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Quando frana il Nord
Valltellina, Oltrepò... La Lombardia aspetta i prossimi disastri

Messina ha seppellito i suoi morti e la sciagura che l’ha colpita sta per essere dimenticata, fino alla prossima alluvione. Restano il disastro del territorio, il vorace consumo del suolo, l’abusivismo, gli sprechi. Roba da Meridione d’Italia? No, a leggere un dossier di Legambiente sul dissesto idrogeologico della Lombardia. Nella regione più ricca del paese ci sono ben 914 comuni a rischio (su 1.500 totali). Solo il 6 per cento di essi dichiara di aver provveduto a spostare su aree sicure le abitazioni, le fabbriche, gli impianti costruiti in luoghi sottoposti a pericolo frane o alluvioni: significa che il restante 94 per cento dei comuni lombardi a rischio ha ancora costruzioni che potrebbero essere investite dall’acqua e dal fango alla prossima occasione.

Nel solo Oltrepò pavese sono state censite ben 3.400 frane che minacciano un territorio fragile e compromesso, governato da amministrazioni impreparate. La Valtellina, poi, è un caso da manuale. Qui le frane censite sono addirittura 6.954, ma la prevenzione lascia molto a desiderare, argomenta il presidente di Legambiente Lombardia, Damiano Di Simine. Ha una buona organizzazione di protezione civile, la Lombardia, pronta a intervenire rapidamente in caso di disastri; ma il problema è non farli accadere, i disastri, mettendo in sicurezza un territorio minato dall’incuria, dall’abbandono, dal cemento.

E pensare che proprio in Valtellina la natura ha già mandato, in passato, un terribile segnale. Era il luglio 1987 quando, dopo quattro giorni di pioggia, il fiume Adda uscì dagli argini in più punti e centinaia di frane minarono il territorio e fecero straripare i torrenti. La frana più grave, in Valpola, scaraventò 40 milioni di metri cubi di terra e fango, alla velocità di 400 chilometri all’ora, sugli abitati di Sant’Antonio Morignone e Aquilone. Ci furono 35 morti, nonostante i due paesi fossero già stati evacuati. I detriti crearono uno sbarramento alto 50 metri che bloccò il flusso dell’Adda e creò un lago che minacciò a lungo la valle sottostante, con il pericolo di un effetto Vajont. Alla fine, il bilancio fu di 53 vittime e 4 mila miliardi di lire di danni.

Da allora, la politica lombarda si è apparecchiata una ricca tavola in cui sono stati spartiti 1.500 milioni di euro. Nel 1990 è stata approvata, su misura, la cosiddetta “legge Valtellina” che, gestita poi dalla Regione di Roberto Formigoni, è servita a distribuire soldi con meno controlli, in nome dell’emergenza. Ne hanno beneficiato le amministrazioni della provincia di Sondrio, ma anche (per il 20 per cento) di Bergamo, Brescia, Como e Lecco. Alla prima Repubblica è succeduta la seconda, le amministrazioni democristiane e socialiste sono state sostituite da quelle di Forza Italia e della Lega, ma il banchetto è proseguito senza scosse. Come ha ricordato Luigi Corvi sul Corriere, dopo 22 anni dalla sciagura della Valtellina e dopo 1.500 milioni di denaro pubblico speso, il territorio regionale resta fragile e ancora a rischio. Per mettere in sicurezza la frana del Ruinon, in Valfurva, oggi non c’è neppure un euro a disposizione. Idem per la frana di Spriana, che continua a minacciare Sondrio, malgrado lavori che sono durati vent’anni (il cantiere è stato chiuso nel 2008 per mancanza di fondi).

In compenso i soldi dell’emergenza Valtellina sono stati impiegati per opere come il Casinò di San Pellegrino, in provincia di Bergamo, o la «realizzazione di marciapiede e arredo urbano» nel comune di Incudine, provincia di Brescia, oppure per la creazione di un «sentiero ornitologico» a Rasura, provincia di Sondrio. Non hanno niente da dire a proposito i buoni amministratori leghisti che criticano – giustamente – gli sprechi, i favoritismi, le leggi speciali e i finanziamenti a pioggia che irrorano il Sud?

(Il Fatto quotidiano, 15 ottobre 2009)

 

 

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