Paolo Romani, che fallimento!
Storia di un uomo tv venuto da lontano
È un uomo di televisione, Paolo Romani. Sempre stato. Oggi, nella sua seconda vita, fa il censore televisivo e dalla sua vicepoltrona al ministero dello Sviluppo economico apre, non si sa a che titolo, una simpatica inchiesta contro Annozero e fa le pulci a Serena Dandini. Nella prima vita faceva invece il gestore di antenne locali. Se la storia di Romani il Censore è ancora tutta da scrivere, quella del Romani Uomo Tv è già scritta: nelle carte processuali di un’altra inchiesta – vera, questa – sul brutto fallimento della sua vecchia emittente, Lombardia 7.
Dopo aver fatto il pioniere della tv a partire dagli anni Settanta (Tele Livorno con Marco Taradash, Videolina con Nichi Grauso, Rete A di Alberto Peruzzo, la prima Telelombardia di Salvatore Ligresti), si era messo in proprio: con Lombardia 7. La rete ha subito successo. Non certo per il tg: il programma forte è «Vizi privati», strip molto espliciti e molto caserecci governati da una ingovernabile Maurizia Paradiso. Con la scatenata Maurizia, dopo un lungo sodalizio, Romani finisce per litigare e la leggenda dice che lo scontro sia stato fisico e molto doloroso.
Poi Romani, che era stato un giovane liberale, resta folgorato sulla via di Arcore e nel 1994 segue Silvio Berlusconi in Forza Italia. Eletto deputato, si trasferisce a Roma, abbandona la tv al suo destino e, almeno formalmente, la vende: giusto in tempo per evitare l’onta del fallimento. Sì, perché i nuovi proprietari comprano Lombardia 7 già piena di debiti e poi la lasciano naufragare. Non si occupano di programmi e palinsesti. Hanno a cuore solo due cose: le frequenze, bene prezioso che prima o poi sperano di vendere bene (e avevano ragione: alla fine è arrivata la legge Gasparri); e la pubblicità, attraverso cui, con un giro di “cartiere” e di fatture false, ricavano parecchi soldini. Razziano molti miliardi di lire (almeno 81 tra il 1997 e il 2001) che mettono al sicuro in Svizzera. Poi fanno sparire i documenti contabili e portano al fallimento prima Lombardia 7, che “salta” nel 1999 lasciando debiti per oltre 12 miliardi di lire, poi anche Rtv Produzioni di Padova, che s’inabissa nel luglio 2000. Risultato: intervengono tre procure della Repubblica, quella di Bergamo, quella di Monza, quella di Bologna.
Nel 2003, zitti zitti, tentano il colpo finale: vendere le frequenze alla Rai, che le vuole utilizzare per il digitale terrestre. Permettere ai concessionari di vendere le frequenze tv è come permettere ai posteggiatori abusivi di vendere le piazze dei loro parcheggi, ma in Italia funziona così. E l’allora direttore generale della Rai Flavio Cattaneo incontra gli emissari del gruppo, che gli offrono le frequenze a prezzi d’amatore: 7,5 milioni di euro per quelle di TvSet e addirittura 24 milioni per quelle di Lombardia 7. «Ma scontabili», si giustifica poi Cattaneo. A rovinare tutto è Paolo Biondani, che sul Corriere della sera («Nasce indagata la tv del futuro») racconta che dietro TvSet c’è un’allegra compagnia inseguita da tre procure d’Italia per bancarotta, associazione a delinquere, false fatture, riciclaggio, falso in bilancio.
E Romani? Zitto. Formalmente ha venduto Lombardia 7 nel 1996. Ma della società che conta, Lombardia Pubblicità, resta legale rappresentante almeno fino al 1998 e azionista e proprietario del 5 per cento almeno fino al 2003. E poi: ha venduto davvero? Nel mondo delle private c’è chi ne dubita, chi sussurra di accordi sottobanco. Tra qualche settimana si aprirà il processo per i protagonisti del crac. Romani invece, a lungo loro coindagato per bancarotta, fa il viceministro addetto alla censura. Il pm per lui ha chiesto l’archiviazione, il gip l’ha rifiutata ordinando l’imputazione coatta, il pm ha eseguito l’ordine, poi un secondo gip ha definitivamente archiviato: la nuova berlusconiana legge sul falso in bilancio lo ha messo al sicuro. Certo, in un paese normale non lo riterrebbero comunque degno di fare il viceministro. Ma soprattutto riderebbero di gusto se uno come lui pretendesse di dare lezioni, proprio lui, su come si deve fare tv.
(Il Fatto quotidiano, 1 ottobre 2009)
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