno influenzato le proteste e gli attacchi ai neri dopo la loro rivolta. Il ministro Roberto Maroni, che si vanta appena può di fare la lotta alla mafia, sappia che questa volta ha eseguito i suoi ordini. La 'Ndrangheta ha deciso l'espulsione dei neri da Rosarno, le forze dello Stato l'hanno realizzata.

Ps. Un altro ministro della Repubblica, Mariastella Gelmini, ha deciso che nessuna classe scolastica potrà avere più del 30 per cento di stranieri. Ma che cosa significa "stranieri"? I bambini nati in Italia da genitori non italiani sono "stranieri"? I bambini adottati da coppie italiane sono "stranieri"? Il figlio di una donna italiana sola che ha avuto un bambino da un uomo di pelle scura è "straniero"? I figli degli americani, o degli svizzeri, o dei francesi che vivono in Italia sono "stranieri"? I rom italiani sono "stranieri"? E chi ha una diversa religione è "straniero"? Non è che sono un po' "stranieri" anche i figli degli ebrei? (10 gennaio 2010)

MARONI, LEGHISTA BIFRONTE >>>


Fabrizio Cicchitto, l'ultrà di Silvio ferito
Indica i mandanti: Travaglio, Santoro, Di Pietro, Il Fatto, Repubblica...

Altro che "abbassare i toni". Fabrizio Cicchitto suona la carica: «A condurre la campagna d'odio contro Silvio Berlusconi è un network composto dal gruppo editoriale Repubblica-L'Espresso, da quel mattinale delle procure che è il Fatto, da una trasmissione di Santoro e da un terrorista mediatico di nome Travaglio, oltre che da alcuni pubblici ministeri che hanno nelle mani alcuni processi, tra i più delicati sul terreno del rapporto mafia-politica e che vanno in tv a demonizzare Berlusconi». Poi Cicchitto ha qualche parola buona anche per Antonio Di Pietro: «È un partito come l'Idv, con il suo leader Di Pietro, che in questi giorni sta evocando la violenza, come se volesse trasformare lo scontro politico in atto in guerra civile fredda, che coinvolge anche settori più giustizialisti del suo partito, caro onorevole Bersani». Dunque, conclude Cicchitto, «la mano di chi ha aggredito Berlusconi è stata armata da una spietata campagna di odio: ognuno si assuma la propria responsabilità. Ci auguriamo che questa aggressione e questo ferimento servano a qualcosa di più e che dal male venga qualcosa di bene». Come? «Da questa situazione si esce solo disinnescando con leggi funzionali quell'uso politico della giustizia, un cancro che ha distrutto la prima Repubblica e sta minando anche la seconda».

Ecco quindi il programma. Approfittare del gesto di uno squilibrato per attaccare la libera informazione (avete notato? Tutti i "mandanti" indicati da Cicchitto sono, se si esclude Di Pietro, non politici, ma giornali e giornalisti). E poi stravolgere la Costituzione, puntando diritto all'autonomia della magistratura da colpire a morte, per rendere la politica improcessabile.

Quanto tempo è passato da quando Cicchitto era un militante massimalista e movimentista del Partito socialista, lombardiano e antiamericano. Sentite che cosa scriveva negli anni Settanta, quando il "clima d'odio" c'era davvero e lo scontro politico era feroce. Nell'introduzione a un libro uscito nel 1975 ("Sid e partito americano". Sottotitolo: "Il ruolo della Cia, dei servizi segreti e dei corpi separati nella strategia dell'eversione", scritto da Marco Sassano ed edito da Marsilio), gli avversari politici li chiama, senza mezzi termini, "mostri": «I mostri sono i servizi segreti, una struttura sempre più corposa e dinamica che interviene in modo continuo, massiccio, oppressivo sulla realtà politica e sociale». E ancora: «Nel 68-69 la contestazione del sistema ha fatto tremare l'ordine costituto e esso, a sua volta, ha cercato di recuperare in diversi modi, uno dei quali è stata l'organica attività terroristica, provocatoria, violenta di precisi settori dei corpi separati dello Stato». Infine: «I mostri fabbricano gli opposti estremismi: la pupilla del regime, la Rai tv, si occupa di amplificare la distorsione, obiettivizzandola; Sid e Rai tv, due realtà molto lontane eppure così vicine quando si tratta di sorreggere, nelle scelte drammatiche, il regime Dc». In questo scenario, anche le Br sono manovrate dallo Stato: infatti, «puntuali all'appuntamento, le Brigate rosse ricompaiono in ogni vigilia elettorale».

Poi Cicchitto si ravvede. Fulminato da Licio Gelli sulla via di villa Wanda, nel dicembre 1980 s'iscrive alla P2. A presentarlo al Venerabile è Fabrizio Trifone Trecca, che della loggia segreta è capo del "gruppo 17", quello in cui sono inquadrati molti giornalisti (da Maurizio Costanzo a Gustavo Selva, da Roberto Ciuni a Giorgio Zicari) e che ha il controllo di fatto del Corriere della sera. Il "gruppo 17" ha il seguente organigramma: numero uno Trecca; numero due Franco Di Bella, che del Corriere è il direttore; numero tre un costruttore emergente, tal Silvio Berlusconi. L'anno prima, Bettino Craxi aveva proposto la sua "grande riforma" costituzionale: cioè il passaggio dalla Repubblica parlamentare alla Repubblica presidenziale. E aveva ottenuto così l'appoggio degli uomini della P2, che individuano nell' "anticomunista" Craxi l'uomo che può realizzare il Piano di rinascita democratica. Proprio nel 1979 Craxi incontra Gelli al Raphael. È l'autunno di quell'anno tumultuoso, e nel paese è in corso la tempesta dello scandalo Eni-Petromin (una complicata faccenda di petrolio arabo con annessa supertangente e connesso scontro feroce dentro il Psi tra Craxi e Claudio Signorile). Sullo scandalo si allungheranno prima le ombre della P2, poi il segreto di Stato.

Ma intanto anche Cicchitto capisce che, se non vuole restare ai margini di un processo ormai irreversibile, deve fare le sue scelte. Entra nella P2, tessera 2232. Quando le liste della loggia diventano pubbliche, lui ammette l'affiliazione e il vecchio Riccardo Lombardi lo schiaffeggia davanti a tutti. Poi fa qualche anno di purgatorio, finché Bettino lo recupera. Ma Mani pulite gli blocca la seconda carriera. La terza, la fa nelle schiere di Forza Italia. Alla grande. Il suo numero tre d'un tempo è diventato numero uno. (15 dicembre 2009)

Milano, Palermo. Il passato lo insegue
Arrestati Fidanzati e Nicchi. Davvero per merito del governo?

Arrestati Gaetano Fidanzati, vecchio boss di Cosa nostra impiantato a Milano già dagli anni Settanta, e Gianni Nicchi, giovane boss emergente di Cosa nostra palermitana. Sono stati entrambi catturati il 5 dicembre, il primo a Milano, il secondo a Palermo. E subito il ministro Roberto Maroni e tutta la corte berlusconiana tentano di usare questo successo per dire: vedete? il governo Berlusconi è il nemico numero uno della mafia, altro che dichiarazioni di Gaspare Spatuzza; nessun altro governo ha ottenuto così importanti risultati nel contrasto alla criminalità. È davvero così?

1. I latitanti non li prende Berlusconi, non li prende Maroni, non li prende il governo. Li individuano e catturano con il loro lavoro i poliziotti e con le loro indagini i magistrati, di solito tanto vituperati dal capo del governo.

2. I governi Berlusconi sono tutt'altro che benemeriti dell'antimafia, visto le leggi che hanno fatto e che fanno. Qualche esempio? Lo scudo fiscale favorisce il rientro in Italia di capitali neri, che possono essere anche mafiosi. Le nuove norme sui beni confiscati alla mafia li mettono all'asta, di fatto restituendoli alle cosche. La depenalizzazione del falso in bilancio rende più difficile individuare le imprese che usano capitali mafiosi. La futura legge che limita le intercettazioni, e poi il cosiddetto "processo breve" (che pure escludono i reati di mafia), renderanno però più difficile indagare, processare e condannare per reati considerati minori, ma che in alcuni casi sono proprio quelli da cui si parte per scoprire i gruppi mafiosi.

3. Curiose le reazioni di Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi alle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza. Questi ha testimoniato che i suoi boss, i fratelli Graviano, nel 1993-94, mentre realizzavano le stragi, gli avevano confidato che erano in contatto che Dell'Utri e Berlusconi. I due reagiscono sostenendo che il mafioso Spatuzza, che parla, è un assassino infame; il mafioso Vittorio Mangano, che ha taciuto, è un eroe. Del resto, quelli che fanno film come la Piovra o scrivono libri sulla mafia, Berlusconi "li strozzerebbe con le sue mani"...

4. L'arresto di Fidanzati e Nicchi dimostrano almeno tre cose. Uno, la mafia c'è anche a Milano, benché i politici, gli imprenditori e anche la cultura milanese non abbiano voglia di sentirselo dire. Due, a Milano non c'è solo la 'Ndrangheta, ma anche Cosa nostra. Tre, c'è continuità tra il passato e il presente. E questo è il punto più delicato. Fidanzati arriva a Milano negli anni Settanta, quando i boss trafficano droga, ma stringono anche rapporti con gli imprenditori locali. Allora arriva Mangano, a fare da mediatore tra Milano e Palermo. Quello stesso Mangano che poi nei primi anni Novanta è in contatto con il gruppo di Alessandro ed Enrico Di Grusa (che sposa sua figlia Loredana Mangano), Natale Sartori, Daniele Formisano, Giuseppe Porto... Gruppo in contatto con Dell'Utri e che lavora per Fininvest. Gruppo che poco tempo fa ha ospitato e protetto Gianni Nicchi...

Insomma: si torna sempre lì, ai rapporti pericolosi di B. Il suo passato, inesorabile, lo insegue. (6 dicembre 2009)


Silvio, l'ultima battaglia del Caimano
Le rivelazioni di Gaspare Spatuzza e il coinvolgimento nelle stragi del 92-93

Se in Francia, in Germania, negli Stati Uniti o in qualunque altro paese civile del mondo, emergessero testimoni, fatti, novità, sul coinvolgimento di un leader politico con la criminalità organizzata, in qualunque paese civile ci si fermerebbe ad ascoltare, a soppesare, a valutare. E se prevalessero gli elementi di dubbio, si chiederebbe al leader interessato di farsi immediatamente da parte. In Italia invece, se il leader tirato in ballo per i suoi rapporti con Cosa nostra si chiama Silvio Berlusconi, scatta immediatamente la manovra preventiva del grande apparto mediatico-politico di Berlusconi.

I suoi house organ lanciano l'allarme preventivo: strillano che è in arrivo un avviso di garanzia per mafia per il presidente del Consiglio, coinvolto nelle stragi del 92-93. Poi arriva la tv, i Vespa, i Minzolini, a dire: ma vedete? lo accusano di cose incredibili, assurde, impossibili. In pochi stanno ai fatti. E i fatti sono semplici: nel 92-93 i vecchi rapporti risalenti agli anni Settanta tra Berlusconi e Cosa nostra (con il boss Vittorio Mangano chiamato a "proteggere" la famiglia di Arcore) si rinnovano. Crolla la Prima Repubblica, Silvio perde i protettori politici, ha 6 mila miliardi di debiti e Mani pulite alle costole. Per salvarsi, si fa egli stesso politica, mentre il mediatore con Palermo, Marcello Dell'Utri, rinnova i contatti con i boss impegnati a sfidare lo Stato a colpi di bombe.

Sono fatti gravi, che andranno valutati da un potere indipendente, la magistratura, che dovrà appurarne la veridicità. Ma Silvio non ci sta. Non accetta il gioco democratico della divisione dei poteri. E lancia la sfida estrema. Così oggi siamo alla battaglia finale. Silvio ora si gioca tutto: Gianfranco Fini lo contraddice su ogni cosa, Giulio Tremonti dà segni di irrequietezza, Veronica chiede il divorzio e alimenti miliardari, Carlo De Benedetti ha diritto per lo scippo Mondadori a un risarcimento colossale, i giudici lo processano per corruzione, i mafiosi di Cosa nostra lo accusano di strage... Lui si appella al popolo. Dice di essere vittima di un complotto. E chiede ancora una volta di diventare improcessabile. Inattaccabile. Inindagabile. A ogni costo. Siamo alla scena finale del "Caimano". Al golpe freddo: il popolo contro la giustizia, i voti contro il controllo di legalità. Anche a costo di stravolgere la Costituzione repubblicana. (29 novembre 2009)

Due o tre cose a Bruno Vespa
Dopo "Otto e mezzo"

Due o tre cose che avrei voluto aggiungere a quelle dette a "Otto e mezzo". A Bruno Vespa che, per difendere il suo Silvio, diceva «così fan tutti», da Cesare a Napoleone, e che anche Mitterrand aveva un'amante: per Berlusconi non si è parlato di un'amante né di una scappatella, ma di frotte di escort, cioè prostitute a pagamento, che frequentavano le sue case, rendendo il presidente del Consiglio (nel frattempo sostenitore del Family day) bugiardo, incoerente, ricattabile, esposto alle richieste dell'imprenditore che gliele mandava per avere qualcosa in cambio. A Bruno Vespa che, per difendere il suo Silvio, diceva che sono tanti gli autori di Mondadori ed Einaudi: io parlavo non di scrittori in generale, ma di lui; un giornalista che parla e scrive del Berlusconi politico, non può essere pagato dal Berlusconi editore. E poi: il mestiere dell'arredatore (scrivania di ciliegio per firmare il contratto con gli italiani) e del sarto («Io ti cucio il programma addosso»: a Silvio, a Gianfranco, a Massimo, a tutti i potenti) sono incompatibili con il mestiere di giornalista. (19 novembre 2009)



L'imbroglio del processo breve
Per bloccare due processi in cui è imputato a Milano, B scassa il sistema penale

Politici e colletti bianchi, liberi tutti. La legge che nascerà dall'accordo raggiunto ieri tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini riuscirà a centrare l'obiettivo principale, e cioè liberare il presidente del Consiglio dai suoi processi. Ma otterrà, come effetto collaterale, la salvezza di tanti imputati eccellenti e, in prospettiva, l'impunità permanente di uomini dei partiti, amministratori pubblici, imprenditori, finanzieri, banchieri. Le nuove norme stabiliranno infatti che, per gli incensurati, il tempo massimo del processo dovrà essere di sei anni, due per ognuno dei tre gradi di giudizio. Saranno esclusi i reati di mafia, terrorismo e di grave allarme sociale, come rapina, omicidio ed estorsione. In compenso, un codicillo renderà la norma applicabile ai processi già iniziati, purché siano in primo grado. Così saranno azzerati i due processi in corso a Milano che hanno per imputato Berlusconi, sei volte prosciolto per prescrizione, ma ancora tecnicamente incensurato: quello sulla corruzione del testimone David Mills e quello sui diritti Mediaset.

Per il resto, il risultato sarà comunque che la mannaia della prescrizione si abbatterà sulla gran parte dei processi complessi con molti imputati. A partire da quello per il crac Parmalat, con Calisto Tanzi principale imputato, fino a quello Why not iniziato a Catanzaro da Luigi De Magistris. A rischio tutti i processi sulla pubblica amministrazione. E anche quelli, sempre più frequenti, per fatti che avvengono all'estero (con la possibilità per la difesa di chiedere rogatorie anche durante il dibattimento), come quello dell'imprenditore della Cogim Leopoldo Braghieri, accusato a Milano di aver ottenuto appalti corrompendo un funzionario dell'Onu. Vittorio Emanuele, recentemente rinviato a giudizio, può tranquillamente aspettare la prescrizione, visto che la sola udienza preliminare è durata un anno. Già fuori tempo massimo il dibattimento di primo grado sulle tangenti Eni-Agip, nato dalle indagini di Henry Woodcock, che è in corso a Potenza da ben quattro anni.  

«Dicono di volere, con questa norma, abbreviare i processi», spiega un magistrato in servizio a Roma, «ma in realtà abbreviano solo i tempi di prescrizione, mentre i processi saranno allungati a dismisura dalla norma del nuovo codice di procedura che impedirà al giudice di rifiutare prove e testimoni manifestamente superflui. Così la durata del dibattimento sarà consegnata nelle mani dell'imputato». Nel palazzo di giustizia di Milano, un procuratore aggiunto formula l'ipotesi di un colletto bianco che abbia organizzato truffe, come capita, in diverse parti d'Italia: processato in tre o quattro sedi giudiziarie diverse, avrebbe la garanzia dell'impunità, perché in ognuna di esse risulterebbe incensurato. «Nascerà la nuova figura dell'incensurato a vita», dice un altro giudice, «perché l'imputato, grazie alla prescrizione, uscirebbe pulito dal primo processo e poi, via via, dagli eventuali processi successivi: sempre incensurato, dunque sempre prescritto, dunque sempre incensurato e così via...».

Le nuove norme («incostituzionali», secondo un altro procuratore aggiunto di Milano) inaugureranno la giustizia a due velocità, con processi rapidi e a prescrizione garantita per gli eterni incensurati, e processi invece lunghi, con probabile condanna finale, per gli imputati dei reati di strada, per i cosiddetti recidivi e delinquenti professionali o abituali. In realtà, però, anche qualcuno di questi potrà sperare di farla franca. Racconta infatti un magistrato di Milano: «I casellari giudiziari dei tribunali vengono aggiornati in ritardo. E non esiste un sistema nazionale unificato per conoscere i carichi pendenti. Così già oggi concediamo la sospensione condizionale della pena a condannati che non la meriterebbero, perché già raggiunti da condanne non ancora registrate o registrate in sedi giudiziarie non prese in considerazione. Risultare incensurati, in Italia, non è poi così difficile». (Il Fatto quotidiano, 12 novembre 2009)

1. Santa Rita, liberi tutti

Lo scandalo della clinica Santa Rita di Milano ha colpito in maniera profonda l'opinione pubblica: coinvolte come parti lese decine di persone normali, pazienti che si affidavano con fiducia ai medici. E che hanno subìto interventi chirurgici inutili o addirittura dannosi, solo perché i medici volevano fare cassa. A Milano sono ora sotto processo nove imputati, per 88 imputazioni di lesioni gravi (a qualche paziente è stato asportato un pezzo di polmone, per esempio, senza che ce ne fosse bisogno), oltre a 40 truffe ai danni di Asl e Regione Lombardia e a decine di falsificazioni delle cartelle cliniche. È un esempio di processo "virtuoso", perché condotto finora in maniera molto rapida. I pm arrestano il chirurgo Pier Paolo Brega Massone nel giugno 2008. Il successivo 12 luglio chiedono per gli imputati il rito immediato (che equivale alla richiesta di rinvio a giudizio). Già il 17 luglio il giudice dell'indagine preliminare emette il relativo decreto e il dibattimento in aula comincia il 2 dicembre 2008. Ma le parti civili, che rappresentano i poveri pazienti, sono oltre 40, una cinquantina gli avvocati, 154 i testimoni. Il Tribunale ha già celebrato 43 udienze. Ma ora la nuova legge imporrà lo stop al processo il 12 luglio 2010. Il Tribunale deve sentire ancora i consulenti tecnici e i difensori hanno annunciato, data la delicatezza dei casi in esame, la richiesta di numerose perizie mediche e scientifiche. Sembra dunque già impossibile che in meno di sette mesi si possa riuscire a portare a termine il processo. I pazienti operati e mutilati e i loro famigliari sono avvisati: non avranno giustizia.

2. Antonveneta, i furbetti la fanno franca

È la più nota delle scalate dei "furbetti del quartierino" che nell'estate del 2005 si lanciarono all'assalto della Banca Antonveneta. Per quell'attacco sono oggi a Milano sotto processo 19 persone, tra cui il regista dell'operazione, l'amministratore delegato della Banca Popolare di Lodi Gianpiero Fiorani, insieme con chi, invece di fare l'arbitro, lo aiutò a battere la concorrenza degli olandesi di Abn Amro, e cioè il governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio e il capo della Vigilanza Francesco Frasca. Imputati anche il senatore di Forza Italia Luigi Grillo, gli immobiliaristi Luigi Zunino, Stefano Ricucci e Danilo Coppola, oltre agli ex vertici di Unipol, Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti. Reato contestato: l'aggiotaggio, che secondo l'accusa avrebbe tolto illegittimamente la banca padovana agli olandesi. Il dibattimento è cominciato il 23 ottobre 2008, il rinvio a giudizio è del 23 maggio 2008, ma i pubblici ministeri che hanno realizzato l'indagine, Francesco Greco, Giulia Perrotti ed Eugenio Fusco, hanno depositato le loro richieste di rinvio a giudizio già il 25 luglio 2007. Lo stop per il processo è dunque già scattato, il 25 luglio 2009. Tutto il lavoro fatto finora - due anni di indagini, una lunga e complessa udienza preliminare, un anno di dibattimento ­- è inutile: liberi tutti. Alcuni degli imputati in questo processo sono a giudizio anche in altri procedimenti, come quello per la scalata Bnl. Gianpiero Fiorani, poi, è già stato condannato a Lodi (a tre anni e sei mesi di carcere) in primo grado per falso in bilancio. Ma niente paura: sono a tutt'oggi incensurati e dunque godranno della prescrizione salva-colletti bianchi.

3. Bnl, nessuna giustizia

Sono 28 gli imputati nel processo che si aprirà a Milano per l'assalto del 2005 alla Bnl. Tra questi, l'ex presidente di Unipol Giovanni Consorte, «motore della scalata», i suoi collaboratori Ivano Sacchetti, Carlo Cimbri e Pierluigi Stefanini, l'ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio e il suo capo della Vigilanza Francesco Frasca, gli immobiliaristi Stefano Ricucci, Giuseppe Statuto, Danilo Coppola e Vito Bonsignore, il finanziere Emilio Gnutti, i banchieri Giovanni Zonin e Divo Gronchi (Bpv), Guido Leoni (Bper) e Giovanni Berneschi (Carige), oltre ai responsabili della Deutsche Bank. Ma saranno tutti miracolati dalla legge sulla prescrizione breve per gli incensurati. Era l'estate del 2005 quando i "furbetti del quartierino" si lanciarono all'assalto della Banca nazionale del lavoro, mentre negli stessi mesi erano sotto attacco anche Antonveneta e Corriere della sera . Il reato contestato nel processo è aggiotaggio, cioè divulgazione di notizie false per alterare il corso di un titolo in Borsa. L'obiettivo: scalare la banca romana, con la benedizione della Banca d'Italia, mettendo fuori gioco il Banco di Bilbao che aveva contemporaneamente avviato sul mercato l'iter previsto per acquisire le azioni. Il giudice per le indagini preliminari ha firmato i 28 rinvii a giudizio il 18 settembre scorso. La prima udienza del dibattimento è fissata per il primo febbraio 2010. Ma la mannaia della prescrizione calerà allo scadere dei due anni dalla richiesta di rinvio a giudizio, avvenuta il 3 giugno 2008: dunque il 3 giugno 2010. Impensabile che il tribunale riesca a terminare in soli quattro mesi un processo su una materia così delicata e complessa.

4. Processi come lo yogurt, con data di scadenza

Come lo yogurt, i processi italiani avranno la data di scadenza: alla fine del secondo anno a partire dal giorno della richiesta di rinvio a giudizio. Così non avranno giustizia i 150 mila risparmiatori italiani rimasti coinvolti nei crac della Parmalat (imputato Calisto Tanzi e altre 22 persone) e della Cirio di Sergio Cragnotti. La richiesta di rinvio a giudizio per Cragnotti e altri imputati - tra cui il banchiere Cesare Geronzi - è del 25 settembre 2007. La scadenza è dunque già scattata: il 25 settembre 2009. Non avranno molto probabilmente giustizia neppure le famiglie dei sette operai morti nel   2007 nel rogo della ThyssenKrupp : alla sbarra sono, a Torino, i dirigenti della fabbrica che facevano lavorare gli operai senza rispettare le norme di sicurezza; il tempo sarà scaduto nel 2010. Non arriverà a sentenza neppure il processo per le morti causate dall'amianto (3 mila lavoratori) della Eternit : inizierà a Torino il 10 dicembre, avrà due imputati, ma uno stuolo di parti civili: ben 736 persone e 29 enti. In fumo il lavoro di Luigi De Magistris: finirà in nulla il processo nato dall'inchiesta Why not da lui avviata a Catanzaro. Inutili i processi sulla politica e sulla pubblica amministrazione : la corruzione non è stata inserita nelle eccezioni alla prescrizione breve, mentre lo è stata (per volontà della Lega) l'immigrazione clandestina. «Quasi tutti i nostri processi sono destinati a naufragare», racconta un sostituto procuratore che lavora a Roma, «poiché dalla richiesta di rinvio a giudizio alla prima udienza del dibattimento passa da noi in media un anno e quattro mesi. Impensabile di arrivare a sentenza in otto mesi».
(Il Fatto quotidiano, 13 novembre 2009)


Gasparri sbaglia strada, Silvio la consiglia a Marrazzo (ma è sbagliata)

Due uomini al posto sbagliato. Gasparri sulla strada dei trans (ma si era perso: gli succede spesso, quando parla in tv). Berlusconi, in ontologico conflitto d'interessi, invece di invitare Marrazzo a denunciare i suoi ricattatori, gli consiglia di comprare il video del ricatto (mettendosi così nelle mani del presidente del Consiglio-datore di lavoro di Feltri-padrone di "Chi"). Questa è l'Italia del fango, signore e signori. E i giochi sono appena cominciati...
(30 ottobre 2009)


Chi paga i giudici
Un lapsus (?) del satrapo anziano e due promemoria


«Sappiamo che è un giudice di estrema sinistra molto attivo. Abbiamo molte notizie, molto preoccupanti su questo giudice... Nel mese di gennaio, questo giudice era lontanissimo dall'aver scritto la sentenza. È stato trasferito ad altra sede e dunque tutti ritenevamo che non l'avrebbe più scritta... Invece ci siamo ritrovati come un fulmine a ciel sereno una sentenza di 143 pagine dove ci sono chiare le impronte digitali della Cir... È una sentenza fatta di numeri e tabelle che certamente non possono essere riferite alla cultura di questo giudice... quindi riteniamo che questo giudice sia stato profondamente influenzato esternamente. Riteniamo che non sia stato in grado di scrivere questa sentenza». (Silvio Berlusconi contro il giudice Raimondo Mesiano, 7 ottobre 2009)

«Meno male che mi sono potuto permettere di spendere 200 milioni di euro per pagare i consulenti e i giudici». (Silvio Berlusconi, 9 ottobre 2009)

1. Promemoria sulla sentenza Imi-Sir/Lodo Mondadori (che condanna Cesare Previti per aver comprato, con i soldi di Berlusconi, il giudice Vittorio Metta).

1. La sentenza Imi-Sir, depositata nel novembre 1990 dal giudice Metta, fu scritta da qualcun altro, dato che le bozze della motivazione furono sequestrate nello studio dell'avvocato Attilio Pacifico, collegato a Previti.
2. Gli avvocati Pacifico, Previti e Giovanni Acampora avevano ricevuto dai Rovelli 30 miliardi di lire, in parte trasferiti al Metta, per ottenere una sentenza a loro favorevole nella causa contro l'Imi - che nel 1990 venne infatti condannata a pagare alla Sir 1.000 miliardi di lire (denaro pubblico).
3. La sentenza Mondadori, di 120 pagine, fu depositata il 24 gennaio 1991 sempre dal giudice Metta. Ma fu scritta incredibilmente in tre giorni da Metta, che normalmente impiegava dai 60 ai 90 giorni per depositare le sue sentenze.
4. Il giudice Metta, mentre si occupa delle vertenze Mondadori e Imi-Sir, riceve, tramite Previti, Pacifico e Acampora, 600 milioni di lire provenienti dai conti esteri della Fininvest. Poi compra una casa, versando 150 milioni dai suoi conti e 400 in contanti, consegnati in una valigetta.

2. Promemoria sul processo David Mills (l'avvocato corrotto con 600 mila dollari nel 1999-2000 per addomesticare le sue testimonianze in tre processi a Berlusconi)

1. È lo stesso Mills che confessa, in una lettera nel 2004 al suo fiscalista Bob Drennan, di aver fatto, come testimone nei processi a Berlusconi, «fatto tricky corners, curve pericolose per tenere Mr. B. fuori da un sacco di guai che gli sarebbero ricaduti addosso se solo avessi detto tutto quello che sapevo».
2. Lo confermano gli appunti di Drennan su quanto gli aveva detto Mills.
3. È lo stesso Mills che confessa di aver ricevuto quei soldi, nei verbali stilati dai funzionari inglesi dell'Ufficio delle Dogane e dell' Ufficio delle Tasse.
4. È lo stesso Mills che confessa di aver ricevuto quei soldi, nelle bozze scritte sul suo personal computer a Londra e poi cancellate (ma invano: perché recuperate nella memoria del pc).
5. È lo stesso Mills che confessa di aver ricevuto quei soldi, nel suo interrogatorio davanti ai magistrati milanesi il 18 luglio 2004: «Nell' autunno 1999 Carlo Bernasconi (dirigente Fininvest poi scomparso) mi disse che Berlusconi, a titolo di riconoscenza per il modo in cui ero riuscito a proteggerlo nel corso delle indagini, aveva deciso di destinare a mio favore una somma di denaro».
6. Poi Mills il 7 novembre 2004 ha ritrattato, sostenendo che quei soldi non provenivano dalla Fininvest ma da altri clienti. È vero che che il tragitto Berlusconi-Mills non è tracciabile fino in fondo, poiché «restano tante domande e tanti buchi senza risposta» nella commistione operata da Mills a Gibilterra tra i soldi suoi, di Fininvest, e di altri suoi ignari clienti (Attanasio, Briatore, i Marcucci, la nipote di Gustav Mahler). Ma quelle commistioni servono proprio a mascherare la vera provenienza del denaro. Certo è che gli altri clienti non avevano motivi per pagare Mills e l'armatore Diego Attanasio, indicato a un certo punto da Mills come il pagatore, smentisce decisamente l'avvocato.
7. Sono vere invece le testimonianze reticenti di Mills: in due processi a Berlusconi, nel 1997 e 1998, «il teste Mills omise di riferire che Berlusconi era il beneficiario delle società offshore» della Fininvest, «create per proteggere Berlusconi dalla legge italiana» e cioè per «distanziarlo dalle società» usate in tre casi poi finiti sotto giudizio a Milano:
a. per mantenere il controllo di Telepiù (proibito dalla legge Mammì);
b. per pagare tangenti ai finanzieri della Guardia di Finanza, per ammorbidire verifiche fiscali nelle società di Berlusconi;
c. per violare la legge sul finanziamento pubblico ai partiti con i 10 miliardi di lire pagati a Bettino Craxi tramite la società offshore All Iberian. (12 ottobre 2009)



Chi di lodo ferisce...
I due imbrogli che diffondono il virus golpista

Due lodi in quattro giorni. Prima il giudice civile impone un risarcimento record (750 milioni di euro) alla Fininvest di Silvio Berlusconi, in conseguenza del fatto che la Mondadori fu strappata alla Cir di Carlo De Benedetti con una sentenza comprata e venduta, confezionata su misura dall'avvocato Cesare Previti e dal giudice Vittorio Metta per contraddire il Lodo Mondadori che nel 1990 l'aveva legittimamente assegnata alla Cir. Poi ieri, 7 ottobre 2009, la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale il Lodo Alfano che Berlusconi si era fatto costruire su misura per avere a disposizione uno scudo spaziale che lo mettesse al riparo da ogni accusa, da ogni processo. In questo povero paese in cui la politica, a destra e a sinistra, sembra aver perso la bussola democratica, le istituzioni di garanzia funzionano ancora. Funziona la magistratura, che indaga e processa, funziona la Corte costituzionale, che difende la Carta dagli attacchi. La legge è uguale per tutti, ha ribadito la Consulta, dunque anche per le quattro alte cariche dello Stato che erano state scudate dal Lodo Alfano (anche se l'unico che ne aveva bisogno era lui, il satrapo anziano). E se proprio la politica vuole rendere qualcuno più uguale degli altri, ha detto la Corte, allora deve intervenire non con una legge ordinaria, ma con una legge costituzionale.

Sono argomenti di buon senso, non occorre essere raffinati giuristi per capirli. Ma il satrapo anziano ha reagito con toni golpisti, attaccando tutto e tutti. Omai sono "nemici" e "comunisti" non solo le procure, non solo i tribunali, non solo la Cassazione, ma anche i giudici civili e, in un'escalation senza fine, anche la Corte costituzionale e il presidente della Repubblica. Cioè tutte le istituzioni (il Parlamento già era stato definito "inutile"), tranne il governo di cui è padrone il vecchio sultano. La sua furia verbale è già tecnicamente golpista: delegittima tutte le istituzioni che, con pesi e contrappesi, fanno democratica una democrazia; e salva solo se stesso, eletto dal popolo. Rompe il solenne giuramento di ogni presidente del Consiglio: «Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell'interesse esclusivo della nazione». E poi semina nel paese un virus totalitario, il disprezzo delle istituzioni: i magistrati, i giudici della Consulta, il capo dello Stato sono "di sinistra" e dunque per definizione suoi nemici. Tant'è vero che nessuno è mai stato indagato, perquisito e processato come lui (e seguono numeri suggestivi, che ha fatto imparare a memoria ai suoi servi). Questo virus golpista diffonde il disprezzo per la democrazia, contrapponendole l'investitura del popolo (e la conseguente dittatura della maggioranza). Eppure sarebbe facile smontare i due imbrogli che diffondono il virus.

Primo imbroglio: i giudici (tutti i giudici, ormai perfino quelli della Corte costituzionale) sono "di sinistra" e quindi nemici politici del satrapo anziano. Ma il giudizio può essere giusto o ingiusto, non di sinistra o di destra. In una sentenza conta se davvero l'imputato ha compiuto o no il reato, non il colore del giudice che l'ha scritta (dice Piercamillo Davigo: la messa vale anche se il prete che la celebra ha la fidanzata). E in una sentenza della Consulta conta non la presunta appartenenza politica dei giudici, ma la coerenza con la Costituzione (e in questo caso non occorreva essere professoroni per constatare che il Lodo Alfano rendeva qualcuno più uguale degli altri, alla faccia dell'articolo 3 della Carta).

Secondo imbroglio: i numeri (delle inchieste, delle perquisizioni, dei processi) dimostrano la singolare persecuzione giudiziaria di cui l'uomo di Arcore sarebbe oggetto. Ma che strano argomento: anche qui, conta la verità dei fatti, non il presunto accanimento. In una democrazia in cui tutti sono uguali davanti alla legge e in cui vige l'obbligatorietà dell'azione penale, è automatico che chiunque sia indagabile e processabile per le sue azioni. Se poi è un uomo pubblico, e molto in vista, è normale che sia tenuto a una maggiore trasparenza e sia soggetto a maggiori controlli. Se uno ha tante inchieste e tanti processi, significa che ha (forse) commesso tanti reati, o almeno che è necessario stabilire se li ha commessi: questo si penserebbe in un paese normale. Nell'Italia della tv e della politica diventata ostaggio del vecchio sultano si grida invece al complotto. Attenzione: il virus è creato in laboratorio; ma poi è diffuso tra i cittadini (anzi: tra la "gente"). Dunque il golpe freddo, pensato nei palazzi romani e nelle ville sarde degli interessi, delle feste e delle escort, penetra nelle coscienze e nel paese. Prepariamoci. Nella speranza che la scena finale del Caimano non diventi realtà. (8 ottobre 2009)

Io ho i voti del popolo
(dunque non sono soggetto alla legge)


Ho avuto i voti dal popolo, dice il satrapo anziano. Ha avuto i voti dal popolo, ripete la servitù. Dunque non sarà un giudice, penale, civile o costituzionale, a fermarlo. Ma che strana concezione della democrazia: anche Nixon aveva avuto i voti dal popolo, e con investitura diretta e poteri presidenziali (altro che "primus super pares" e stravaganze del genere). Eppure se n'è andato, Nixon, quando l'hanno beccato con lo scandalo Watergate. Anche chi è eletto dal popolo deve sottostare, oltre che alla decenza, al controllo di legalità, dice l'abc della democrazia. Se infrange la legge, è un cittadino uguale agli altri, deve essere giudicato come gli altri, deve pagare come gli altri. No: in Italia, povero paese, si fa strada un'opinione costruita e malata secondo cui lui non può, non deve essere giudicato. Ha avuto i voti dal popolo, come l'imperatore nei regimi predemocratici aveva avuto l'investitura da Dio. La democrazia non è innanzitutto libertà d'elezioni (anche Hitler aveva i voti, anche Mussolini, anche Stalin, anche Putin...), ma è innanzitutto divisione dei poteri. Altrimenti si trasforma in regime, populismo mediatico, dittatura della maggioranza. Appunto. Il golpe freddo di Papi Silvio fa un altro passo avanti. (7 ottobre 2009)

Ecco perché in Italia c'è il regime
(ovvero l'«anomalia» Annozero)


Oggi ho capito perché siamo in un regime. Adesso cerco di spiegarlo a me stesso e a voi. Dunque. Domani ci sarà una grande manifestazione per la libertà d'informazione. Ieri c'è stata la puntata di Annozero con la partecipazione di Patrizia D'Addario. Da giorni il satrapo anziano e i suoi servitori continuano a ripetere che c'è ampia libertà d'espressione in un paese in cui tanti giornali criticano il presidente del consiglio e in cui la tv pubblica può fare quello che fa Santoro. Ecco il regime: tutti a discutere dell'anomalia Santoro, i berluschi per attaccare, gli oppositori per difendere. Ma ci rendiamo conto? Regime è capacità di bloccare la discussione su Annozero. Mentre Santoro è la normalità, l'informazione, il giornalismo (perfino in ritardo: l'Orf, la tv pubblica austriaca, ha intervistato D'Addario due mesi fa). L'anomalia è tutto il resto della tv pubblica e privata, occupata militarmente dai servi di Arcore. È il Tg1 di Minzolini che censura le notizie. È Porta a porta di Vespa che dà subito la parola al padrone senza domande (e con il Sansonetto di compagnia) per difendersi dalle accuse della moglie, poi allestisce una cerimonia di regime attorno a una insignificante consegna di casette ai terremotati, e ieri ha fatto il Dopofestival, o il Processo alla tappa, per cercare di rispondere e arginare il successo di Annozero. E anche noi a parlare di Santoro. Ma così non parliamo di tutto il resto della tv, cioè del problema: ecco il regime. (2 ottobre 2009)

Romani il Censore, che fallimento

È un uomo di televisione, Paolo Romani. Sempre stato. Oggi, nella sua seconda vita, fa il censore televisivo e dalla sua vicepoltrona al ministero dello Sviluppo economico apre, non si sa a che titolo, una simpatica inchiesta contro Annozero e fa le pulci a Serena Dandini. Nella prima vita faceva invece il gestore di antenne locali. Se la storia di Romani il Censore è ancora tutta da scrivere, quella del Romani Uomo Tv è già scritta: nelle carte processuali di un'altra inchiesta - vera, questa - sul brutto fallimento della sua vecchia emittente, Lombardia 7. Dopo aver fatto il pioniere della tv a partire dagli anni Settanta (Tele Livorno con Marco Taradash, Videolina con Nichi Grauso, Rete A di Alberto Peruzzo, la prima Telelombardia di Salvatore Ligresti), si era messo in proprio: con Lombardia 7. La rete ha subito successo. Non certo per il tg: il programma forte è «Vizi privati», strip molto espliciti e molto caserecci governati da una ingovernabile Maurizia Paradiso. Con la scatenata Maurizia, dopo un lungo sodalizio, Romani finisce per litigare e la leggenda dice che lo scontro sia stato fisico e molto doloroso.

Poi Romani, che era stato un giovane liberale, resta folgorato sulla via di Arcore e nel 1994 segue Silvio Berlusconi in Forza Italia. Eletto deputato, si trasferisce a Roma, abbandona la tv al suo destino e, almeno formalmente, la vende: giusto in tempo per evitare l'onta del fallimento. Sì, perché i nuovi proprietari comprano Lombardia 7 già piena di debiti e poi la lasciano naufragare. Non si occupano di programmi e palinsesti. Hanno a cuore solo due cose: le frequenze, bene prezioso che prima o poi sperano di vendere bene (e avevano ragione: alla fine è arrivata la legge Gasparri); e la pubblicità, attraverso cui, con un giro di "cartiere" e di fatture false, ricavano parecchi soldini. Razziano molti miliardi di lire (almeno 81 tra il 1997 e il 2001) che mettono al sicuro in Svizzera. Poi fanno sparire i documenti contabili e portano al fallimento prima Lombardia 7, che "salta" nel 1999 lasciando debiti per oltre 12 miliardi di lire, poi anche Rtv Produzioni di Padova, che s'inabissa nel luglio 2000. Risultato: intervengono tre procure della Repubblica, quella di Bergamo, quella di Monza, quella di Bologna. Nel 2003, zitti zitti, tentano il colpo finale: vendere le frequenze alla Rai, che le vuole utilizzare per il digitale terrestre.

Permettere ai concessionari di vendere le frequenze tv è come permettere ai posteggiatori abusivi di vendere le piazze dei loro parcheggi, ma in Italia funziona così. E l'allora direttore generale della Rai Flavio Cattaneo incontra gli emissari del gruppo, che gli offrono le frequenze a prezzi d'amatore: 7,5 milioni di euro per quelle di TvSet e addirittura 24 milioni per quelle di Lombardia 7. «Ma scontabili», si giustifica poi Cattaneo. A rovinare tutto è Paolo Biondani, che sul Corriere della sera («Nasce indagata la tv del futuro») racconta che dietro TvSet c'è un'allegra compagnia inseguita da tre procure d'Italia per bancarotta, associazione a delinquere, false fatture, riciclaggio, falso in bilancio. E Romani? Zitto. Formalmente ha venduto Lombardia 7 nel 1996. Ma della società che conta, Lombardia Pubblicità, resta legale rappresentante almeno fino al 1998 e azionista e proprietario del 5 per cento almeno fino al 2003. E poi: ha venduto davvero? Nel mondo delle private c'è chi ne dubita, chi sussurra di accordi sottobanco. Tra qualche settimana si aprirà il processo per i protagonisti del crac. Romani invece, a lungo loro coindagato per bancarotta, fa il viceministro addetto alla censura. Il pm per lui ha chiesto l'archiviazione, il gip l'ha rifiutata ordinando l'imputazione coatta, il pm ha eseguito l'ordine, poi un secondo gip ha definitivamente archiviato: la nuova berlusconiana legge sul falso in bilancio lo ha messo al sicuro. Certo, in un paese normale non lo riterrebbero comunque degno di fare il viceministro. Ma soprattutto riderebbero di gusto se uno come lui pretendesse di dare lezioni, proprio lui, su come si deve fare tv. (Il Fatto quotidiano, 1 ottobre 2009)

Il sito Dagospia ha pubblicato la seguente lettera di risposta.
A BARBACETTO NON BASTA IL PULITZER, CI VORREBBE IL MANIPULITZER


Egregio Dago, l'articolo del Fatto Quotidiano sulle vicende di Lombardia 7 è, a modo suo, una perla. Su Romani non dice niente. Invece dice moltissimo, per la verità non ce n'era bisogno, sull'autore. Dice che Barbacetto disprezza Berlusconi e i suoi; dice che siccome lui, che è uno dei cinque o sei normali in un paese anormale, disprezza Romani, costui non è degno di occuparsi in veste istituzionale di televisione e che per dargli torto non c'è nemmeno bisogno di sentire le sue opinioni. Dice che i sospetti delle procure, anche se infondati, contano più delle sentenze dei giudici. E che le sentenze dei giudici sono giuste sono se inchiodano quelli che Barbacetto disprezza, mentre se li scagionano non valgono nulla. Dice che, per sputtanare a mezzo stampa qualcuno che disprezzi, puoi citare le leggende, senza nessun obbligo di precisare e offrire riscontri, mescolandole in un guazzabuglio incomprensibile e grottesco con spezzoni di notizie dove date, nomi, cifre vengono sparati a casaccio. Dice che, se il disprezzato non replica a questi sproloqui da demente, è evidente che è colpevole. Che cosa deve dire di più? Per Barbacetto non basta il pulitzer, ci vorrebbe il manipulitzer.
Manuele Paleologo


Lo scontro mortale
Silvio annuncia: una cospirazione contro di me, dentro le indagini sulle stragi

E pensare che c'era qualcuno, anche a sinistra, convinto che Silvio, questa volta, si sarebbe comportato da "statista". Era solo ieri. Oggi è difficile per tutti non ammettere che il satrapo anziano, l'utilizzatore finale, il padrone dell'informazione che attacca l'informazione non ancora sua, il mandante dei direttori killer, sia pervaso da una irrefrenabile mania. Qualcuno dei suoi amici gli consigliava di usare toni concilianti, chiedere scusa per la sua vita disordinata, rispondere alla domande, vendere Villa Certosa. Col cavolo. Ha invece, come sempre, alzato il tiro, "elevato il livello dello scontro", come dicevano altri in altre situazioni. Non è solo il suo stile, il marchio di fabbrica dell'uomo, la lucida follia che lo porta a superare i momenti di crisi rilanciando, infilandosi in avventure apparentemente impossibili (Crollano i miei padrini politici, rischio il fallimento economico e la galera per corruzione? E io fondo un partito!). Oggi alzare ulteriormente il tiro è anche una necessità. Lui sa di essere arrivato alla partita finale, allo scontro mortale.

Sul piano politico, dove si è avviata una crisi che si annuncia lenta, ma potrebbe essere irreversibile, e che certo non può essere combattuta con fiori e sorrisi. E sul piano storico-giudiziario. È stato lui - uno dei pochi che sanno come sono andate davvero le cose - a dare il primo annuncio: «So che ci sono fermenti in procura, a Palermo e a Milano, si ricominciano a guardare i fatti del '93, del '94, del '92. Mi fa male che queste persone, con i soldi di tutti, facciano cose cospirando contro di noi, che lavoriamo per il bene del Paese». Era l'8 settembre, data storica per l'Italia, ma non è da questi particolari che si giudica uno statista (presunto). D'altra parte, anche il contesto non aiutava: come al solito, non c'entrava nulla (era all'inaugurazione della fiera del tessile a Milano). Eppure ha voluto toccare l'argomento, mandare il segnale. «Ci attaccano come tori inferociti, ma qui c'è un torero che non ha paura di nessuno». Attenti, annuncia B., so che cosa state tentando di fare.

I «fatti del '93, del '94, del '92»: sono la stagione in cui sono stati uccisi, con le loro scorte, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in cui sono state compiute le stragi a Firenze, Roma e Milano, in cui è morto il vecchio sistema politico e sono nati Forza Italia e la cosiddetta "seconda Repubblica". È il triennio fondativo dell'attuale sistema politico. Sono le radici del nostro presente. E sono radici che affondano in un terreno oscuro, in convulse e ciniche trattative tra poteri criminali, pezzi dello Stato, personaggi della politica, imprenditori. Per quella drammatica e ancora misteriosa transizione bagnata nel sangue delle stragi, Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri (Autore 1 e Autore 2, Alfa e Beta) sono già stati indagati a Firenze, a Caltanissetta, a Palermo. C'erano collaboratori di giustizia che hanno raccontato che Cosa nostra negli anni delle stragi ha trattato anche con Alfa e Beta, per poi puntare sui circoli della nascente Forza Italia. Le inchieste si sono chiuse con archiviazioni perché le dichiarazioni dei collaboratori non hanno trovato sufficienti riscontri.

A leggerle, quelle archiviazioni, vengono comunque i brividi: in un paese normale sarebbero state più che sufficienti per tenere lontani dalla politica i loro protagonisti. Sono passati molti anni. Oggi nuovi elementi e nuovi testimoni, tra cui il figlio del sindaco mafioso Vito Ciancimino, hanno fatto riaprire le indagini sul 92-93, su stragi e trattative. A Palermo, Caltanissetta, Firenze, Milano. Finora nessuno, né a Palermo, né a Caltanissetta, né a Firenze, né a Milano ha accennato a un nuovo coinvolgimento di Berlusconi nelle indagini. Lui però reagisce, come la gallina che ha fatto l'uovo. Gioca d'anticipo. Protesta. Annuncia che è in corso una cospirazione contro di lui. La risposta migliore gliel'ha data Gianfranco Fini: «Mai, mai, mai si deve dare l'impressione di non avere a cuore la legalità e la verità». Aggiungendo sornione: «Soprattutto se non si ha nulla da temere, come è per Forza Italia e certamente per Berlusconi». Aggiunta di Fini, il giorno dopo: «A differenza di altri, io non mi diletto con grembiulini e compassi». (12 settembre 2009)

«Poi certo, mi è capitato di andare
a qualche festa a villa Certosa, ma chi non c'è stato?»

(Carolina Marconi, nella foto)



La campagna d'autunno


B. ha già dato il via alla campagna d'autunno. Ha perso la pazienza: altro che rispondere alle domande e chiedere scusa: sferra un attacco forsennato all'informazione
, dalla Rai a Repubblica, dall'Unità all'Avvenire. Dopo i risultati elettorali non brillantissimi per lui alle europee e dopo le polemiche sulle escort, non gli bastano più i Mentana, i Giordano, i Riotta. Arrivano i Minzolini, i Feltri, i Signorini. Non gli è più sufficiente avere il controllo di cinque grandi reti su sei, non tollera più neppure la riserva indiana di Raitre, con quel Fabio Fazio, quella Luciana Littizzetto, quell'Enrico Bertolino. E soprattutto quella Milena Gabanelli... E poi basta lasciare inspiegabilmente mano libera, su Raidue, a Michele Santoro e soprattutto a Marco Travaglio. Gli uomini Rai hanno già annusato l'aria e hanno rifiutato persino un trailer, quello del documentario Videocracy. Intanto gli avvocati di Papi Silvio querelano le domande di Repubblica e i servizi dell'Unità.

Ma la furia censoria di B. esce dai confini nazionali e vorrebbe incredibilmente mettere a tacere anche i commissari europei e i loro portavoce, colpevoli di criticare talvolta le scelte del governo italiano: «Se le critiche continueranno», ha minacciato B. a Danzica (dove gli uomini di Stato pensavano alla guerra che ha fermato il nazismo, lui invece alla guerra personale che ha dichiarato alla libera informazione), «bloccheremo i lavori della Commissione europea, e chiederemo le dimissioni dei commissari». Gli risponde il presidente della Commissione José Manuel Barroso, che si dice «molto fiero» del servizio dei portavoce dell'esecutivo europeo, che «gode di tutta la mia fiducia e del mio appoggio». Augusto Minzolini, che aveva già dato ottima prova di sé oscurando le notizie sul caso Noemi e sulle escort, al Tg1 (3 settembre) riesce a riferire le dichiarazioni di Barroso senza spiegare che erano la risposta al suo padrone. È il suo metodo: raccontare le reazioni senza spiegare a che cosa reagiscono, così gli ascoltatori non capiscono niente.

Intanto Vittorio Feltri ha cominciato a sparare dalle pagine del Giornale di famiglia contro i "nemici" di Silvio, confondendo il giornalismo con il killeraggio per il padrone. Con la finezza che lo contraddistingue, ha messo in azione il ventilatore in cui inserisce lettere anonime e strane informative, per punire (colpirne uno per educarne cento) il direttore dell'Avvenire Dino Boffo, colpevole di aver riportato sul suo giornale, pur in modo prudentissimo, le critiche del mondo cattolico allo stile di vita del premier e alla politica anti-immigrati del suo governo. Per non restare troppo indietro, Libero diretto da Maurizio Belpietro se la prende a puntate con gli Agnelli (che oggi non fanno paura più a nessuno) per non parlare di altri imprenditori con storie meno archeologiche e più vicine a noi, da Berlusconi ad Angelucci (il padrone di Libero e del Riformista). Poi, per la serie "giornalismo punitivo", si va a sindacare sulla doppia cittadinanza di Carlo De Benedetti, colpevole di essere l'editore di Repubblica, e sull'acquisto della casa di Ezio Mauro, colpevole di esserne il direttore e di osare porre perfino delle domande - pensate! - a Berlusconi.

E adesso c'è chi chiede il "disarmo dei due fronti": come se raccontare notizie vere sul presente del presidente del Consiglio (che continua a mentire, usando alla grande anche il giornale più di regime che c'è: Chi, diretto da Alfonso Signorini) fosse la stessa cosa di far girare il ventilatore per vendetta sul passato dei "nemici" di Papi Silvio. Qualcuno anche a sinistra è disposto ad accettare questo strano "disarmo" che in realtà sarebbe resa e autocensura (Filippo Penati, per esempio, ha già detto: basta parlare della vita privata di B: come se le sue menzogne a proposito non fossero una questione squisitamente politica!). E Travaglio? La Rai berlusconizzata vuole contrapporgli, ad Annozero, un «commentatore di destra». Ma Travaglio è un "commentatore di sinistra"? Oppure è uno che racconta fatti che riguardano destra e sinistra e che in tv nessuno dice? E soprattutto: che follia è quella che, non curandosi di raccontare i fatti, riduce il pluralismo dell'informazione alla contrapposizione tra le opinioni? (3 settembre 2009)


Videocracy, la censura
Chi in Rai ha detto no al trailer ha ammesso che in Italia...

La visione di Videocracy, il film di Erik Gandini che sarà presentato al festival di Venezia, è sconvolgente perché tutto ciò che dice, tutto ciò che fa vedere è già ben conosciuto dagli italiani. Potrà stupire (o indignare, o inorridire, o far ridere) gli stranieri, ma non noi italiani: è la nostra vita, la nostra storia. Certo, fa impressione sentir cantare l'inno "Meno male che Silvio c'è", in un clima da regime al tempo stesso preoccupante e ridicolo. E fa impressione vedere il telefonino di Lele Mora che suona "Faccetta nera" con video di svastiche e croci celtiche. Il resto però lo conosciamo bene, lo abbiamo visto svilupparsi giorno per giorno, anno dopo anno. Ma proprio per questo è sconvolgente: poiché siamo dentro questa storia, essa non ci stupisce più, non c'indigna, non ci sconvolge; ma ecco arrivare un film made in Sweden che ci mette davanti a uno specchio e ci fa risvegliare dall'incanto, ci fa tornare a vedere in che situazione viviamo.

E meno male che ci sono gli uomini della Rai e di Mediaset a mettere nero su bianco la verità: sì, le motivazioni con cui i dirigenti della tv pubblica e privata hanno rifiutato il trailer di Videocracy sono da scolpire sulla pietra. Perché dicono, paradossalmente, la verità e accentuano la scossa provocata da questo film. Mediaset boccia il trailer sostenendo che è un attacco alla tv commerciale (dando per scontato dunque che la tv commerciale sia direttamente uno strumento politico, anzi partitico). La Rai fa di più. Per la Rai il trailer è da censurare perché è un «inequivocabile messaggio politico di critica al governo», dato che alterna immagini del film con dati statistici tipo «l'Italia è al 67mo posto nelle pari opportunità»; oppure: «l'80 per cento degli italiani utilizza la tv come principale fonte di informazione». È da censurare perché collega «la titolarità del capo del governo alla principale società radiotelevisiva privata» e dunque ripropone - pensate un po'! - la questione del conflitto di interessi. È da censurare perché il film potrebbe far pensare che «attraverso la tv il governo potrebbe orientare subliminalmente le convinzioni dei cittadini influenzandole a proprio favore ed assicurandosene il consenso».

È da censurare infine anche perché non accenna al caso Noemi e alle escort (per forza, il film è stato finito prima che scoppiasse lo scandalo), ma mostra programmi «caratterizzati da immagini di donne prive di abiti e dal contenuto latamente voyeuristico delle medesime» e dunque «determina un inequivocabile richiamo alle problematiche attualmente all'ordine del giorno riguardo alle attitudini morali» di Berlusconi «e al suo rapporto con il sesso femminile, formulando illazioni sul fatto che tali caratteristiche personali sarebbero emerse già in passato nel corso dell'attività di imprenditore televisivo». Non è straordinario? Il solerte funzionario Rai, più realista del suo re, imputa al film di essere profetico e di far pensare gli spettatori. Certo che, mentre il tempo passa, la situazione peggiora: un tempo il regime censurava i film e i programmi (da quello di Daniele Luttazzi a "Raiot" di Sabina Guzzanti, dal "Caimano" a "Viva Zapatero"). Oggi non sopporta neppure i trailer.

E intanto succedono altre cose: il capo del governo querela un giornale, Repubblica, solo perché si permette di fargli domande; il suo giornalista di fiducia per i momenti di difficoltà (Vittorio Feltri) lo vendica attaccando in maniera ignobile il direttore di Avvenire che si era permesso di riportare le critiche del mondo cattolico allo stile di vita del presidente del Consiglio; e Berlusconi, per non avere critiche in Europa, si spinge perfino a chiedere il silenzio dei commissari europei, pena il loro licenziamento. All'inizio c'erano i lustrini luccicanti delle tv mostrati da Videocracy. Oggi sotto quei lustrini si intravede sempre più chiaramente la vocazione irresistibilmente autoritaria di Berlusconi. (29 agosto/1 settembre 2009)

Lega, campagna d'estate
Sulla pelle dei naufraghi. Ma rivendicando una laicità che a sinistra si sognano

La campagna d'estate della Lega, contro gli sbarchi e per i "respingimenti" dei disperati che arrivano per mare sulle coste italiane, si sta dispiegando con almeno due risultati.

1. Il primo è quello di far assumere alla Lega la leadership di fatto, dentro il centrodestra e dentro il governo Berlusconi, delle politiche sull'immigrazione e sulla sicurezza, parte importante ed elettoralmente determinante della politica tout-court del centrodestra. Ma direi di più: le posizioni su clandestini e sbarchi fanno assumere alla Lega, più in generale, la leadership "culturale" del centrodestra. Sono Bossi, Calderoli e soci a dare il tono alla destra italiana, a connotarla con spietata precisione. Creando quello che l'ex ministro Giuseppe Fioroni chiama "cinismo di popolo", diffondendo cioè l'idea che gli immigrati si meritino tutto ciò che subiscono, compresi i processi dopo i naufragi e i naufragi senza salvataggio (mai in mare si era vista una cosa simile).
Il gioco estivo di Bossi jr, Renzo (detto dal padre la Trota: Delfino sembra troppo anche a papà), e cioè "Rimbalza il clandestino", lanciato su Facebook, non è soltanto una ragazzata: è coerente con la politica della Lega e più potente di cento editoriali.

2. Il secondo risultato ha a che fare con la laicità e i rapporti con la Chiesa cattolica. «I vescovi fanno il loro mestiere e noi facciamo il nostro», ha detto Bossi. Una frase che a sinistra si sognano. Sì, perché la Lega, sulla battaglia (sbagliata e razzista) dei respingimenti, coglie l'occasione per fare una battaglia (giusta) sulla laicità dello Stato e della politica. Ha ragione quando rivendica (seppur rozzamente) la libertà di dire e di fare ciò che ritiene politicamente più opportuno, senza interferenze del Vaticano e dei vescovi italiani. Semmai mostra tutta la strumentalità del suo agire quando invece alza la croce come vessillo politico della sua crociata anti-islam, o dice che a Milano non si devono costruire moschee perché in periferia mancano tante chiese. Ma è il mondo cattolico (o meglio: una parte di esso) a cadere nella trappola: quando accetta tutto della destra (dal razzismo di Bossi alle escort di Papi Silvio) pur di avere una legislazione in linea con la dottrina cattolica su famiglia, bioetica, finevita, scuola... Un baratto cinico come chi lo concede.
Così i ragazzi di Cl hanno applaudito al Meeting di Rimini le dichiarazioni "moderate" (in quel caso) di Roberto Calderoli. È la dimostrazione di un pregiudizio positivo nei confronti della Lega che tra i cattolici (o meglio: tra una parte di essi) fa valorizzare le aperture "ragionevoli" e dimenticare la sostanza: quel "cinismo di popolo" che la Lega diffonde ogni giorno con scelte e dichiarazioni, parole e fatti, oltre che giochini su Facebook, imbellettandolo appena con qualche furba dichiarazione d'occasione davanti a una platea cattolica, per rivendicare subito dopo una autonomia e una laicità che la sinistra si sogna. (26 agosto 2009)


I padroni della sanità
In Lombardia Formigoni e soci si spartiscono gli ospedali     

Giancarlo Cesana, ex leader di Cl, presidente della Fondazione Policlinico. Alessandro Moneta, Forza Italia ora Pdl, presidente del San Matteo di Pavia. Carlo Borsani, An ora Pdl, presidente dell'istituto Besta. Antonio Colombo, Lega nord, presidente Fondazione Istituto dei tumori. Ciliegina sulla torta: Paolo Cirino Pomicino proposto nel cda del San Matteo. Un premio al plurinquisito di Tangentopoli che in quell'ospedale ha ricevuto il trapianto di cuore e ora ci potrebbe tornare come consigliere d'amministrazione. (15 luglio 2009)    

Scherzi da prete

Roberto Balducci, vaticanista del Tg3, fa una battuta sul papa, dicendo che in Val d'Aosta lo aspettano anche due gatti, «che gli strapperanno un sorriso almeno almeno quanto i proverbiali quattro gatti , forse un po' di più, che hanno il coraggio e la pazienza di ascoltare ancora le sue parole». Una battuta per niente irriguardosa. Ma sufficiente, nel regime vatican-talebano, a far cacciare Balducci. «Volgare deriva anticlericale», la definisce Giorgio Merlo del Pd, che deve aver sentito un altro servizio (o forse aveva fumato). Colta la palla al balzo per cacciare anche l'incolpevole direttore del Tg3, Antonio Di Bella, che ha ben altre colpe: ha raccontato nel suo tg le escort di papi Silvio e l'inchiesta di Bari, ha fatto le pulci alla ricostruzione in Abruzzo. Intollerabile che un po' di giornalismo resista nella tv italiana! (15 luglio 2009)  

Craxi l'innovatore (secondo Veltroni)

Ennesimo incontro su Bettino Craxi, il 14 luglio 2009 a Roma. Walter Veltroni non perde l'occasione e si lancia in elogi sperticati del leader socialista: per la sua politica estera (sempre Sigonella, la difesa di un terrorista ogni volta esibita con orgoglio, senza mai ricordare che poco dopo Craxi, in segreto, concesse agli Usa la stessa base per bombardare la Libia). E per la sua capacità d'innovazione: «solo lui capì davvero la società». Gongolono i socialisti presenti e anche i piduisti (tra cui Gustavo Selva). Amnesia di Veltroni sui processi del pregiudicato Craxi e sulla sua latitanza: e va be', ormai le condanne son medaglie; ma anche sul suo sostegno totale a Berlusconi imprenditore che ha posto le premesse per il trionfo di Berlusconi politico; e sulla mutazione genetica del Psi craxiano che dopo la fase libertaria dei meriti e dei bisogni, quando si è accorto che non riusciva a vincere la sana gara a sinistra con il Pci di Berlinguer, si è arroccato nell'alleanza-competizione con il peggio della Dc, spartendo-contendendo il potere dentro il Caf e la P2. Ad ogni costo, oltre ogni soglia di legalità e di decenza. Valeva tutto: dall'alleanza con la P2 al segreto di Stato sulle stragi, dal conto Protezione alla tolleranza per qualche amicizia mafiosa, fino alla costituzione di un sistema scientifico di tangenti sui lavori pubblici e sulle aziende di Stato. Innovazioni radicali, certamente, per la tradizione socialista. Mentre quella vecchia mummia di Berlinguer parlava, figuratevi, di mani pulite e di questione morale... (15 luglio 2009)

Le figlie di Papi

«Non stupisce che tutte le grazioline e le certosine usassero chiamare il sultano Papi. Perché è vero che le puttane sono sempre esistite, ma quel genere preciso di zoccolette tutte uguali da tv locale smaniose di finire in un programma della De Filippi le ha create lui, sono tutte figlie sue, e loro lo sanno. Come possono chiamarlo se non Papi ? Da un punto di vista estetico e psicologico si tratta di un incesto». Gaddamer, lettera a Dagospia (15 luglio 2009)


Basso impero



Il satrapo anziano, l'utilizzatore finale, l'uomo col cerone in faccia s'incammina tristemente verso il declino. Non sappiamo quanto durerà questa agonia, ma sappiamo che è già iniziata e che è irreversibile. Per quanto si sforzerà di dimostrarsi un uomo di Stato, chi lo guarda avrà sempre in mente le immagini delle feste a Palazzo Grazioli o a Villa Certosa, la ragazzina minorenne che viene da Casoria, l'harem delle squillo di lusso che lo chiamano "papi", le farfalline in regalo per tutte, il ballo stretto con la escort "Alessia", il lettone dove lei lo ha aspettato e dove ha passato la notte con lui.

Fatti privati? Gossip? Complotto internazionale? I suoi dipendenti e i suoi servi, politici e giornalisti, ripetono il ritornello. Ma restano i fatti. Certo: il Tg1 di Augusto Minzolini, lo Squalo diventato acciuga, non li racconta. Certo: Alfonso Signorini, sugli house organ di famiglia (scusate la parola), "Chi" e "Il Giornale", tenta di mostrare un nonno affettuoso dall'immagine irreprensibile. Ma i fatti resistono perfino alla poderosa propaganda di regime.

C'è uno strano imprenditore barese, Gianpiero Tarantini, che procura appalti per sé e affari per altri con una intensa attività di lobbing a suon di sesso e droga, prostitute e cocaina. Riesce a diventare amico del presidente del Consiglio, inviandogli frotte di ragazze disponibili a fare da cornice alla sua vecchiaia di uomo potente e solo. Fatti privati, come dicono i servi? No, per molti motivi, che elenchiamo in ordine di peso crescente.

1. Il presidente del Consiglio non è un privato cittadino, che può fare nel suo letto ciò che vuole: è un uomo pubblico, deve avere uno stile di vita sobrio, adeguato al suo ruolo.

2. Deve mostrarsi anche coerente con i principi che professa: se si proclama cattolico e vuole i voti dei cattolici, non può contraddire troppo palesemente la morale cattolica.

3. Tarantini è un imprenditore il cui fine è realizzare affari, fare soldi: se il presidente del Consiglio accetta, come "utilizzatore finale", le ragazze che lui gli manda, poi per "ringraziarlo" dovrà dare in cambio qualcosa. Contatti? Appalti? Entrature? Ma questo scambio, se c'è, ha un nome: corruzione.

4. I comportamenti sessuali di una persona restano privati solo finché non interferiscono con il suo ruolo pubblico e istituzionale. Nel caso di "papi", le interferenze sono molteplici: ha chiesto assunzioni in Rai (tramite Saccà) per compensare le sue amichette; ha promesso candidature elettorali e carriere politiche a ragazze che lo avevano compiaciuto (alcune candidature sono state confermate, altre bloccate solo dopo le critiche di Fini e la denuncia di Veronica; del resto, anche la escort Patrizia D'Addario, in arte "Alessia", è stata candidata alle elezioni a Bari nella lista "La Puglia prima di tutto"; stesso onore a Barbara Monteleone); l'interferenza degli affari privati (di letto) su quelli pubblici è provata anche da episodi come quello accaduto la notte del 4 novembre 2008: "papi" ha preferito trattenersi con le squillo piuttosto che andare, come programmato, all'ambasciata americana nella notte in cui Obama è diventato presidente degli Stati Uniti.

5. Un uomo che ha incarichi istituzionali non deve mai mettersi in condizione di essere ricattabile. Perché ne andrebbero di mezzo non gli affari suoi, ma gli affari di Stato. Un uomo di Stato ricattabile è un pericolo per le istituzioni. E quanta ricattabilità si incontra nelle vicende di "papi", dalle telefonate dell'inchiesta Saccà (per esempio quelle tra Evelina Manna e Elena Russo) fino alle escort baresi.

In questo clima da basso impero, tra una festa e l'altra in stile brianzolo-briatoresco, la crisi economica continua, la disoccupazione sale, il pil scende. Per evitare il ridicolo, oltre che l'ingorgo in Parlamento, la maggioranza di governo ha fatto slittare a settembre la discussione della nuova legge sulla prostituzione, che punisce anche il cliente delle prostitute (l'«utilizzatore finale»). Va avanti invece sulle intercettazioni, con la tentazione di utilizzare la nuova legge-bavaglio per bloccare anche l'indagine di Bari.

Intanto le ragazze coinvolte nelle feste si moltiplicano e si cominciano a individuare organizzatori e "api regine". Sul piano politico, si apprende quali sono i meriti acquisiti presso Berlusconi da una candidata al Parlamento europeo, Licia Ronzulli, molto spinta da "papi" e dal partito, tanto da superare in preferenze, lei giovane e sconosciuta, tanti politici più esperti e scafati: è stata l'organizzatrice delle feste a Villa Certosa, la responsabile della "logistica", efficientissima a smistare ospiti e ragazze. Ora ci rappresenta al Parlamento europeo. Questo è gossip o politica? (25 giugno 2009)



SILVIO CHE CASINO
IMPRESENTABILE. Recita la parte dell'uomo di Stato. Ma scivola continuamente. Corrompe il testimone David Mills. Candida le veline. Porta nani e ballerine di flamenco sugli aerei di Stato. Mente sulla minorenne Noemi. Subisce la "scossa" dei festini con squillo di lusso a Palazzo Grazioli e a villa Certosa. Blatera sul "golpe", ma qualunque indagine su qualunque reato - a Milano, a Roma, a Napoli o a Bari - finisce per arrivare a lui, in un clima di crollo dell'impero. È l'uomo più sfortunato del mondo, o il più impresentabile d'Italia?

Oil for food, la condanna. Formigoni,
dove sono finiti i soldi di Saddam?

C'è una sentenza a cui sono stati dedicati solo brevi trafiletti sui giornali. Eppure coinvolge un politico di prima grandezza, che punta addirittura alla successione di Silvio Berlusconi. La sentenza è quella del processo "Oil for food", il politico è Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia. Ricordate la vicenda? È lo scandalo scoppiato nel 2004, quando sono emersi i fiumi carsici di tangenti pagate all'ombra del programma delle Nazioni Unite "Oil for food", nato per addolcire l'embargo all'Iraq di Saddam Hussein permettendo di scambiare oil, cioè petrolio, con food, cibo e medicine. Un'indagine americana ha certificato che, sotto l'ombrello protettivo di quel programma Onu, Saddam assegnava contratti petroliferi a prezzi di favore in cambio di robuste mazzette impiegate per sostenere il regime. Poi, dopo l'invasione Usa, quei soldi sono finiti a finanziare la guerriglia e il terrorismo. Coinvolti nel gioco, grandi compagnie e piccoli trader petroliferi, ma anche singole persone ed esponenti politici di una cinquantina di Paesi del mondo.

Tra questi, Roberto Formigoni che, in nome della sua amicizia con il cristiano Tareq Aziz, braccio destro di Saddam, ha ricevuto contratti per 24,5 milioni di barili: la più massiccia tra le assegnazioni fatte a soggetti italiani. Poiché Formigoni non fa il petroliere, i contratti sono stati gestiti da aziende suggerite dal governatore: la Cogep della famiglia Catanese e la Nrg Oils di Alberto Olivi. Così una piccola impresa come la Cogep si è trovata di colpo a passare dalle autobotti alle petroliere. In cambio, secondo l'inchiesta sviluppata a Milano dal pm Alfredo Robledo, avrebbe pagato tangenti per 942 mila dollari in Iraq e 700 mila a mediatori italiani. La Nrg Oils avrebbe pagato invece almeno 262 mila dollari. I Catanese (benché la loro Cogep fosse già stata coinvolta nello scandalo dei petroli e i suoi titolari fossero già stati condannati nel 1982 per contrabbando internazionale) sono tra i fondatori della Compagnia delle Opere, l'associazione d'imprese promossa da uomini di Cl, e questo è bastato, evidentemente, per far scattare la segnalazione di Formigoni a Saddam. A partire dal 1997, Saddam e Aziz concedono succulenti contratti alla piccola Cogep, che "ringrazia" Formigoni versando dal 1998 al 2003 oltre 700 mila dollari sui conti di una società estera, la Candonly, controllata da Marco Mazarino De Petro, il fiduciario di Formigoni per i rapporti con l'Iraq di Saddam. Come giustifica De Petro tutti quei soldi? «Sono il compenso per la mia consulenza». Ma è difficile capire in che cosa sia consistita quella consulenza, visto che De Petro può esibire soltanto una relazione stilata nel 1996, tre paginette dalla sintassi difficile, in cui strologa di un «accordo petroil for food».

Ora è arrivata la sentenza. La prima condanna europea per quello scandalo: due anni di carcere a De Petro, in primo grado, per corruzione internazionale di funzionari dello Stato; condannati anche Andrea Catanese e Paolo Lucarno, uomini della Cogep. E Formigoni? Era già da tempo uscito dall'inchiesta. Ma a prescindere dal piano giudiziario, le responsabilità morali e politiche delle azioni di Mazarino De Petro ricadono su di lui. Come Berlusconi per il caso David Mills: lì, se Mills è il corrotto, Berlusconi è il corruttore; in Oil for food, se Mazarino De Petro è il corruttore, la responsabilità morale e politica del suo operato è del politico per conto del quale De Petro operava, cioè Formigoni. È semplice e chiaro. Qualcuno l'ha detto? Qualcuno l'ha scritto? E ancora: Candonly era una società riferibile di fatto ai Memores Domini, il "gruppo adulto" di Comunione e liberazione di cui Formigoni è l'esponente più in vista. Dove sono andati a finire i soldi di Candonly? Chi li ha utilizzati? Perché Formigoni non lo spiega? E perché nessuno glielo chiede? (12 giugno 2009)

Per saperne di più: Il codice De Petro >>>

Il Piano di Rinascita Democratica
(da "Drive In") di Velardi e Rondolino

Quando qualcuno, nei secoli venturi, vorrà cercare di capire perché la sinistra italiana nei primi anni del terzo millennio era conciata così male, dovrà occuparsi delle gesta di Bibì e Bibò. Ossia «fr&cv», ovvero Fabrizio Rondolino e Claudio Velardi. E di un documento che sarà, per gli studiosi della sinistra tra duemila anni, come i rotoli del Mar Morto per gli studiosi della Bibbia. >>>

La cantante, l'attore, il pianista,
l'onorevole e il maggiordomo


Comico involontario l'avvocato on. Ghedini sulla Repubblica di domenica 7 giugno, parlando degli ospiti di Papi sui voli di Stato: «Oltre alla scorta c'era Mariano Apicella, la cantante Maria Adelina, l'attore Antonio Murro, il pianista Danilo Mariani e l'onorevole Valentini. Nello staff del presidente c'era anche uno dei due maggiordomi di Berlusconi a Palazzo Chigi. E naturalmente non sono costati un soldo in più al contribuente". La cantante, l'attore, il pianista, l'onorevole e il maggiordomo. Fotografia perfetta dell'attuale Repubblica Italiana. Roberto da Rifredi, lettera a Dagospia (8 giugno 2009)

Se questo è gossip

«Basta con una campagna elettorale fatta sulle veline e non sui problemi della gente»: con parole quasi identiche, Paolo Ferrero (Rifondazione comunista) e Pierferdinando Casini (Udc) ribadiscono lo stesso concetto, che è poi quello ripetuto in questi giorni da Silvio Berlusconi: mi attaccano per mie vicende private perché non hanno argomenti politici. Sono fatti privati. Gossip. Privati? Sono private le vicissitudini di un satrapo anziano che frequenta minorenni, organizza festini ingaggiando decine di ragazze, impiega l'aereo di Stato per portare alle feste in Sardegna il suo giullare di corte e ballerine di flamenco, usa gli agenti dei servizi segreti della sua scorta come accompagnatori di veline, pretende posti nella tv pubblica per le sue amiche, premia veline e amichette con un posto - a scelta - in televisione o in politica? E soprattutto: è un fatto privato che il sultano menta, menta, menta ripetutamente per non far conoscere ai cittadini i suoi comportamenti "privati"? Che siano comportamenti di rilevanza politica è chiaro: è politico e non privato il criterio con cui si scelgono le candidate alle elezioni; è politico e non privato usare la tv pubblica come premio per le favorite; è politico e non privato usare per i propri comodi aerei di Stato e agenti segreti; è politico e non privato - soprattutto - mentire ripetutamente al paese.

Un paese normale avrebbe già deciso: uno così non può governare l'Italia e non la può rappresentare all'estero. E i commenti dei quotidiani stranieri ci ricordano la normalità perduta. In un paese normale, a crollare sarebbero stati la sua credibilità, il sostegno della sua stessa classe politica, il consenso dei cittadini. Ma lui non ha attorno a sé una classe dirigente, bensì una corte: sa la verità, in privato magari ritiene almeno discutibili i suoi comportamenti, ma in pubblico li deve difendere, per non essere epurata. E di fronte non ha cittadini: elettori sì, e ancora tanti; sostenitori, fan. Amano il sultano che spergiura sulla testa dei suoi figli, che fa le smorfie alla parata del 2 giugno e continuano ad amarlo ad ogni prova. Processi, leggi ad personam, gaffe in Italia e all'estero, condanne dei suoi dipendenti per comportamenti suoi, menzogne: ciò che gli elettori non hanno sopportato in Craxi (le tangenti, i nani e le ballerine) piace se fatto da Berlusconi; ciò che non hanno perdonato a Mastella (il volo sull'aereo di Stato) lo accettano da Silvio. Certo: è poderosa la controffensiva mediatica per far accettare al pubblico ogni cosa, per inquinare, confondere, ribaltare, oscurare, trasformare, imbellettare... In un paese normale (vedi Times, Libération, Financial Times, Bild e via elencando), i giornalisti racconterebbero la verità, ripeterebbero all'infinito le domande sulle storie "private", non troverebbero niente da ridere, o da ammiccare, in una vicenda che è politica e non gossip.

In Italia, invece, le contestazioni e i fischi al satrapo anziano - che ormai si ripetono a ogni sua uscita pubblica - vengono accuratamente nascosti. In Italia un giornalista di Panorama corre a portare al suo padrone le foto che non piacciono al suo padrone, perché possa sporgere denuncia e renderle impubblicabili. In Italia il direttore di quel settimanale rifiuta le immagini del padrone a Villa Certosa, proprio lui che aveva irriso un collega (Pino Belleri, direttore di Oggi) per non aver pubblicato le foto di Silvio Sircana («Io invece le ho messe in prima pagina perché faccio solo il giornalista», aveva detto allora Maurizio Belpietro). Del resto, anche una parte dell'opposizione è cieca davanti al satrapo, non coglie la portata politica dei suoi comportamenti privati, oppure addirittura invidia la capacità del sultano di stare con il popolo (vedi Ritanna Armeni: «La sinistra esca dai salotti e frequenti di più i compleanni delle ragazze del popolo»), non cogliendo che la qualità di quello stare trasforma un popolo di cittadini in pletora di sudditi. (3 giugno 2009)

Conflitto d'interessi?

Sentite questa. Il sindaco di Rho, Roberto Zucchetti, Pdl, è stato intervistato sul conflitto d'interessi di Diana Bracco, che è presidente dell'Expo ma anche proprietaria della Bracco, che controlla un'area attigua all'Expo 2015 di Milano dove dovranno sorgere alberghi, uffici e residenze. «Ma perché lei mi dice che c'è un conflitto d'interessi e non una convergenza d'interessi? Il conflitto c'è quando vogliamo due cose diverse. Se vogliamo la stessa cosa, non c'è conflitto!». Chiaro? (26 maggio 2009)

Complottisti quotidiani

1. Attenti! C'è un complotto in corso contro Berlusconi. Ve lo dice Libero , che da giorni batte e ribatte sull'argomento. Chi sono i protagonisti del complotto: i magistrati, Di Pietro, i comunisti, Repubblica, il fidanzato di Noemi? Ma no! È il presidente degli Stati Uniti Barak Obama, in combutta con Gorbaciov. Non mettetevi a ridere. Libero lo sta scrivendo da giorni. In prima pagina, giovedì, titolava: «Obama come Giuda». Ecco la trama del complotto: il presidente degli Stati Uniti ha ricevuto Gorbaciov (è vero, lo ha incontrato due mesi fa alla Casa Bianca), sapete perché? per convincerlo a far saltare l'asse su cui si regge la politica estera dell'Italia, e cioè l'asse Putin-Berlusconi.
Non è divertente? Peccato che Libero lo scriva seriamente. Nella paranoica ricostruzione del quotidiano di Feltri ci sono solo due cose vere: la prima è che effettivamente Obama snobba Silvio; la seconda è che un asse Berlusconi-Putin c'è davvero, dato che Silvio apprezza «l'amico Putin», il suo stile di comando e gli affari privati che spera di ricavare dal rapporto con lui - alla faccia di Anna Politkovskaya e dei diritti umani in Russia.

2. C'è un complotto anche contro il Pd. Protagonista non Giuda, ma Nicodemo. Lo racconta oggi Andrea Romano su un giornale che se ne intende, il Riformista : nel Pd si sta affermando il Nicodemismo, cioè la tendenza a non votare Pd di alcuni dirigenti del Pd che pure fanno campagna elettorale per il Pd. Nicodemo era il fariseo che di notte andava di nascosto ad ascoltare Gesù, mentre di giorno esibiva un rigoroso rispetto dei precetti ebraici. Il "Nicodemismo democratico" segnalato da Andrea Romano è di quelli che di giorno fanno campagna elettorale per il Pd e di notte invece lo boicottano, sperando in un disastro elettorale da cui arrivi uno scossone che permetta finalmente la rifondazione e il rilancio del Pd. Certo che se non ci credono nemmeno loro... Più che Nicodemismo, comunque, è tafazzismo strategico, combinato con il cinismo di casta. È, a essere ancora più chiari, guerra per bande: di chi spera che la caduta di un leader apra la via a un altro leader. Da anni si fanno i dispetti a vicenda, non hanno ancora capito di essere tutti sul Titanic. (23 maggio 2009)

Tre asterischi

Asterisco 1. «Berlusconi-magistrati, sale lo scontro»: è il titolo in prima pagina del Messaggero di oggi, ma di «scontro» tra magistrati e Berlusconi parlano anche molti altri giornali e tv. Scontro? Per fare uno scontro (come anche una «rissa», o una «guerra»...) bisogna essere in due. Qui invece ci sono giudici che hanno emesso una sentenza in nome del popolo italiano e un presidente del Consiglio che attacca, inveisce, aggredisce, offende, non riconosce e delegittima l'ordine giudiziario: una mossa eversiva.

Asterisco 2. Lo scrive anche Carlo Federico Grosso sulla Stampa («L'arbitro non va mai fischiato»), nel miglior commento di oggi sulla sentenza Mills-Berlusconi: «Non è consentito a nessuno reagire con il vituperio e l'aggressione se un arbitro decide in modo contrario ai suoi auspici o ai suoi interessi». Peccato che Grosso scivoli su un altro imputato eccellente, quando scrive che «Andreotti è stato in passato, ingiustamente, accusato di attività mafiosa». C'è un «ingiustamente» di troppo: infatti ad Andreotti, processato per mafia, è stato prescritto il reato «commesso» (dice la sentenza) «fino alla primavera 1980». Dunque non assolto, ma prescritto.

Asterisco 3. Ricordate il magistrato Henry Woodcock, quello che fa indagini che si «sgonfiano come bolle di sapone»? Quando le sentenze gli danno ragione, confermando le sue inchieste (altro che bolle di sapone) nessuno lo scrive. È successo di nuovo pochi giorni fa: condannato in primo grado (a due anni e otto mesi, con interdizione ai pubblici uffici) l'ex segretario generale della Farnesina, Umberto Vattani, oggi presidente dell'Istituto per il commercio estero. Woodcock lo aveva beccato a fare ore e ore di telefonate erotiche con i cellulari di servizio, per migliaia di euro, quando era a Bruxelles come capo della rappresentanza italiana presso l'Ue. Adesso arriva la condanna per peculato. Ma non la sospensione dal suo incarico pubblico (da cui gestisce 17 rappresentanze in Italia e 115 in 87 paesi del mondo): salvato dal ministro Claudio Scajola che non lo ha rimosso; e dalla commissione Industria del Senato, in cui il centrodestra ha votato a suo favore e l'opposizione si è astenuta (!). (21 maggio 2009)

Chi ha paura della commissione antimafia?
Bocciata come "inutile", nella Milano «capitale della 'Ndrangheta»

Quando, fra dieci o vent'anni, si racconterà la storia di questi strani tempi nella Milano che aspettava l'Expo, si dovrà spiegare che il consiglio comunale nel 2009 votò all'unanimità la costituzione di una commissione antimafia, poi la maggioranza ci ripensò, ne impedì il funzionamento e infine votò di nuovo, decretandone a maggioranza l'eutanasia. Questa commissione non s'ha da fare. >>>

Una sentenza che vale tre (anzi quattro)
David Mills e i mantra di Silvio

19 maggio 2009

Una sentenza che vale tre Uno dei mantra che Berlusconi ripete è: non sono mai stato condannato, sono sempre stato assolto. È falso, perché molte "assoluzioni" sono in realtà proscioglimenti per prescrizione o per amnistia o per leggi ad personam. Ma ora le motivazioni della condanna al suo avvocato britannico David Mills ci fanno capire il Metodo Silvio per conquistare le "assoluzioni". Dice la sentenza: «Emerge con chiarezza che le deposizioni di Mills nei procedimenti n. 1612/96 e 3510+3511/96 erano state quanto meno reticenti».

1. «Nel primo procedimento, "Guardia di Finanza", è stato accertato, in maniera definitiva, il fatto storico di cui lì si trattava: che cioè la Guardia di Finanza era stata corrotta e che le somme erano state pagate affinché non venissero svolte approfondite indagini in ordine alle società del Gruppo Fininvest e non ne emergesse la reale proprietà (...). In esito a tre gradi di giudizio, non sono stati ritenuti sufficienti gli indizi del collegamento diretto fra i funzionari corrotti e Silvio Berlusconi, collegamento invece definitivamente provato rispetto ad altro dirigente di Fininvest, Salvatore Sciascia, responsabile del servizio centrale fiscale della società, condannato con sentenza irrevocabile». Dunque: le tangenti alla Guardia di Finanza sono state pagate. Ma Berlusconi non è stato condannato perché il testimone Mills è stato pagato per dire il falso o tacere il vero.

2. «Nel secondo procedimento, "All Iberian", i fatti relativi all'illecito finanziamento a Bettino Craxi da parte di Fininvest tramite All Iberian sono definitivamente provati, visto che la sentenza di primo grado, di condanna dei vertici della società e fra essi di Silvio Berlusconi, non è stata riformata nel merito, ma per intervenuta prescrizione. All Iberian e le società offshore collegate erano state costituite su iniziativa del Gruppo Fininvest; All Iberian era stata utilizzata quale tesoreria delle altre offshore inglesi costituite per conto del medesimo Gruppo e dallo stesso finanziate tramite Principal Finance. La massa di prove poste alla base del giudizio era imponente, ed esse erano state offerte anche da Mills, che però aveva eluso le domande relative alla proprietà delle società offshore, in particolare Century One e Universal One, né aveva prodotto documentazione specifica sul punto». Dunque: la tangentona miliardaria All Iberian a Craxi è stata pagata. Ma Mills (il costruttore dell'architettura societaria offshore della Fininvest, da All Iberian a Century One), pagato anche qui per dire il falso o tacere il vero, ha coperto Berlusconi non dicendo che quelle società, da cui la tangentona è partita, erano parte integrante della Fininvest di Silvio Berlusconi.

La sentenza Mills, insomma, pesa su Berlusconi tre volte: afferma che ha corrotto il testimone David Mills (uno); ricorda che ha imbrogliato le carte nel processo "Guardia di Finanza" (due) e nel processo "All Iberian" (tre). C'è anche un'ulteriore ricaduta: la sentenza ricorda che nel processo "Guardia di Finanza" le tangenti «erano state pagate affinché non venissero svolte approfondite indagini in ordine alle società del Gruppo Fininvest e non ne emergesse la reale proprietà, e che l'azione era stata commessa al fine di eludere le disposizioni della legge Mammì in tema di concentrazione di mezzi di diffusione di massa». Ossia: le mazzette servivano a non far scoprire alla Guardia di Finanza che Telepiù era di Berlusconi, anche se apparentemente controllato da prestanome messi lì per aggirare la legge Mammì (che proibiva il controllo di una pay tv a chi già possedeva ben tre reti). Dunque (quattro) Berlusconi ha aggirato la legge Mammì e controllato illegalmente tre reti terrestri più le tre reti Telepiù. Ma niente paura: Silvio è salvato dal Lodo Alfano che lo rende improcessabile e da un altro mantra: è giustizia a orologeria, tutto un attacco dei giudici politicizzati.

Doppio Stato (senza contraddittorio)
Pigi Battista, Marco Travaglio e le domande dell'avvocato Bontempi

18 maggio 2009

Ci sono parole, nell'informazione italiana, che andrebbero abolite. "Contraddittorio", per esempio. Scrive Dino Messina sul Corriere che l'incontro di MicroMega alla Fiera del libro di Torino è stato «senza contraddittorio». Ma da dove viene questa irrefrenabile voglia di "par condicio" che dalla tv (dove già ha poco senso) ha contagiato anche la stampa (dove non ha alcun senso)? Ormai, anche se parli del tempo, devi mettere a confronto chi dice che piove e chi dice che c'è il sole. Ma i giornalisti dovrebbero invece aprire la finestra, guardar fuori e dire quello che vedono, pioggia o sole che sia. Quanto a Dino Messina, la cosa che l'ha disturbato a Torino era che Marco Travaglio avesse criticato un fondo in cui Pigi Battista sosteneva (senza contraddittorio!) l'inesistenza del "doppio Stato". Così Messina ha scritto (senza contraddittorio!) che Travaglio è un "ingordo mattatore" che veste i panni del "Signor Verità". Boh!

Il problema è molto più semplice: chiamatelo "doppio Stato" (il termine è stato usato da Ernst Fraenkel per la Germania nazista, poi da Alan Wolfe per gli Usa del New Deal, infine da studiosi e giornalisti per l'Italia delle stragi); o chiamatela "doppia fedeltà" (come suggerisce Nicola Tranfaglia), ma una cosa è certa. In Italia è stata combattuta, a partire dal dopoguerra, una "guerra a bassa intensità" che ha fatto stragi, morti e feriti. Che ha avuto tra i suoi protagonisti apparati dello Stato che - secondo le prove fin qui faticosamente raccolte da decine d'inchieste - forse organizzavano l'eversione, ma certamente la coprivano, con depistaggi accertati e degni di miglior causa. Non lo volete chiamare "doppio Stato"? Chiamatelo come volete, ma rispondete per favore alla domanda (sul Corriere di oggi) di Michele Bontempi, figlio di uno dei feriti nella strage di Brescia e oggi avvocato di parte civile nell'ennesimo processo per piazza della Loggia: «Chi e che cosa vi ha fatto credere di essere legittimati, per raggiungere degli obiettivi politici, qualunque essi fossero, a spezzare la vita di chi nulla aveva a che fare con i vostri disegni e strategie? La memoria va bene, ma non basta. Vorrei dei responsabili accertati, con nomi e cognomi, per chiedere conto dei tanti morti e feriti innocenti, colpiti a caso per rafforzare o indebolire un "quadro politico"... Vorrei che emergesse qualcosa di concreto sui singoli fatti, a cominciare dai depistaggi che hanno impedito di arrivare alla verità giudiziaria quando si era ancora in tempo».

Se l'imperatore fa senatrici le sue cavalle
Non vicende private ma problemi politici nell'Italia declassata da Freedom H.

4 maggio 2009

«Tra moglie e marito non mettere il dito». Lo ha ripetuto anche il segretario del Pd D
ario Franceschini. Ma come non capire che i rapporti tra Silvio Berlusconi e le sue amichette non sono un affare privato, ma un problema politico? Le gocce che hanno fatto traboccare il vaso della pazienza di Veronica sono state le veline messe in lista alle europee («Il divertimento dell'imperatore») e la partecipazione di Silvio alla festa dei 18 anni di Noemi Letizia in una discoteca di Casoria («Non ha avuto tempo di venire ai compleanni dei suoi tre figli»). Ma tutto ciò non è solo un problema di Veronica: i problemi personali di Berlusconi sono purtroppo diventati problemi politici di questo disgraziato Paese: se le veline diventano parlamentari europee; se le amiche di Silvio diventano ministre della Repubblica; se le sue favorite devono avere un posto nella tv pubblica (vedi le telefonate a Saccà); se i tempi parlamentari di una legge (quella contro le intercettazioni) dipendono dalle accelerazioni e dalle frenate della vicenda giudiziaria che riguarda le telefonate di Evelina Manna ed Elena Russo... Allora è chiaro che le avventure del Cavaliere del Cialis, come lo chiama Dagospia, non sono più un fatto privato, ma un problema politico su cui sarebbe bene mettere non solo un dito, ma entrambe le mani.
E il comportamento dei giornali e giornalisti di Berlusconi (dal Giornale a Chi, da Vittorio Feltri a Giuliano Ferrara), che si scatenano contro Veronica che ha osato alzare la testa, sono l'ennesima prova che il sistema dell'informazione è malato, nell'Italia che anche Freedom House declassa da Paese libero e Paese parzialmente libero.

La prova di quanto grave sia la situazione la dà lo stesso Berlusconi, nell'intervista al direttore della Stampa Mario Calabresi. Quando spiega, senza rendersene conto, quali sono i suoi criteri di scelta dei candidati (in questo caso: delle candidate) da mettere nelle liste elettorali. Barbara Matera? «Me l'ha presentata Gianni Letta, dandomi le migliori garanzie. È di una famiglia buonissima e secondo le accuse ha la colpa di aver fatto l'annunciatrice, come le signorine buonasera di tanti anni fa, non ha mai sgambettato mezza nuda da nessuna parte, non è una velina».
Le tre escluse dalle liste dopo le proteste di Veronica: «Una ha lavorato cinque anni all'Onu e parla cinque lingue, la seconda era figlia di un tipografo di Avellino che ha sempre aiutato i nostri ed eravamo felici di darle un'occasione; la terza, Cristina Ravot, è una professoressa di musica e canta, è una che ha del talento ed era l'unica che avevamo per la Sardegna, era un candidato presentabile e mi dispiace proprio che alla fine sia rimasta fuori». Capito quali sono i criteri di selezione?
E le tre sopravvissute? «Una si chiama Licia Ronzulli, fa la manager in un ospedale di Milano, si occupa della gestione delle sale operatorie e fa anche attività di volontariato: due volte l'anno va in Bangladesh dove mettono in piedi delle strutture per operare bambini che hanno malformazioni. Poi c'è Lara Comi che è stata capo del nostro movimento giovanile in Lombardia, è una ragazza bravissima e laureatissima. Lavora da quello dei giocattoli, da Preziosi, che anzi è dispiaciuto che gliela porto via».



Cemento disarmato e melassa
Annozero in Italia è «indecente». Ma è, semplicemente, giornalismo

12 aprile 2009

La terra trema e sconvolge l'Abruzzo e l'Italia intera. Subito si mette al lavoro la macchina dei soccorsi, ma anche quella dell'informazione e della politica. Moltissimi lavorano tra le macerie senza risparmiarsi, per estrarre i morti e salvare i vivi, per assistere chi è rimasto senza casa, senza lavoro, senza i propri cari, inghiottiti per sempre dalla terra che continua a tremare in questa settimana di passione, morte senza resurrezione. Ma bisognerà pur chiedersi anche perché tante cose non hanno funzionato, bisognerà raccontare, insieme agli eroismi di alcuni, anche gli intoppi, i ritardi, le inefficienze, la disorganizzazione, i mezzi dei Vigili del fuoco decrepiti che si fermano ancor prima di arrivare a destinazione, i paesi abbandonati e dimenticati da tutti: mentre tv e politici presidiano L'Aquila e Onna, nessuno, nelle prime ore, pensa a Villa Sant'Angelo o a Poggio Picenze. E bisognerà pur chiedersi perché un terremoto che in Giappone sarebbe di routine, da noi fa 300 morti. Bisognerà pur chiedersi perché è crollata la Prefettura dell'Aquila - immagine simbolo, con quella scritta, "Palazzo del Governo", incrinata e spezzata. Perché è crollato l'ospedale San Salvatore, con le sue colonne costruite senza le staffe di ferro. E la Casa dello studente, con i pilastri senza i tondini necessari. E le centinaia di palazzine di burro, gli edifici di sabbia, le case in cemento disarmato.

Silvio Berlusconi parla, piange e balla sulle macerie. Ma i suoi hanno dovuto correggere in una notte il loro cosiddetto Piano casa, che dava licenza di costruire senza cura non soltanto per l'ambiente e il paesaggio, ma senza preoccuparsi della natura sismica di gran parte del Paese: così il Piano casa, mentre si piangono i morti di oggi, preparava i morti e le distruzioni del terremoto prossimo venturo. Tv e giornali ci hanno regalato ore e ore d'informazione, ma anche di melassa. Sì, tv e giornali sono stati al tempo stesso buonisti - cantori a senso unico dell'eroismo dei soccorritori e della presenza materna dello Stato - e cinici - quando mettevano in scena compiaciuti lo spettacolo del dolore, e quando poi si vantavano in diretta degli ascolti ottenuti. Se poi qualcuno (Michele Santoro con "Annozero") spazza via, per un paio d'ore, la melassa, cercando di mostrare anche l'altra faccia della luna, di raccontare i limiti dei soccorsi e l'inesistenza della prevenzione, ecco partire le accuse di "indecenza", di "disfattismo", di uso criminoso della tv. Solo un Paese malato come l'Italia può tollerare l'intromissione della politica (e del politico che è anche padrone della tv commerciale) nel servizio pubblico. Servizio pubblico è esattamente quello che Annozero ha fatto: in Italia, Paese mitridatizzato da anni di piccole dosi di veleno berlusconiano, è «indecente», nel resto del mondo sarebbe - semplicemente - giornalismo.
Intanto finisce la prima fase, drammatica ma sotto i riflettori, e inizia la seconda, in cui a luci spente le popolazioni colpite dovranno fare i conti con il loro lutto, le loro perdite, la loro solitudine, con le colpe di chi ha costruito con sabbia e burro i loro paesi, con le responsabilità della politica che non ha visto né previsto, con i rischi, le tentazioni, le infiltrazioni mafiose della ricostruzione.

Lettera dall'Aquila

Mi chiamo Umberto e sono un cittadino de l'Aquila. Quando il cataclisma si è abbattuto sull'Aquila io ho provato terrore, pulsione reattiva per la mia vita e per quella della mia compagna, sgomento, visione, confusione, alienazione, fiducia, reazione; poi il pensiero e l'azione hanno raggiunto gli amici, i conoscenti, i cittadini, la città intera: paura, pulsione, forza, rassicurazione, ancora paura, impotenza, pianto, dolore, stupore, spaesamento, sgomento, abbracci, gioia, conforto, pianto, consolazione e la gamma completa delle umane emozioni e sentimenti fuse insieme. Noi che abbiamo avuto la vita salva, abbiamo pianto la perdita dei nostri cari e la distruzione della nostra città; noi che abbiamo avuto la vita salva abbiamo dato conforto e cercato il conforto da amici, conoscenti, cittadini. Dopo qualche giorno il pensiero è andato alla perdita della mia esistenza: io che ho avuto la vita salva ho perso la mia esistenza. In questo il cataclisma ci ha tutti - noi cittadini - colpito: la perdita della nostra esistenza. Molti hanno perso affetti, troppi hanno perso (quell'insieme di sacrifici, passione, angolo di sicurezza chiamato) casa, tutti abbiamo perso la nostra esistenza. Adesso che un po' di giorni sono passati alterniamo giornate e momenti in cui, versiamo lacrime, avvertiamo il dolore nel tentativo di asciugarlo ad altri in cui questa riserva di dolore, che in fondo avvertiamo e sempre avvertiremo, agisce come fattore reattivo e forza propulsiva: noi rivogliamo la nostra città, scenario e sfondo della nostra esistenza. E la rivogliamo in tutta la sua bellezza, in tutto il suo splendore, e anche di più!

Si sentono cose inquietanti da parte della classe politica dirigente sulla veicolazione degli aiuti di stato e comunitari - i nostri soldi, i soldi delle nostre tasse: case low-cost in new town, epurazione linguistica per case popolari in periferia da degradare e quindi degradata, che non servono a niente e nessuno se non a veicolare gli aiuti per il terremoto nelle tasche degli imprenditori edili collegati al - e di controllo del - sistema politico di riferimento, i quali, come da prassi nel nostro Paese, effettueranno costruzioni scadenti a costi irrisori che venderanno poi ad un prezzo presumibilmente alto allo Stato - quale sublime plusvalore! e paradossalmente rivenderanno una seconda volta al cittadino, ignaro di tutto ciò per l'azione affabulatrice dei media, che nella società contemporanea, di regola, non "danno notizie" ma "fanno in-formazione" quindi formano le menti strumentalmente al sistema di controllo economico e politico; provvedimenti a salvaguardia delle banche che, con il crollo delle case gravate da ipoteca, hanno perso capitale; altre idee di provvedimenti in questo senso ci sono, ed altri ce ne saranno. Non possiamo aspettere che la politica locale, in quanto personalmente coinvolta dal cataclisma, faccia da filtro, e questo per logiche essenziali (controllo dell'economia sulla politica). Gli aiuti devono essere veicolati in maniera virtuosa! Siamo noi che abbiamo perso gli affetti, siamo noi che abbiamo perso la casa, siamo noi che abbiamo perso il lavoro, siamo noi che abbiamo perso la nostra esistenza. E a noi che sono rivolti gli aiuti, a noi devono servire. Noi li dobbiamo utilizzare, noi li dobbiamo gestire, noi dobbiamo averne il controllo. Noi dobbiamo agire. I cittadini. In prima persona. E tutti uniti. Mille menti, mille anime e un solo corpo. Costituzione di un comitato cittadino: forza, vigore, intelligenza, passione, motivazione, dolore, esperienza, voglia, visione sottile, perizia, competenza. Rivogliamo la nostra città. Rivogliamo la nostra esistenza. Siamo e dobbiamo rimanere tanti, tosti e incazzati! Immota manet!

Umberto, cittadino dell'Aquila

Piccoli editti esteri

«Giornalisti, attenti a quello che scrivete: vi ricordo che a casa mia in questi giorni si tengono le riunioni sulla Rai» (S.B., Londra, 2 aprile 2009).

«A un certo momento non voglio arrivare a dire di fare azioni dirette e dure nei confronti di certi giornali e di certi protagonisti della stampa, però sono tentato perchè non si fa così...» (S.B., Praga, 4 aprile 2009).

Pesce d'aprile?
No, l'hanno riarrestato davvero, Mario Chiesa

1 aprile 2009

No, non è un pesce d'aprile: hanno riarrestato Mario Chiesa, l'imputato numero 1 di Mani pulite. Protagonisti dell'operazione Rewind sono il primo e "Ultimo" (Sergio Di Caprio, il capitano dei carabinieri che arrestò Riina e che ora si occupa di reati ambientali: quando sei bravo, riesci a fare buone operazioni anche se ti mettono in disparte). Se dopo la condanna, mandate Mario Chiesa a rieducarsi in una cooperativa di Cl, poi non potete lamentarvi... Ascoltate il ministro Maurizio Sacconi, invece: ha dichiarato stamattina che Mani pulite «fu un´operazione altamente faziosa, fu sostanzialmente un colpo di stato mediatico-giudiziario, costruito inizialmente a tavolino». E poi dicono che i complottisti siamo noi...


Per non far scappare i delegati dal congresso Pdl



Convenscion

29 marzo 2009

Nasce il Pdl. Non da un congresso, ma da una "convenscion" aziendale, siparietti, stacchi musicali, seguito di spot, interminabile telepromozione, evento per lanciare un nuovo prodotto. Senza discussione, senza dibattito, senza confronto. Alla fine, senza politica. L'effetto Madia da eccezione diventa norma: le prime file della platea sono occupate da giovani incravattati e belle ragazze. Interventi preordinati, vallette e comparse invece che delegati (tanto che per tenere il pubblico in sala, in segreteria hanno dovuto appendere questo cartello: «La borsa del delegato verrà consegnata a fine lavori»). Se proprio congresso vogliamo chiamarlo, allora è un congresso nordcoreano, per applaudire la grandezza del caro leader e le sue opere. Un congresso all'incontrario, come l'Italia di oggi, un congresso che comincia dalla fine, cioè dall'annuncio trionfale che è nato il partito unico, il nuovo mirabolante prodotto da collocare sugli scaffali del supermarket della politica italiana. An si era già suicidata, i suoi colonnelli si erano già venduti al nuovo padrone.

La politica, assente dalla "convenscion", la fanno altrove: al governo, in tv. Un piano casa che è una truffa (piano casa era quello di Fanfani, che metteva soldi per costruire case popolari, questo invece è una sanatoria preventiva, un invito all'abuso edilizio, un via libera alla cementificazione). E poi: una legge sul testamento biologico che è un'altra truffa, imposizione dell'etica vaticana diventata etica di Stato; un cambiamento della legge sulla sicurezza sul lavoro che rende impunite le cosiddette morti bianche; e le leggi razziali, le schedature dei rom, i medici che devono denunciare gli irregolari, le ronde... E poi arriverà la legge sulle intercettazioni a disarmare la giustizia e a mettere il bavaglio alla stampa. Ecco la destra che è nata alla "convenscion" di Roma: un partito P2 di massa (upgrade: P2.2), un populismo mediatico-aziendale costruito attorno al capo, dove il potere legislativo è svuotato (ma sì, possono votare solo i capigruppo, così si risparmia tempo), il potere giudiziario è disarmato, il controllo della stampa sulla politica è bloccato. La Costituzione? Un ferrovecchio da cambiare a piacimento. Un progetto autoritario ed eversivo, raccontato con stacchetti al posto giusto.

Dice di non poter decidere nulla e chiede nuovi poteri: eppure nessuno in Italia, da Mussolini a oggi, ha avuto più potere di Berlusconi. Controlla la tv privata e quella pubblica, influenza i giornali (ha tentato di mettere il naso anche nelle nomine dei direttori di Corriere e Sole 24 ore), è riuscito per la prima volta a entrare (attraverso Geronzi) anche nel settore delle banche. Ha un partito personale, costruito su misura. Controlla una ampia maggioranza parlamentare di uomini e donne non scelti dagli elettori ma nominati per la loro fedeltà al capo. E al governo ha insediato personaggi deboli che gli debbono obbedienza (un suo ex sostenitore, Paolo Guzzanti, ha parlato addirittura di "mignottocrazia", e non solo in senso sessuale). E allora, perché affermare: non mi lasciano governare, non ho abbastanza poteri? Per preparare la scusa per eventuali fallimenti, d'accordo; e poi per preparare il terreno a un attacco alla Costituzione che scassi i bilanciamenti della Carta, annulli pesi e contrappesi, per insediare un uomo solo al comando. Conta solo il leader, che si appella direttamente al popolo che lo ha investito, senza la divisione dei poteri, senza il controllo di legalità della magistratura e il controllo dell'informazione, senza le faticose mediazioni (i partiti, le istituzioni...) senza le quali una democrazia si trasforma in regime.


Per decidere bastano due voti, anzi uno

11 marzo 2009

Una parte di me sperava che i fatti smentissero il titolo che ho scelto, a inizio 2009, per questo blog, con dentro la parola "golpe": esagerato! E invece. Prosegue lo spostamento progressivo della linea di confine della legittimità costituzionale, continua l'attacco alla Costituzione formale e la trasformazione della Costituzione materiale del Paese. Ora Berlusconi, privo di qualunque cultura politica che non sia quella del gelliano Piano di rinascita democratica, propone che nell'aula sorda e grigia votino solo i capigruppo, senza perdere tempo con quella cosa strana che è la democrazia parlamentare. Due deputati e due senatori, i capigruppi di Pdl e Lega, possono decidere per tutti, naturalmente in linea con il Capo, che poi è l'unico che decide davvero, come a Mediaset. Che dire? Svuotamento del potere legislativo, accentramento dei poteri nell'esecutivo, che procede a colpi di decreto e voto di fiducia, attacco all'autonomia della magistratura, che resterà senza intercettazioni e in balia della polizia (organo dell'esecutivo) a cui sta per essere affidato di fatto il potere di avviare l'azione penale... Il golpe freddo prosegue il suo cammino.

Quando il Pd imploderà...

22 febbraio 2009

Quando il Pd imploderà definitivamente, ci tornerà in mente la faccia di Massimo D'Alema, sabato 21 febbraio, all'assemblea del Pd. A Gad Lerner che chiedeva le primarie subito, ai delegati che invocavano il rinnovamento, a Riccardo Barenghi che domandava discontinuità, D'Alema rispondeva con la sua faccina tra lo scocciato e l'ironico, facendo un buffetto a Barenghi e dicendo: «A voi non ve ne frega niente, ma noi qui abbiamo problemi seri di cui occuparci». Come a dire: bambini, sfogatevi pure, ma lasciate lavorare i grandi, che hanno tanti pensieri... Gli oligarchi hanno perso l'ultima occasione. Vanno felici con Franceschini verso la disfatta alle europee, poi voteranno Bersani, poi Rutelli se ne andrà con l'Udc e via così, verso il baratro. Gli oligarchi, piuttosto che mollare, si chiudono nel bunker, fino alla fine.

Walter va, i capibastone restano
La sconfitta sarda, l'addio, la condanna del corrotto senza il corruttore


18 febbraio 2009

Walter Veltroni lascia il vertice del Pd dopo la disfatta alle elezioni in Sardegna (dove non è stato Berlusconi ad aumentare i voti, ma il Pd a perdere i suoi). Walter ha deciso di non stare ad aspettare di essere impallinato dai colonnelli del partito dopo la prossima sconfitta, alle europee. È uscito di scena scegliendo lui il momento e lasciando il cerino nelle mani dei suoi fratelli-coltelli. Resta il fallimento di una strategia, quella del dialoghismo veltroniano, che ha fatto vincere, rivincere e stravincere il principale esponente dello schieramento a lui avverso. Neppure nominato in campagna elettorale e poi trattato da statista proprio mentre stava preparando il più formidabile attacco alla Costituzione mai visto, un golpe freddo servito con lo stravolgimento del sistema giudiziario, il bavaglio alla stampa, qualche legge razziale. L'avversario senza nome, proprio mentre si consumava l'ultimo atto della segreteria Veltroni, diventava il protagonista senza nome anche di una sentenza milanese che condannava a 4 anni e mezzo un corrotto (l'avvocato David Mills) restato senza corruttore, grazie al lodo Alfano, scudo spaziale salvapremier. Nessun brivido per questo ennesimo schiaffo alla legalità, nessuno scandalo, nessuna denuncia pubblica (né della politica, né dei tg) per il corruttore e per l'incostituzionale legge che lo ha salvato. Così Veltroni esce di scena. Ma chi resta con il cerino in mano - gli oligarchi, i signori della guerra del Pd, i capibastone di una casta immobile e impermeabile - non ha meno responsabilità di lui per la disfatta. Ho fatto un sogno: se ne andavano tutti, lasciando la scena vuota, ma almeno sgombra, pulita, pronta a un rinnovamento vero. Mi sono risvegliato, e ho trovato l'Italia di Sanremo.

Ps. Pippo Civati for president? Successo online per lo sconosciutissimo Giuseppe Civati, proposto per la guida del Pd. Uno scherzo, un paradosso, una goliardata. Ma se invece fosse una cosa seria? Pippo Civati è un giovane e brillante dirigente del Pd di Monza, fuori dalle oligarchie di partito. Certo è impensabile che arrivi di colpo ai vertici romani. Ma è impensabile solo in un partito blidato dalle oligarchie.


La vendetta di Deborah
La legge ammazzacronaca e la galera per i giornalisti made in Bergamini

17 febbraio 2009

L'ossessione dei governi di centrodestra e centrosinistra - ridurre le intercettazioni telefoniche e proibirne la pubblicazione - sta finalmente diventando realtà. Sarà proibito pubblicare le intercettazioni e per i giornalisti che non ci stanno ci sarà la galera. È stata Deborah Bergamini, parlamentare Pdl, a presentare l'emendamento che dispone la cella per i giornalisti. Così si è vendicata per la pubblicazione delle sue intercettazioni. Vediamole. Era il 2005 e Deborah Bergamini, detta Debbi, già assistente di Silvio Berlusconi, era stata piazzata dal suo datore di lavoro alla Rai, come dirigente del Marketing strategico. È incappata per caso nelle intercettazioni disposte dai magistrati milanesi sul crac Hdc del suo amico Luigi Crespi. Ecco che cosa diceva.

1. La morte del Papa. 1 aprile 2005. L'agonia di Giovanni Paolo II sembra essere giunta alla fine. Il presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi sta preparando un messaggio a reti unificate da mandare in onda alla morte del Papa. Deborah Bergamini si dà da fare non per coprire gli eventi meglio della concorrenza, ma per accordarsi con la concorrenza Mediaset, preoccupata soprattutto di una cosa: che Ciampi oscuri Berlusconi, impegnato in difficili elezioni amministrative. Bergamini contatta Mauro Crippa (il suo omologo nell'organigramma Mediaset). Poi Vale (che potrebbe essere Valentino Valentini, assistente del Cavaliere). E infine Fabrizio (forse il direttore di Raiuno Del Noce): «Debora lo avverte che Ciampi sta preparando un messaggio a reti unificate da mandare in onda alla morte del Papa. Debora gli riferisce di aver avvertito Berlusconi. Debora gli dice che Berlusconi pensa che questo metterà in buona luce Ciampi e avrebbe considerato l'ipotesi di rilasciare anche lui delle dichiarazioni».
2 aprile. Il problema di Bergamini? «Bisogna dare un senso di normalità alla gente al di là della morte del papa per evitare forte astensionismo alle elezioni». Mentre il papa muore, il problema sono le elezioni. Un certo Silvio chiama Deborah: «Le dice di avere paura per le elezioni e del probabile forte astensionismo dei cattolici». Poi i due discutono se sia utile o no che Berlusconi parli anche lui, per non farsi rubare la scena da Ciampi.

2. Le elezioni amministrative. Il 2 aprile Bergamini inizia subito a pianificare la strategia mediatica per le elezioni. Poiché le previsioni sono negative, bisogna indorare la pillola, fare in modo che la notizia della probabile sconfitta di Berlusconi sia data nel modo più indolore per lui. Anzi, si deve fare «più confusione possibile per camuffare la portata dei risultati». Per questo dice al telefono che bisogna chiedere a Bruno Vespa «di non confrontare i voti attuali con quelli delle scorse regionali». Poi, alla faccia della concorrenza, partono le consultazioni con Mediaset su come "aggiustare" i palinsesti. Telefonate incrociate tra Bergamini (Rai), Crippa (Mediaset), Del Noce (Rai1), Carlo Rossella (Tg5). Del Noce telefona al Bergamini: «Le comunica che Vespa ha parlato con Rossella. Del Noce le riferisce che Vespa accennerà in trasmissione "al Dottore" (ndr, Silvio Berlusconi) ad ogni occasione opportuna"». Alle 22 l'agenzia Ansa batte la notizia della morte di Giovanni Paolo II. Continuano le consultazioni sui palinsesti. Domenica 3 aprile, si aprono i seggi per il voto. Bergamini parla con Del Noce e con altri della consultazione elettorale. I due parlano male di Mauro Mazza (direttore del Tg2), troppo vicino ad An. In un'altra telefonata, Bergamini si preoccupa per il «ritorno di immagine negativo della presenza di Berlusconi alla trasmissione televisiva di venerdì 1 aprile». Alle 21.29, a Deborah telefona Francesco Pionati, allora notista politico del Tg1, poi senatore Udc e oggi Pdl: i due parlano delle elezioni, della Rai e, già che c'è, Pionati «si raccomanda a Berlusconi tramite la Bergamini».

Lunedì 4 aprile è il giorno della verità: arrivano i risultati elettorali, non buoni per Berlusconi. Bergamini chiede a Niccolò Querci, di Mediaset, di «mettere una cosa forte in prima serata su Canale 5», per distrarre gli ascoltatori dai risultati elettorali. E rubarli a Rai2, che farà una serata sul voto a cura di Mazza, che evidentemente è considerato più vicino a Fini che a Berlusconi. Poi scende in campo il direttore generale della Rai, Flavio Cattaneo: chiama Bergamini e dice che «non è il caso di mandare in onda i dati». Oddio, anche loro si rendono conto che «prima o poi dovranno dare i dati». Ma «Cattaneo dice che terranno duro più possibile». Alle 19.30 arriva la telefonata da Arcore: è «Berlusconi per Bergamini». Che cosa si dicono resta un mistero, perché il brogliaccio non può riportare le parole di un deputato. Intanto Cattaneo non demorde: «Dice che deve essere Nexus a dire che non ha i dati nazionali, non la Rai. Bergamini conferma che non li produrrà Nexus. Bergamini dice che alle 10.30 poi il Tg3 potrà dare i dati che vuole. Cattaneo dice che anche Vespa fa la serata elettorale e la Bergamini sostiene che "tanto Vespa è Vespa"». Il mattino seguente è ormai chiaro che per Berlusconi è una Caporetto. Debbi pensa ai rimedi. Dice che bisogna cambiare il portavoce di Berlusconi, che «bisogna cambiare il modo di comunicare». L' 8 aprile, in una telefonata, Bergamini si lamenta che «Berlusconi è stato inquadrato pochissimo dalle telecamere presenti al funerale del Papa».

3. Il festival di Sanremo.
Il 24 agosto 2004, Nicolò Querci parla con un uomo di Bonolis, «che ha detto di non capire nulla di musica anche se è stato nominato direttore artistico di Sanremo». Nessun problema: Querci (uomo Mediaset) può risolvere i problemi di Sanremo (programma di punta Rai). «Nicolò dice che in relazione a Sanremo ha avuto delle idee e che vuole comunicare all'uomo. Nicolò, tuttavia, dice che la cosa comunque non deve sapersi in giro». Perché Sanremo è Sanremo.

La nuova bandiera
Antigone, Tommaso d'Aquino, Karol Wojtyla


10 febbraio 2009

Sulla vita e sulla morte è bene riflettere moltissimo e parlare pochissimo. Ma di certo non è lo Stato che può decidere e imporre. Ora i già "liberali" e "liberisti", i tifosi della libertà e del "meno Stato", dopo molte parole e debole riflessione, vogliono imporre la loro religione, la loro etica di Stato. E non per convinzione di fede, ma per (blasfemi) motivi di ideologia. Hanno trovato finalmente una bandiera, caduto il vento che gonfiava quella dell'anticomunismo. Ci hanno scritto su: vita. L'hanno innalzata come nuovo vessillo di un composito esercito che ha nelle prime file schiere mercenarie senza dignità e senza senso della legalità. ("Antigone ebbe il privilegio di ribellarsi alle leggi. Ma come ci si ribella all'illegalità?"). Sulla vita e sulla morte le poche certezze sfumano in un'infinita interrogazione, analisi interminabile, stupore, dramma e meraviglia. Si può essere contro l'aborto, si può non voler rompere mai un pur tenue filo che ci tiene aggrappati a ciò che ancora chiamiamo vita. Nessuno deve poter imporre d'abortire o di spezzare quel filo. Ma nessuno deve imporre neppure le scelte contrarie. Quando inizia una vita, dove Tommaso d'Aquino ne aveva indicato lo sbocciare, o prima? Dov'è il confine tra la vita e una morte dignitosa, quello che anche papa Wojtyla scelse, quando chiese di essere lasciato andare alla casa del Padre? Non potrà essere lo Stato a deciderlo: potrà invece disegnare i contorni in cui si devono iscrivere le diverse scelte di libertà. Ma almeno ci si risparmi l'ipocrisia, la beffa e la violenza di chi fa la sua danza macabra attorno a un corpo di donna (già: se Eluana fosse stata uomo, sarebbero state diverse tante parole dette?). Ci venga risparmiato almeno lo sberleffo di chi ci vuol imporre un'etica di Stato parlando di libertà.

Prove tecniche di golpe
Una settimana indimenticabile di cose terribili, grandi e minute


8 febbraio 2009

È stata una delle settimane più drammatiche degli ultimi anni. 1. Il governo ha varato le sue norme sulla "sicurezza", in realtà vere e proprie leggi razziali: tolta (con la minaccia di essere denunciati) l'assistenza medica agli immigrati non regolari, imposta una tassa etnica di soggiorno per immigrati e rom, iscrizione in liste obbligatorie per i barboni, legittimazione per le bande leghiste, alias ronde padane... 2. Il governo ha presentato la sua controriforma della giustizia, che cambia i connotati al sistema giudiziario in Italia, rende quasi impossibile indagare sui politici e sui potenti e contiene un'ennesima norma ad personam per Berlusconi (ne parleremo presto). 3. Il caso Eluana Englaro, dolorosissimo e delicatissimo, è stato preso a pretesto per sferrare un attacco agli equilibri costituzionali, al presidente della Repubblica, alla Costituzione repubblicana (da cambiare perché scritta, ha dichiarato Berlusconi, "molti anni fa sotto l'influenza della fine di una dittatura e con la presenza al tavolo di forze ideologizzate che hanno guardato alla Costituzione russa come a un modello da cui prendere molte indicazioni").

Siamo alle prove tecniche di golpe. Con la sfida al capo dello Stato e la denigrazione della Carta costituzionale su cui anche Berlusconi ha giurato. Il tutto fatto in un clima di imbroglio, di insopportabile rovesciamento della verità: noi siamo per la libertà e per la vita, contro quelli che sono per lo Stato e per la morte, ha detto il presidente del Consiglio. Ma è proprio la libertà di scegliere che sta attaccando, imponendo una disciplina di Stato sui cosiddetti temi eticamente sensibili, imponendo un'etica obbligatoria di Stato. È così: dicono di essere per la vita perché obbligano all'accanimento medico su una persona la cui vita vera è finita 17 anni fa, e contemporaneamente fanno una legge che impedisce la vita alle donne e agli uomini vivi, dicendo ai medici di denunciare i clandestini. E con un ministro della Repubblica, Roberto Maroni, che dichiara che bisogna "essere cattivi" con gli immigrati clandestini, dimostrando di non sapere che cosa siano le istituzioni, che non possono e non devono essere né buone né cattive.

E gli italiani-brava-gente per ingiustificata fama, dimostrano subito di essere come li vuole il ministro: tentano di linciare (e non è la prima volta) un romeno ubriaco che aveva appena ammazzato un uomo in un incidente stradale. Sì, stanno emergendo gli italiani cattivi che tanto piacciono al ministro, gli italiani delle ronde, della giustizia fai da te. Gli italiani incattiviti. Legittimati dal governo e dagli uomini di partito che danno l'esempio. Come Roberto Manenti: sindaco leghista di Rovato, in provincia di Brescia, noto per le sue battaglie per la moralità e contro la prostituzione, che in questi giorni è stato condannato a sei anni per aver stuprato una prostituta romena di 19 anni. Come Massimo Ponzoni, assessore della Regione Lombardia, condannato ad abbattere, lui, assessore all'Ambiente, le sue due villette abusive in Brianza. Come Silvio Berlusconi: un presidente del Consiglio che dice che, per evitare gli stupri, ci vuole un carabiniere a scorta di ogni bella donna. Rivelando così la sua concezione dello stupro e della donna: se una donna è bella, è naturale che gli uomini siano tentati di stuprarla. Del resto, a una bella donna che Silvio aveva raccomandato nelle famose intercettazioni al presidente di Rai fiction Agostino Saccà, è finalmente arrivato un piccolo premio: Elena Russo fa la testimonial di Napoli liberata dalla munnezza in una pubblicità progresso pagata dalla presidenza del Consiglio.

Intanto la crisi economica e sociale avanza inesorabile, il cosiddetto federalismo approvato dal governo avrà costi insostenibili in tempi di crisi e moltiplicherà la casta. Ma Berlusconi tira diritto. Sfida le istituzioni e la Costituzione. Procede nelle sue prove tecniche di golpe. E chi non è d'accordo si prepari al peggio. Un piccolo assaggio: gli operai di Pomigliano d'Arco che volevano scioperare sono stati massacrati dalla polizia. Era tanto che non succedeva.

Sono tornate le leggi razziali

6 febbraio 2009

Ecco che cosa scrive il giurista Domenico Gallo su Liberazione (5 febbraio 2009):
«Sono passati pochi giorni dal 27 gennaio, "Giorno della Memoria", istituito con una legge del 2000: "al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei". (...) Malgrado il giorno della memoria, noi rimaniamo un popolo di smemorati, tanto da non renderci conto che le leggi razziali sono tornate. Sono tornate in pompa magna, con tanto di deliberazione parlamentare ed è tornato lo stesso linguaggio di discriminazione (fino all'eccitazione all'odio razziale) da parte dei capi politici che additano i gruppi sociali più deboli (immigrati, Rom, senza casa) come capro espiatorio del crescente disagio sociale.

«Dall'avvento del nuovo Governo, i semi delle leggi razziali sono stati distribuiti un po' dovunque nelle pieghe della legislazione e dei provvedimenti governativi (per esempio la schedatura dei bambini Rom), ma con la legge che approva, al Senato, la seconda parte del pacchetto sicurezza, non sono soltanto i semi della discriminazione verso i gruppi sociali più deboli che vengono diffusi nell'ordinamento, sono gli stessi specifici istituti previsti dalle leggi razziali del 38 ad essere riesumati. E' cambiato soltanto l'oggetto della discriminazione. Con il Regio decreto legge del 17 novembre 1938 (provvedimenti per la difesa della razza italiana) furono introdotte nell'ordinamento una serie di misure persecutorie, la prima della quali consisteva nel divieto dei matrimoni misti (art. 1 "il matrimonio del cittadino italiano di razza ariana con persona appartenente ad altra razza è proibito"). Adesso è tornato lo stesso divieto. Il disegno di legge sulla sicurezza votato dal Senato, prevede (art. 39, comma 1, lett. f) e art. 5) l'impossibilità giuridica per gli stranieri, che non siano titolari di un permesso di soggiorno in corso di validità, di contrarre matrimonio. Il che significa che, sia pure in modo mascherato, è stato reintrodotto nel nostro ordinamento il divieto dei matrimoni misti (fra cittadini italiani e cittadini extracomunitari in condizione di irregolarità amministrativa).

«Nel luglio del 1938 fu istituita presso il Ministero dell'Interno la Direzione generale per la Demografia e la Razza (Demorazza), con il compito di provvedere al censimento della popolazione ebraica presente in Italia, e quindi di mantenere ed aggiornare un registro degli ebrei. Adesso è ritornato lo stesso istituto, rivolto ad una speciale categoria di soggetti deboli: l'art. 44 del disegno di legge sulla sicurezza prevede l'istituzione presso il Ministero dell'Interno di un registro dei senza casa. Ma a cosa serve un registro dei clochard? La storia ci insegna che il registro degli ebrei fu molto utile alla SS, che trovarono gli elenchi già pronti. Forse un domani il registro dei clochard potrebbe tornare utile alle ronde che la stesso provvedimento di legge istituisce (art. 46) per contribuire al presidio del territorio. Magari potrebbero utilizzarlo per bonificare il territorio.

«Ma la fantasia dei legislatori leghisti del nostro tempo si è spinta anche oltre gli istituti previsti dalle leggi razziali. Infatti il fascismo aveva consentito ai genitori di razza ebraica di conservare la patria potestà sui figli, prevedendo che potessero perderla soltanto in un'ipotesi inverosimile, vale a dire nel caso che, qualora i figli appartenessero a religione diversa da quella ebraica, i genitori pretendessero di impartire loro una educazione non corrispondete ai principi religiosi dei figli o "ai fini nazionali" (art. 11 del Regio decreto 17 novembre 1938). Con la nuova legislazione gli appartenenti alla razza degli immigrati extracomunitari, non dotati di titolo di soggiorno, non possono compiere atti di stato civile. Questo significa che una donna che partorisce, non potrà riconoscere il proprio figlio naturale, che nascerà come figlio di nessuno, e quindi verrà tolto alla madre naturale ed affidato ad un istituto. Per fortuna la difesa della famiglia è al primo posto nell'agenda politica di questa maggioranza, clericale e timorata di Dio, altrimenti chissà cos'altro avremmo dovuto aspettarci. Del resto non dobbiamo preoccuparci più di tanto, i nostri leaders politici sono contrarissimi alle leggi razziali (del fascismo): abbiamo dimenticato i viaggi di Veltroni ad Auschwitz?».


È tutta colpa di Genchi!

4 febbraio 2009

Il Corriere sbatte oggi in prima pagina un titolo che poi smentisce nel testo ("Genchi, 5 milioni di numeri di telefono"). Un italiano su dieci: Genchi avrebbe chiesto alle società telefoniche, scrive il Corriere, «5 milioni e mezzo di intestazioni anagrafiche». Dopo questo mirabolante titolo e questo sensazioonale attacco in prima, nell'interno il Corriere spiega che, come ribadito più volte da Genchi, il numero delle richieste va diviso per quanti sono gli operatori telefonici, e poi ancora per le volte in cui la stessa scheda sim ha cambiato intestatario. Con un calcolo che non deve essere troppo difficile neppure per il Corriere, i 5 milioni sparati in prima diventano subito poche centinaia di migliaia. Ma il conticino non viene fatto, perché è in corso una campagna "anti-intercettazioni" (anche se di intercettazioni Genchi non ne ha fatte neanche una), in vista della legge sulle intercettazioni che darà meno sicurezza ai cittadini e più impunità a politici e criminali.

26 gennaio 2009

Silvio Berlusconi ha annunciato che sta per scoppiare lo scandalo più grave della Repubblica: migliaia di persone intercettate, ignari cittadini sotto controllo. Il riferimento è al cosiddetto archivio Genchi, cioè ai file raccolti da Gioacchino Genchi, poliziotto in aspettativa e consulente informatico di molte procure italiane (anche di Luigi De Magistris, per le indagini che poi gli sono state sottratte). Da tempo si stanno addensando nuvole nere attorno all'ex poliziotto, già definito, nell'autunno 2007, «Licio Genchi» dall'allora ministro Clemente Mastella, i cui tabulati erano finiti nei computer del superconsulente. In verità Genchi non organizzava logge segrete, semmai contribuiva a smantellarle, visto che De Magistris stava indagando proprio su un gruppo informale, un comitato d'affari che, nell'ipotesi investigativa del magistrato, appariva come una vera e propria associazione segreta. Poi l'indagine fu sottratta a De Magistris e la consulenza a Genchi.

Oggi gli investigatori sono diventati indagati e Berlusconi annuncia che sta per scoppiare il superscandalo. Strano: erano i suoi amici della P2 (quella originale, quella di Licio Gelli) ad avere ereditato i segreti (e il relativo potere di ricatto) di quello che era finora considerato il più grave scandalo della Repubblica a base di controlli e dossier: lo scandalo del Sifar, con migliaia di schedature illegali fatte dagli uomini del servizio segreto militare. Strano: credevamo che, dopo quello del Sifar, fosse degno di nota lo scandalo degli spioni della Telecom di Marco Tronchetti Provera, amico di Berlusconi, che avevano anch'essi messo insieme migliaia di dossier illegali. Oppure quello della centrale Sismi di via Nazionale, a Roma, dove Pio Pompa e Niccolò Pollari, amici di Berlusconi, dopo il 2001 si erano messi al lavoro per «disarticolare», «neutralizzare» e «dissuadere», anche con «provvedimenti» e «misure traumatiche», i nemici del leader di Forza Italia in quel momento appena tornato al governo. E invece no. Il vero scandalo, scopriamo oggi, è il cosiddetto "archivio Genchi". Ma che cos'è l'"archivio Genchi"?

Punto primo: qualunque cosa sia, non c'entra con le intercettazioni. Genchi di intercettazioni non ne ha fatta neppure una. Il lavoro in cui Genchi eccelle è quello dell'analisi e dell'incrocio dei tabulati telefonici, che permettono di sapere chi parla con chi, quanto spesso, da quali luoghi (ma non che cosa dice). Punto secondo: Genchi queste informazioni non le ha raccolte ed elaborate in proprio, ma su richiesta e per conto delle procure della Repubblica che gli hanno regolarmente commissionato le consulenze. Punto terzo: può essere che Genchi si sia "allargato", che i suoi rapporti alle procure andassero al di là dell'incarico tecnico, ipotizzando scenari, fornendo interpretazioni. Ma questo non è un reato; sta al magistrato, e solo a lui, decidere come utilizzare le consulenze tecniche.

Punto quarto: Genchi è andato oltre il mandato affidatogli dai magistrati, indagando sui colloqui telefonici di persone estranee alle indagini e sviluppando incroci di traffico telefonico al di fuori del controllo dei magistrato? Oppure, punto quinto, ha accumulato nei suoi computer dati provenienti da consulenze che si sono succedute nel tempo, realizzando un archivio personale? Questo non risulta. Tutto il lavoro di Genchi era sempre a disposizione dei magistrati che gli avevano affidato le consulenze. Ed è certo - punto sesto - che nessun elemento raccolto è stato utilizzato se non per le indagini. Genchi non ha utilizzato i dati in suo possesso per realizzare una centrale privata di spionaggio o di ricatto, ma sempre e soltanto per arricchire le indagini dei magistrati che gli affidavano le consulenze e per contrastare le centrali di potere e ricatto.

Il punto settimo è anche la conclusione della storia. Lo "scandalo Genchi" è cavalcato ad arte da Berlusconi e dai suoi per ottenere un risultato politico: ridurre l'impiego delle intercettazioni e delle indagini sui traffici telefonici, con la scusa che saremmo tutti intercettati, tutti sotto controllo, tutti a rischio di violazione della privacy; e togliere al pubblico ministero la guida delle indagini e il controllo della polizia giudiziaria, in nome degli "abusi" fin qui commessi. Così Berlusconi farebbe un passo da gigante verso la sua meta: annullare i controlli di legalità sui politici, rendendo il pubblico ministero un "avvocato dell'accusa", senza strumenti efficaci d'indagine, senza autonomi poteri d'inchiesta, che sarebbero concentrati nelle mani della polizia (che è organo del governo).

Ai magistrati non resterebbe che stare in ufficio ad aspettare che qualche poliziotto di buona volontà porti loro le notizie di reato da sviluppare. Sarebbe realizzata la discrezionalità dell'azione penale, perché sarebbe in ultima analisi il governo, cioè la politica, a decidere quali reati perseguire e quali no. Piuttosto difficile pensare che sarebbero perseguiti i reati dei politici... Difficile anche capire come i cittadini potrebbero avere più garanzie: indagini e intercettazioni sarebbero nelle mani delle polizie e dei servizi di sicurezza, senza l'immediato controllo di legalità oggi esercitato dall'autonomo potere giudiziario. Attorno allo "scandalo Genchi" si gioca dunque una battaglia decisiva per la difesa della divisione dei poteri e dello Stato di diritto.


Pensieri Fini sulla giustizia

10 gennaio 2009

Il presidente della Camera Gianfranco Fini propone sei punti per «riformare la giustizia». Subito accolti con entusiasmo dall'opposizione e anche da molti magistrati. Effettivamente hanno un'aria diversa dai toni golpisti e anticostituzionali di Berlusconi e dei suoi ultrà. Ma vediamoli uno per uno.

1. «È auspicabile che le modifiche normative scaturiscano da un ampio confronto parlamentare tra le forze politiche e tutti gli operatori del settore» e non siano «frutto di situazioni contingenti», né siano reazione «alle ultime controverse vicende giudiziarie».

2. Ci sono «lungaggini e disfunzioni» e «un crescente sentimento di sfiducia nei confronti della giustizia»: per forza, tre quarti dei politici, presidente del Consiglio in testa, la delegittimano da 15 anni. La smettano immediatamente. E poi procedano rapidamente alla riforma che serve davvero: dare più mezzi e più uomini al sistema giudiziario e rendere più rapidi i processi.

3. «Il principio costituzionale dell'obbligatorietà dell'azione penale» è un valore, «risulta però svuotato della sua effettività». Quindi si facciano depenalizzazioni e poi «il Parlamento, sentita la Procura generale della Cassazione» fissi «i criteri per individuare i reati ai quali dare priorità di trattazione». Ma non è vero che oggi ci sia la «discrezionalità dei pm»: per tutti i reati di cui giunge notizia ai pm si apre un fascicolo, si deve aprire un fascicolo. E il gip deve, a indagine compiuta, dare le sua valutazione: anche obbligando il pm a riaprire l'indagine, se non è convinto che si debba archiviare. E poi: se anche fosse vero (e non lo è) che oggi i pm si possono imboscare le notizie di reato, visto che l'obbligatorietà dell'azione penale è un valore, allora la riforma da fare non è quella di rendere lecito l'imboscamento, ma quella di obbligare a rispettare l'obbligatorietà, dando ai magistrati i mezzi necessari.

4. Riformare il Csm per superare «in modo definitivo quelle nefaste logiche correntizie che lo hanno finora penalizzato e screditato». D'accordo, ma se poi la riforma del Csm, per colpire la sua "politicizzazione", è l'aumento dei membri di nomina politica, allora è una presa in giro.

5. La separazione delle carriere. «È necessario scindere i ruoli, ma senza che ciò comporti la subordinazione del magistrato requirente ad altro potere che non sia quello giudiziario». Le funzioni sono già state separate. Andare oltre significa sottomettere il pm all'esecutivo. Quanto al «periodo di tirocinio sotto la guida di un magistrato esperto», c'è già: hanno detto a Fini che prima di avere una propra sede i magistrati fanno un periodo da uditori presso magistrati esperti?

6. Le intercettazioni. «Sono e devono restare uno strumento indispensabile di ricerca della prova dei reati. (...) Escludere la corruzione getterebbe un discredito sulla politica devastante per la credibilità della democrazia parlamentare». E va bene. Ma poi Fini se la prende con «la gogna mediatica». L'informazione non è gogna, è diritto dei cittadini a conoscere le logiche dei poteri e le malefatte dei potenti. I divieti di pubblicazione valgono quando bisogna tutelare l'indagine. Per tutelare l'immagine, l'inquisto ha altre strade: per esempio non commettere reati.

Ignazio La Russa va a messa in Duomo
"Oltraggio islamico" e "riparazione cristiana": due modi di dire "Gott mit uns"

10 gennaio 2009

Anni fa la Padania , il giornale della Lega, pubblicò in prima pagina un fotomontaggio in cui si vedeva piazza Duomo, a Milano, occupata da islamici in preghiera. "Finiremo così", minacciava il titolo. Ora quella profezia si è realizzata, al termine della manifestazione contro l'attacco a Gaza. E ieri Ignazio La Russa ha tentato di strappare la scena alla Lega, invitando "gli amici" a reagire, con la partecipazione a una "messa riparatrice" in Duomo. Una brutta reazione a una brutta iniziativa. Intendiamoci: non è affatto scandaloso che piazza Duomo sia usata anche per una preghiera, islamica o cristiana che sia. Piazza Duomo non è proprietà della Chiesa, è uno spazio pubblico, è il cuore della città, è il suo centro reale e simbolico. Lì terminano le grandi manifestazioni sindacali e i grandi cortei di protesta; lì si tengono i comizi dei leader politici, ma anche i concerti pop; lì ieri i pensionati si radunavano per i loro speakers' corner all'italiana e oggi si danno appuntamento i gruppi di stranieri.

Ma quella preghiera, dopo un corteo politico, dopo le bandiere d'Israele bruciate, sincronizzata con manifestazioni simili avvenute in altre città in Italia e in Europa, è diventata irrimediabilmente un'espressione d'integralismo, di cattiva commistione tra politica e religione. Non è sfuggito neppure ad Abdel Hamid Shaari, direttore dell'Istituto culturale islamico di via Jenner, che ha definito «inopportuna» quell'iniziativa, perché «il vero Islam deve tenere separata la politica dalla religione».

Ma a questo punto La Russa, che è un ministro della Repubblica, ha pensato bene di rispondere con un'iniziativa apparentemente opposta ma in realtà simmetrica: la fantomatica (e a dir la verità non troppo propagandata) "messa riparatrice" in Duomo. Oggi capita ormai sempre più spesso che atei devoti, pagani sposati con rito celtico, divorziati e peccatori non pentiti, cattolici tiepidi o non più praticanti pretendano di dare lezioni di fede e di teologia a vescovi e cardinali. Mentre l'arcivescovo Dionigi Tettamanzi ha reagito con il suo collaudato buon senso, invitando alla comprensione e al rispetto reciproco, il segnale mandato da un ministro della Repubblica è andato in senso opposto, invitando nei fatti a "lavare" l'affronto islamico con il detersivo delle preghiere cristiane. È l'eterno, incauto, e alla fine controproducente tentativo di arruolare Dio sotto la propria bandiera, di piegare la religione a strumento politico. È - spinto all'estremo - il Gott mit uns («Dio con noi») da cui nascono opposti integralismi, scontri di civiltà e grandi sciagure.

Nel caso di La Russa è - se ci è permesso - anche sintomo di zoppicante conoscenza del catechismo: perché l'utilizzo di temi e simboli religiosi per altri fini, per scopi politici, è bestemmia, è idolatria. Peccato diffuso, nell'era del declino della tolleranza e dell'Occidente alla ricerca di nuove identità, ma non per questo meno grave. Che sia peccato secondo il catechismo è, eventualmente, un problema di La Russa. Il fatto è che è anche un grave errore culturale e una controproducente mossa politica: e questo è un problema di tutti noi. (La Repubblica, 10 gennaio 2009)

Il gioco dell'oca di Silvio
L'incredibile esito della vicenda Alitalia

8 gennaio 2009

Se questo Paese esistesse una stampa libera (e se l'opposizione non fosse impegnata a difendere gli inquisiti, a registrare colloqui imbarazzanti e a discutere se è meglio Grand Hotel, Luxuria o Fagioli), Berlusconi e il suo governo sarebbero inchiodati ai pessimi risultati con cui s'affacciano all'anno nuovo. La crisi economica avanza, la cassa integrazione cresce del 500 per cento (!), la corruzione (bipartisan) imperversa, il debito pubblico cresce, le tasse aumentano. E a dispetto della propaganda, le città non sono affatto più sicure, gli stupri e le aggressioni continuano, gli sbarchi di clandestini sono aumentati.

La vicenda Alitalia, poi, è finita nel modo più ridicolo (o drammatico, dipende dall'umore e dai punti di vista). Alitalia sarà di Air France. Dopo un lungo, faticoso e costosissimo gioco dell'oca, è tornata alla casella di partenza. Ad Air France, come era stato deciso dal governo Prodi e smontato da Berlusconi per poterci fare la campagna elettorale in nome dell'italianità della compagnia di bandiera. Solo che allora Alitalia sarebbe stata comprata (e pagata) da Air France, adesso a pagare siamo noi. Il gioco dell'oca ci è costato 3 miliardi di euro, che pagheremo in tasse, e 5 mila esuberi in più. Un bel risultato, non c'è che dire, una bella cifra per finanziare la campagna tricolore di Berlusconi (e di Tremonti: «Mi commuovo quando all'estero vedo i colori italiani sulla fusoliera dei nostri aerei»). L'italianità svanirà al primo aumento di capitale, in compenso dovremo sborsare 3 miliardi per salvare non Alitalia, che ormai è ridotta all'osso, ma l'Air One di Carlo Toto che stava precipitando a causa dei debiti. E per fare un favore alla Banca Intesa di Corrado Passera, che aveva prestato i soldi a Toto. Complimenti, bel risultato, a spese dei cittadini. Se in questo Paese esistessero una stampa libera e un'opposizione...

«Le indagini si sgonfiano!»
E tutti felici (contro i giudici)

4 gennaio 2009

Si consolano così. Un gip qua, un riesame là, qualche ritocco lo danno alle indagini; e a volte smentiscono il pm. È successo a Napoli, ma soprattutto a Potenza e a Pescara. È normale dialettica processuale. È la prova che il sistema funziona: i gip e il riesame esistono proprio per vagliare le attività dei pm. Ma loro, no, loro, i politici, gongolano e strillano: vedete? i pm sbagliano, sono smentiti dai giudici! Le indagini si sgonfiano, le indagini si sgonfiano! Magra consolazione. La corruzione resta profonda. Nel bel mezzo dell'epidemia, invece di fare qualcosa per fermare il contagio, i politici fanno festa per un paio di consulti che hanno smentito (e solo parzialmente) le diagnosi più gravi. Intanto, tutto attorno, l'epidemia continua inesorabile.

Le smentite sono in qualche caso solo parziali: un giudice sostiene per esempio che il tal politico non sta in una associazione a delinquere, ma è solo un ladro semplice. Che c'è da festeggiare, cari miei? E poi il gioire per una svolta processuale dimostra, paradossalmente, la subordinazione della politica al piano giudiziario: invece di fare festa, i partiti abbiano il coraggio di prendere decisioni autonome, cacciando chi è indegno di guidare le istituzioni, e possibilmente prima che se ne occupi qualche giudice. Anche perché ci sono comportamenti che non sono reato sul piano penale, ma sono inaccettabili o almeno discutibili sul piano politico.
E ancora: se un gip o il tribunale del riesame smentisce l'impianto accusatorio del pm, vuol dire che il sistema funziona. Che senso ha allora prendere quelle smentite a pretesto per proporre (ancora!) la cosiddetta "riforma della giustizia"? Che poi vuol dire: meno autonomia per il pm che indaga, più libertà per il politico che ruba.

Ci sta cascando anche il Pd, oggi coinvolto negli scandali (anche se ne deve fare di strada, per raggiungere il grado di corruzione del centrodestra). Il ministro ombra della giustizia, Lanfranco Tenaglia, ha detto che il suo partito è disponibile a introdurre un collegio di tre giudici per decidere sulla custodia cautelare e a discutere il riequilibrio tra accusa e difesa. Con i tre giudici il processo diventerà ancora più lungo e, nelle piccole sedi giudiziarie, pressocché impossibile, se non si farà la vero riforma della giustizia, quella che dà più uomini e più mezzi e che ridisegna le sedi giudiziarie. Quanto al riequilibrio, nella nostra Costituzione, grazie a Dio, la pubblica accusa non è sullo stesso piano della difesa. E comunque, se proprio vuole impegnarsi, ci aspettiamo che gli avvocati siano obbligati a comportarsi come i magistrati, per esempio smettendo di esercitare la professione una volta eletti in Parlamento, così finalmente finirà lo scandalo degli legali che alla Camera e al Senato fanno leggi a favore dei loro clienti.


Di Pietro, pulizia nel partito
I tanti riciclati nella classe dirigente dell'Italia dei valori

4 gennaio 2009

Cristiano Di Pietro si è dimesso dall'Italia dei valori dopo la pubblicazione delle intercettazioni in cui faceva qualche raccomandazione al provveditore delle opere pubbliche di Napoli. È bene mantenere il senso delle proporzioni: fare una raccomandazione non è come comprare una sentenza per Berlusconi (Cesare Previti) o tenere i rapporti tra Berlusconi e Cosa nostra (Marcello Dell'Utri). Per il "Giornale", invece, le vicende di Di Pietro, padre e figlio, sono in prima pagina una notizia più importante dell'intervento israeliano a Gaza. I fogli berlusconiani scoprono la questione morale quando questa coinvolge il Pd o sfiora Di Pietro, dopo aver difeso schiere di corrotti e di mafiosi della loro parte politica. Detto questo, è bene però dire chiaro che chi predica la legalità deve anche praticarla con assoluto rigore, altrimenti perde la faccia. E bene farebbe Antonio Di Pietro (anche dopo le accuse ad Americo Porfidia, il deputato Idv che sarebbe indagato per rapporti con la camorra) a disboscare il suo partito dai tanti riciclati che si sono imbarcati nell'Italia dei valori.

Il feticismo del dialogo
La democrazia è dialettica e scontro, non braghe calate (sempre da una parte)  
2 gennaio 2009

«Se ne fossi capace, vorrei scrivere un inno alla discordia, alla lotta, alla disunione degli spiriti. Il bello, il perfetto, non è l'uniformità, non è l'unità, ma la varietà e il contrasto». Luigi Einaudi

«Là dove esistono conflitti arde la fiamma, lo Spirito Santo è all'opera». Carlo Maria Martini

Chissà perché in Italia c'è sempre qualcuno che inneggia al dialogo, all'unità, alla concordia. Lo fanno molti leader politici, lo ha fatto il capo dello Stato nel messaggio di fine anno. C'è sempre qualcuno che sogna grandi "riforme" (?), che chiede commissioni bipartisan, che brama volonterosi al lavoro, che ha nostalgia della Bicamerale... Come se non ci fosse già un luogo dove la democrazia forma le decisioni: il Parlamento della Repubblica.

Unità? Innanzitutto io non vedo 'sta gran divisione: dov'è lo scontro, la conflittualità, la lotta? Mi guardo attorno e vedo pace sociale, bassa conflittualità sindacale, piazze vuote, fabbriche tranquille, scuole ordinate, politica eternamente dialogante, tg a reti unificate... Non vedo scontri di piazza, occupazioni, proteste, non vedo partiti che si accapigliano né ostruzionismo parlamentare. E questo clima non mi pare un buon segno: la democrazia non è uniformità, ma è scontro, come diceva anche Luigi Einaudi (non Che Guevara). È dal confronto democratico tra spinte diverse che può nascere una buona sintesi, non dalle braghe calate (e poi, chissà com'è, a calarle devono essere sempre gli stessi...).

Certo: c'è stata l'unità nazionale, come ricorda il capo dello Stato: nel primo dopoguerra e nel contrasto al terrorismo. Ma non vedo oggi una situazione paragonabile a quei momenti, in cui l'unità è stata raggiunta in nome della Costituzione repubblicana, dello Stato democratico da costruire dopo il fascismo o da difendere da nemici armati. Oggi, semmai, la Costituzione è indicata da una parte politica come un ostacolo da rimuovere, è considerata come il libretto d'istruzioni di una lavastoviglie, che si può riscrivere a piacimento.

Unità su che cosa, di grazia? Unità sul contrasto alla crisi economica: bene l'obiettivo, ma si fatica a vedere gli strumenti e la strategia messi in campo per raggiungerlo. Unità sul contrasto alla crisi politica: e qui essere uniti mi pare davvero difficile. Perché la politica sta reagendo alla sua crisi non riformando la politica, ma abbassando la soglia di legalità (come per l'inquinamento dell'acqua: la si rende bevibile alzando le soglie di veleni tollerati). C'è la più grave crisi della politica mai vista dal dopoguerra, e si fa finta (anche a sinistra) che invece ci sia la crisi della giustizia: il problema non sono i politici che rubano, ma i magistrati che li indagano e li intercettano. È questa, l'unità che si vuole? Destra e sinistra che si siedano a un tavolo per separare le carriere dei magistrati, togliere al pm la direzione delle indagini, proibire le intercettazioni e così via? Ecco dove cade il feticismo del dialogo: al solito, eterno sogno d'impunità della politica italiana.

(Stasera al Tg1 il ministro ombra della Giustizia del Pd, Lanfranco Tenaglia, ha detto che il suo partito vuole, tra l'altro, il riequilibrio tra accusa e difesa. Bene. Dunque ci aspettiamo che gli avvocati siano parificati ai magistrati, per esempio che i legali eletti in Parlamento siano obbligati a lasciare la professione, ponendo fine allo scandalo degli avvocati che in Parlamento fanno leggi a favore dei loro clienti).

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GLI APPUNTAMENTI
in Italia con
Gianni Barbacetto


1 febbraio 2010, ore 21.
SERATA SULL'ACQUA.
Milano, Camera del lavoro

30 gennaio 2010, ore 16
GIORNALISTI E QUERELE
con Milena Gabanelli
e Katia Malavenda
Milano, Circolo della stampa

25 gennaio 2010, ore 21
In ricordo di Roberto Franceschi,
PFM PAROLE E MUSICA
Milano, Università Bocconi

22 gennaio 2010, ore 18.30
Milano, Libreria Mondadori corso Vittorio Emanuele,
PRESENTAZIONE DI "GIANNI LETTA, biografia non autorizzata", con Giusy Arena, Filippo Barone, Leo Sisti

12 dicembre 2009, ore 17.30
Milano,Mondadori Duomo
"IL GRANDE VECCHIO", PRESENTAZIONE
CON GHERARDO COLOMBO E GERARDO D'AMBROSIO

10 dicembre 2009, ore 17
Milano, Scienze politiche,
via Conservatorio 7
"IL GRANDE VECCHIO"
Piazza Fontana e la strategia della tensione. Ne discuteranno i professori Roberto Chiarini, Aldo Giannuli, Paolo Mieli, Nicola Tranfaglia

22 novembre 2009, ore 18.30
Bari, Chiesa Cristiana
Avventista del 7º Giorno
Via S. Quasimodo, 68
GIUSTIZIA E UGUAGLIANZA

17 novembre 2009, ore 21Milano, presso il Ruolo terapeutico, via Giovanni Milani 12
IL LODO COMPRATO
Presentazione del film "L'affaire Mondatori" di Mosco Boucault e Gianni Barbacetto

14 novembre 2009, ore 9.30
Milano, Umanitaria, via Daverio 7
FORUM MILANESE CONTRO LE MAFIE

5 novembre 2009, ore 21
Milano, Casa della cultura,
LA COSTITUZIONE IN PERICOLO
con Carlo Smuraglia

9 ottobre 2009, ore 18
Milano, libreria Fnac di via Torino,
PRESENTAZIONE DEL LIBRO
IL GRANDE VECCHIO
con Giuseppe Genna, Guido Salvini, Federico Sinicato, Bebo Storti

16 settembre 2009, ore 21
Milano, Festa Democratica,
MILANO SVEGLIA, LA MAFIA ESISTE
con Gianni Barbacetto, NinoBaseotto, Claudio De Albertis, Nando dalla Chiesa, Carlo Smuraglia, Piefrancesco Majorino, David Gentili, Stefano Zamponi

15 settembre 2009, ore 18
Firenze, La Feltrinelli,
via de' Cerretani
PRESENTAZIONE DEL LIBRO
"SE TELEFONANDO"
con Gianni Barbacetto, Marco Ottanelli, Pancho Pardi

14 settembre 2009, ore 7.40
OMNIBUS, La7

9 settembre 2009, ore 18
Roma, La Feltrinelli, via V.E.Orlando PRESENTAZIONE DEL LIBRO
"SE TELEFONANDO"

con Gianni Barbacetto,
Furio Colombo, Luca Palamara
Furio Colombo, Luca Palamara



A 100 passi dal Duomo

A Milano la mafia non c'è. Sicuri? Cosche, affari, politica. L'audio dell'intervento di Gianni Barbacetto a Palazzo Marino, 16 settembre 2008.

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