Abelli, l’uomo che visse tre volte
Il Faraone, l'uomo fidato di Roberto Formigoni, da Poggi Longostrevi a Grossi
L’inchiesta milanese che ha portato in carcere il re delle bonifiche ambientali Giuseppe Grossi ha messo a fuoco finora il reato di riciclaggio e i 22 milioni di euro di fondi neri costituiti dall’imprenditore. Ma questo è soltanto il primo fondale del palcoscenico su cui si muoveva Grossi. I magistrati stanno cercando di mettere in luce il secondo fondale, quello della corruzione. A chi sono andati i 2,5 milioni di euro pagati in contanti da Grossi nel solo 2008? Chi ha al polso gli orologi da collezione che gli sono costati altri 6,4 milioni? In attesa della risposta, sul palcoscenico già s’intravvede un politico potente e temuto, non indagato ma strettamente legato a Grossi: è Gianfranco Abelli, l’uomo che visse tre volte.
A lui, oggi capo della segreteria politica del coordinatore Pdl Sandro Bondi, Grossi aveva messo a disposizione il suo jet privato, una Porsche 911 e un appartamento in centro a Milano. A sua moglie, Rosanna Gariboldi, ha gentilmente lasciato 1,2 milioni di euro, forse come ringraziamento per la gestione del suo denaro sul conto “Associati” a Montecarlo (di cui lo stesso Abelli è procuratore). Ma la storia di Abelli detto il Faraone nasce a Broni, sulle colline dell’Oltrepò pavese. In politica dagli anni Settanta, democristiano doc, si costruisce una carriera in quel ricco settore in cui la politica confina con la sanità. Nel 1974 è gia presidente del Policlinico San Matteo di Pavia. Nella sua prima vita, viene arrestato per peculato, processato e assolto. Dopo la dissoluzione della Dc, si lega a Roberto Formigoni, di cui diventa il plenipotenziario per la sanità. Contemporaneamente è anche amico e consulente del professor Giuseppe Poggi Longostrevi, organizzatore di una colossale truffa che ha sottratto almeno 60 miliardi di lire alla Regione Lombardia. Poggi Longostrevi ringrazia Abelli scarrozzandolo sul suo aereo privato (proprio come Grossi).
L’idillio viene interrotto nel 1998 da un’inchiesta della procura di Milano, che riesce anche a individuare almeno un versamento (72 milioni di lire) fatto da Poggi Longostrevi ad Abelli. Il pagamento di una consulenza, spiega senza imbarazzo Abelli, che pure era nello stesso tempo il braccio sanitario di Formigoni. «Per me pagare Abelli era come stipulare un’assicurazione», replica invece Longostrevi, prima di togliersi la vita. «Dovevo tenermi buono un personaggio politico che nel settore contava molto... Alcuni sono stati costretti alle dimissioni solo per un sospetto, altri sono stati premiati con la nomina ad assessore». Il premiato è proprio Abelli che, dopo lo scandalo delle ricette d’oro, da consulente diventa assessore di Formigoni. Il Faraone, per quei 70 milioni, viene poi processato per false fatture. La sentenza, nel 2003, lo assolve dall’accusa di frode fiscale, perché la nuova legge fiscale stabilisce che le fatture false siano punite solo nel caso vi sia «il dolo specifico di far evadere le tasse»: e Abelli non pensava certo alle tasse, quando intascava i soldi di Poggi Longostrevi. Le motivazioni della sentenza ribadiscono però che Abelli ha certamente intascato «72.800.000 lire per una consulenza non effettiva». Dunque per chiudere gli occhi sulla corruzione: «La consulenza mascherava un versamento in denaro al politico per guadagnarne i favori». Oggi, il Faraone è alla sua terza vita: a Roma, parlamentare Pdl, ma sempre con ufficio a Milano messo a disposizione dall’amico Formigoni.
(Il Fatto quotidiano, 22 ottobre 2009)
Il Sistema Grossi
di Gianni Barbacetto e Leo Sisti
Era la primavera del 2008. L’emergenza rifiuti stava travolgendo Napoli. Silvio Berlusconi fa della città la vetrina dei suoi primi interventi da presidente del Consiglio. In quelle settimane incontra più volte Giuseppe Grossi, il re delle bonifiche italiane, collezionista di Ferrari e auto di gran pregio. A lui chiede consigli e consulente: «Può occuparsi degli inceneritori in Campania?». Grossi ci pensa, ma alla fine rifiuta. È solo un episodio, ma significativo del livello di conoscenze e di entrature del ragionier Grossi, diventato oggi il protagonista dello scandalo che fa tremare la Lombardia.
La domanda che attraversa Milano, dai corridoi di palazzo di Giustizia ai piani alti del Pirellone, è la stessa da giorni: quella in corso è l’ennesima indagine che sfiora la politica lombarda per poi finire in nulla, oppure questa volta si aprirà una nuova Tangentopoli che coinvolgerà anche i vertici del potere regionale? A porsela, questa domanda, non sono solo i fan di Mani pulite o i politici che temono di finire coinvolti, ma anche i papaveri della Lega di Bossi, che alle prossime elezioni regionali non vedono l’ora di sostituire con un loro candidato un Roberto Formigoni eventualmente azzoppato dall’inchiesta. Nell’attesa di avere una risposta, l’indagine sulle bonifiche realizzate da Giuseppe Grossi prosegue. E cresce, con l’apertura di nuovi filoni.
Questa storia nasce in Germania, dove l’autorità giudiziaria locale indaga su sei cittadini tedeschi che smaltiscono rifiuti provenienti dall’Italia. Scopre che i sei hanno a che fare con tangenti a funzionari tedeschi e con prezzi gonfiati attraverso l’interposizione di società che poi girano il sovrappiù ricavato a qualche misterioso personaggio ancora senza volto. Le carte vengono mandate in Italia: perché il materiale scaricato nelle discariche tedesche Gbs e Puschwitz proviene dall’area di Rogoredo, a sud di Milano, dove l’immobiliarista Luigi Zunino stava realizzando, prima del suo tracollo, il quartiere Santa Giulia.
Alla procura di Milano si mettono al lavoro i sostituti procuratori Laura Pedio e Gaetano Ruta, che danno un nome e un volto a qualcuno dei personaggi misteriosi. Il primo è proprio Giuseppe Grossi, titolare della Green Holding, che sta risanando Santa Giulia e tante altre aree. Secondo l’accusa, le sue imprese dilatano i costi delle bonifiche pagando alcune società che fanno riferimento a un avvocato svizzero, Fabrizio Pessina, il quale gira i soldi in sovrappiù a conti esteri di Grossi e dei suoi collaboratori. Con questo giochetto, il re delle bonifiche accumula fondi neri per 22 milioni di euro. Nel febbraio 2009, vengono arrestati Pessina e due collaboratori di Grossi. Il 20 ottobre è la volta dello stesso Grossi, di altri suoi collaboratori e di Rosanna Gariboldi, assessore a Pavia e moglie di Gianfranco Abelli, parlamentare Pdl e soprattutto uomo vicinissimo a Formigoni.
C’era una volta l’industria. A Milano Rogoredo c’era la Montedison, a Pioltello c’era la Sisas, a Sesto San Giovanni le acciaierie della Falk, a Casei Gerola uno zuccherificio... Oggi le fabbriche sono state smantellate e le aree hanno tutte un destino: essere recuperate per nuovi insediamenti residenziali o commerciali. In ogni caso, devono essere ripulite. L’elenco (riservato) dei siti contaminati da risanare, stilato dalla Regione Lombardia, occupa venti pagine fitte fitte. Un grande business, l’affare del futuro: ieri si facevano soldi producendo merci, oggi e domani si faranno tentando di ripulire i residui del passato.
Lo ha capito prima di tanti altri Giuseppe Grossi, un ragioniere milanese che oggi ha 62 anni, ma che già nel 1997 decide di puntare sulle bonifiche: sborsando 26 miliardi di lire si compra un’azienda americana del settore, la Bfi, e diventa il più grande spazzino d’Italia, il più importante imprenditore italiano del settore ecologia. Che vuole dire: bonifiche ambientali, gestione dei rifiuti, ma anche produzione di energia attraverso i rifiuti.
Per operare in questo settore è necessario avere buoni rapporti con la pubblica amministrazione e la politica. Per Grossi non è un problema. Perché la sua appartenenza a Comunione e liberazione lo inserisce in una rete già pronta di relazioni e contatti. Il suo rapporto più stretto è con Gianfranco Abelli, il Faraone del Pdl in Lombardia, uno degli uomini più vicini a Formigoni. Ma il Grande Spazzino ha rapporti anche con Mario Valducci, uomo di Berlusconi prima in azienda (Publitalia), poi in politica (Forza Italia). Ed è attivo anche in Veneto, dove ha rapporti personali con il governatore Giancarlo Galan. Ha tessuto la sua rete, fino a diventare al nord quello che Alfredo Romeo era riuscito a diventare nel centro-sud, cioè il punto di vertice di una rete d’interessi che unisce affari e politica. Con Abelli e sua moglie è tanto prossimo da condividere vacanze, investimenti e conti all’estero: sul conto “Associati” (un nome che sembra una confessione) acceso nella Banque Safra (ex Banca del Gottardo) di Montecarlo, tra il 2001 e il 2008 passano versamenti per 2,3 milioni di euro che arrivano da conti esteri di Grossi e in parte tornano a Grossi, con però un saldo di 1,2 milioni di euro a favore dei coniugi Abelli.
La moglie di Abelli, a sua volta, è il centro di una rete di operazioni immobiliari per milioni di euro che coinvolgono, attraverso alcune società (Pellicano, Perla, Tulipano, Lux usque ad sidera...) un paio di assessori della giunta Formigoni, Massimo Ponzoni (Ambiente) e Massimo Buscemi (Reti e servizi) e un ex assessore, Giorgio Pozzi, oggi vicecoordinatore del Pdl a Como. Un altro ex assessore di Formigoni, Mario Resca, ora direttore dei beni culturali con il ministro Sandro Bondi, è tanto intimo con Grossi da essere ospitato, come Abelli, a bordo del jet dell’imprenditore. Claudio Tedesi, ingegnere lodigiano esperto in bonifiche, è invece spinto da Abelli sulle poltrone di direttore generale di Asm Vigevano (l’azienda dei servizi municipali) e poi di Asm Pavia. Ma Tedesi recita contemporaneamente un’altra parte in commedia: è il tecnico di fiducia di Grossi.
Il re delle bonifiche le relazioni le nutriva con cura e senza badare a spese. Ha investito ben 6,5 milioni di euro in preziosi orologi poi regalati ad “amici” annotati con cura in un elenco scritto a mano con sigle o nomignoli (Giancarlo A., Maurizio L., Maurizio B., Puzzola, Brontolo, Willy...). Ora la procura è a caccia dei cognomi. Quando i magistrati interrogano i due collaboratori di Grossi arrestati lo scorso febbraio (e ora usciti di scena dopo aver patteggiato la pena), chiedono conto di una loro annotazione: «Bernardo: 100». Chi è Bernardo? Il sospettato è un uomo politico lombardo, ma i due uomini di Grossi sostengono di non essere in grado di dire chi è. Hanno solo visto una persona a cui Grossi ha consegnato, a Lugano, 100 mila euro in contanti.
L’imprenditore nega di aver dato soldi a politici. Solo qualche regalo, senza chiedere nulla in cambio. Certo è che Grossi fa bingo quando, l’11 giugno 2009, la Regione approva, su proposta di Formigoni di concerto con l’assessore Ponzoni, una delibera che stanzia 44 milioni aggiuntivi per la bonifica entro il 30 settembre 2010 dell’area Santa Giulia.
(Il Fatto Quotidiano, 21 novembre 2009)
|
 |
 |
 |