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La congiura del silenzio

di Peter Gomez e Marco Lillo

Da Tony ‘Quanto, Quanto, Quanto’ Renis alla falsa grassa di Telecamere, dai ministri Marzano e Gasparri al braccio destro di D’Alema: un’inchiesta, quella di Potenza, che scatta una foto a tradimento al retrobottega della Seconda Repubblica, e su cui è calato il pressoché totale silenzio massmediatico

Gianni Pilo
Anna La Rosa
Antonio Marzano
Maurizio Gasparri
Luciano Gaucci
Umberto Vattani
Franco Marini
Francesco Storace

Peccato che non sia in commercio. Se la ristampassero come manuale per orientarsi nel mondo del lavoro, la richiesta di arresto dell’inchiesta di Potenza sulla "holding del malaffare" che a Roma gestiva appalti, nomine, e rimborsi fiscali sarebbe destinata a un sicuro successo. Nelle carte siglate dal pubblico ministero Henry John Woodcock si possono trovare insegnamenti validi per tutte le professioni, dal giornalista al diplomatico, dall’imprenditore all’avvocato. Con un’unica avvertenza. Il manuale va letto al contrario. Senza dare retta a chi l’ha scritto. Quel procuratore con la faccia d’angelo, il nome da stopper britannico e la moto da enduro è un cattivo maestro.

Il neolaureato dovrà dare ascolto invece agli inquisiti, segnarsi le massime intercettate dalla guardia di finanza e poi guardare la carriera che hanno fatto dopo l’inchiesta. L’ambasciatore Umberto Vattani, per esempio. Dopo avere raccomandato persone poco raccomandabili per la ricostruzione in Iraq ha visto salire le sue quotazioni. Lo hanno prima proposto alla guida della Biennale di Venezia e poi nominato segretario generale della Farnesina. Tony Renis, invece, ha cercato disperatamente di sponsorizzare un imprenditore presso Tremonti. Il suo fine, secondo la procura di Potenza, era quello di convincere l’erario a pagare qualche milione in più agli amici degli amici. Alla faccia dei contribuenti. Forte di queste benemerenze al nostro è stato proposto prima l’istituto di cultura italiano a Los Angeles e poi la direzione del festival di Sanremo.

Dall’alto della sua autorità morale ha così selezionato i cantanti "senza ascoltare le raccomandazioni dei politici" come ci hanno informato i due maggiori quotidiani nazionali. Perbacco, ci mancherebbe altro. Uno come Tony Renis. All’aspirante giornalista bisogna consigliare invece il capitolo dedicato ad Anna La Rosa. Dopo avere ricevuto orologi tempestati di brillanti da padroni di cliniche che poi pubblicizzava in trasmissione, la falsa grassa di Telecamere (Dagospia dixit), ha continuato tranquillamente a dirigere i servizi parlamentari della Rai. Per non parlare di Antonio Marzano. Il ministro delle Attività produttive ha trasformato le crisi aziendali in crisi familiari: Ernesto Marzano, suo fratello è accusato di vendere le nomine di competenza del ministro, in particolare quelle dei commissari per le grandi imprese in crisi. Eppure nessuno ha chiesto le dimissioni o uno straccio di chiarimento in famiglia. Anzi. Marzano si sta occupando della maggiore crisi del secolo, quella della Parmalat, speriamo senza l’aiuto del fratello.

L’inchiesta di Potenza scatta una foto a tradimento al retrobottega della seconda repubblica. Il "naufragio della coscienza civica", per dirla con Borrelli è evidente e inquietante non tanto per la grandezza dei fatti quanto per la piccolezza delle conseguenze. La novità non è la malattia italiana ma l’assenza di anticorpi. I quotidiani, con l’eccezione di l’Unità, hanno quasi ignorato il caso preferendo pubblicare le foto del magistrato napoletano con i capelli al vento sulla sua moto. Il messaggio subliminale del ragazzino scapestrato che punta i vip per elevarsi al loro livello è passato. Il Riformista ha potuto gioire perché nessuno si è scandalizzato e si è preso pure lo sfizio di sbertucciare Woodcock per il significato delle parole inglesi che compongono il suo cognome. E l’opposizione? Muta.

Eppure gli spunti non mancavano: c’è Francesco Storace che interviene sul presidente dell’Iacp per fare avere un appartamento in affitto a Paola Guerci, ex assessore di An in Provincia. E quando quello gli fa presente che c’è un altro in fila (non un povero ma un politico, Gianfranco Zambelli di Forza Italia), Epurator lo zittisce così: "Di Zambelli non me ne frega un amaro cazzo".

Per non parlare dei rapporti tra Gasparri e l’imprenditore Roberto Petrassi. Un tipino che si vanta di essere un ladro e vorrebbe diventare tanto un riciclatore e poi si permette di scrivere una letteraccia a Maurizio Gasparri (chissà se spedita) perché non lo abbraccia allo stadio. Inizia così: "Ho dalla mia un’incontestabile e lunga amicizia", e chiude: "Chiedo spiegazioni". Per questa storia la Procura di Potenza aveva mandato gli atti al Tribunale dei ministri. Perché secondo l’ipotesi accusatoria Gasparri avrebbe informato Petrassi delle intercettazioni a suo carico. Se ne vantava lo stesso Petrassi con due amici. Ma la Procura di Roma ha ritenuto infondata l’accusa e ha archiviato a tempo record. Insomma, ci sarebbe di che azzannare ai polpacci la destra per le sue frequentazioni ma la sinistra non azzanna, perché non può azzannare.

Anche l’ex segretario del Ppi Franco Marini e il braccio destro di Massimo D’Alema, Nicola La Torre sono stati indagati a per favoreggiamento. Secondo il pm avrebbero allertato il patron del Perugia calcio Luciano Gaucci (anche lui indagato) e il suo braccio destro Carlo Lancella sulle intercettazioni.

A questo punto una precisazione si impone: tutti gli indagati smentiscono le ipotesi del pm. Le richieste di arresto non erano corrette, quasi sempre per ragioni di competenza ma talvolta anche nel merito. Probabilmente tutte queste persone non andavano arrestate ma questo non giustifica la congiura del silenzio. Se non sono reati, restano fatti. Fatti gravi che meritano di essere raccontati. A partire dal caso del segretario generale Umberto Vattani.

Vattani e l’amico di Hammamet

I veri protagonisti dell’inchiesta non sono i politici ma gli imprenditori romani Carlo Lancella e Roberto Petrassi. Entrambi si occupano di appalti delle pulizie, sono amici di molti politici e fanno un sacco di soldi. Lancella, già vicepresidente del Perugia di Gaucci ed ex collaboratore di Franco Marini, ha casa in via del Babuino e l’ufficio in via Barberini, Petrassi ha l’ufficio a piazza Farnese e gestisce la palestra più in di Roma, quella dell’Hilton, frequentata da stelle e potenti.

Tutto inizia quando Gianni Pilo, l’ex sondaggista di Berlusconi che ha lasciato la politica, decide di importare gas dalla Tunisia. È la liberalizzazione, bellezza. Come è già accaduto per la telefonia chiunque può fare concorrenza all’Eni stringendo accordi con i paesi produttori.

Ci vogliono però gli appoggi giusti in Italia e nel paese straniero. A Roma Pilo punta su Umberto Vattani. A Tunisi, invece, si rivolge a un altro ex politico che si è dato al business: Pierluigi Polverari. Socialista craxiano, Polverari dopo essere incappato in alcune inchieste (da cui è uscito bene) si è trasferito ad Hammamet nel 1995 e si occupa di promozione delle imprese italiane. Ha una villa vicina al suo leader e il figlio, Marco, ha costituito una società insieme a Bobo Craxi a Tunisi. Il 10 febbraio 2003 Pilo invia a Pierluigi Polverari una bozza di mandato per perorare la causa di E.Noi. Il tempo stringe. Il via libera del ministero dell’Energia di Tunisi deve arrivare prima del 31 marzo. A Roma intanto si discute già di percentuali.

Carlo Lancella intercettato nel suo ufficio dal Gico della Guardia Finanza di Roma dice: "Se questa ipotesi, attraverso le sue pressioni si realizza, l’amico Pilo dà 10. Di questo dieci, cinque va a Vattani, giusto? 2,5 va a te. 2,5 al mio ufficio. D’accordo?". In assenza di riscontri si può anche ipotizzare che Lancella millanti per poi incassare lui la quota di Vattani. La fornitura è rilevante: "Sono 120 miliardi, ma a noi non ci fa impressione questo. Noi in questo momento forniamo la città di Cesena, 70 mila abitanti", spiega Pilo. Finalmente il 20 febbraio si arriva all’incontro decisivo: Umberto Vattani alle 18 e 45 arriva all’Harry’s bar di via Veneto seguito alla spicciolata da Gianni Pilo, Carlo Lancella e il suo amico Tommaso Olivieri.

Secondo il magistrato di Potenza "nel corso di tale incontro come si desume chiaramente dalle conversazioni riportate i menzionati personaggi definiscono evidentemente nel dettaglio i termini economici del loro accordo assicurando a coloro che interverranno e quindi in particolare all’ambasciatore Vattani un consistente ritorno economico come corrispettivo della sua preziosa attività". L’affermazione del pm non ha però trovato un riscontro certo e si basa sull’ascolto delle telefonate successive. La sera stessa Vattani alle 23 e 15 chiama Pierluigi Polverari in Tunisia e gli dice: "Pronto, Pierluigi, il nostro amico Sanguini se ne va a Riyadh ce lo togliamo dalle palle". È la notizia del trasferimento dell’ambasciatore Sanguini, un funzionario con la schiena dritta che si ostinava a non volere aiutare Polverari nei suoi affari tunisini.

Dopo pressioni da Roma, interrogazioni parlamentari di Forza Italia contro di lui, Sanguini, che pure era in corsa per una direzione generale, viene invece spedito da Frattini in Arabia, una sede tra le più pericolose. La notizia è accolta come una benedizione dall’ex parlamentare Polverari: "Benissimo, grazie m’hai fatto un regalissimo". Poi in coro commentano con Vattani: "Una bella notizia, bellissima". Il giorno successivo, Lancella chiama Vattani e dopo avere parlato della data migliore per un loro viaggio a Tunisi ("evidentemente riferendosi a quanto convenuto il giorno prima all’Harry’s", chiosa il pm Woodcock) Vattani dice: "Tieni presente che oggi hanno mandato via quello a Riyad ed è una cosa buona comunque", "ad ulteriore conferma", dice il pm, "del fatto che il trasferimento dell’ambasciatore Sanguini rappresenti un passaggio importante per l’intervento del Vattani". L’affare del gas alla fine non decolla.

Il servizio pubblico di Anna La Rosa

Il gas è però una sorta di diversificazione, il vero affare per la "holding criminale" è quello del commercio dei crediti. Il meccanismo è semplice: gli enti pubblici invece di ostinarsi a chiedere soldi al debitore, possono cedere il credito a un privato a un valore più basso del nominale. Il rischio è retribuito con uno sconto. Ma se il rischio, grazie alle informazioni interne, è ridotto si possono guadagnare diversi milioni di euro facilmente. Il tesoro più importante è quello dei crediti della Federconsorzi. Proprio per favorire l’acquisto di un credito Federconsorzi da 200 milioni di euro al prezzo d’asta di 25 milioni di euro entra in gioco Anna La Rosa.

Secondo il pm Woodcock, la conduttrice tv "utilizza il programma televisivo in onda sulla televisione di Stato e l’enorme potere mediatico dallo stesso derivato per il patrocinio e la cura degli interessi particolari e di regola illeciti di imprenditori e di uomini senza scrupoli (come appunto il Lombardi, l’Olivieri, il Lancella e il Petrassi) impegnati appunto in traffici illeciti" Anna La Rosa incontra il giudice fallimentare Tommaso Marvasi (non è indagato), che si occupa della Federconsorzi. Tommaso Olivieri, amico di Anna La Rosa e di Lancella racconta così l’esito dell’incontro: "Il cugino di Marvasi è un ginecologo, antagonista di Antinori per cui lei gli ha predisposto nella sua trasmissione quindici minuti di intervento. Quindi il risultato è facile no?". Lancella risponde giustamente: "Bisogna vedere che rapporto c’è tra i due cugini".

Comunque, anche se Marvasi non si smuove, Anna La Rosa vuole fare qualcosa per i suoi amici e chiede: "Non serve che parlo pure con Alemanno che oggi lo devo vedere?". A volte salta il confinetra attività di lobby e lavoro per la Rai. Il 7 ottobre scorso al telefonino Anna La Rosa chiede al re delle cliniche romane, editoredei quotidiani Libero e il Riformista, Giampaolo Angelucci: come stai? L’imprenditore la investe così: "Bene, levato che mandi i servizi del “Santa Lucia” de “Faroni” e il mio non lo mandi". Angelucci non ha gradito la messa in onda di un servizio che riguarda una clinica di un suo rivale. Ci si aspetterebbe una risposta degna di un giornalista del servizio publico e invece Anna La Rosa garantisce ad Angelucci una collocazione ottimale del servizio sullasua clinica: "La tua va domenica perché come saprai, tu che sei un ragazzo molto più intelligente perfino di me, ovviamente più andiamo in là con il palinsesto autunnale e più aumenta l’ascolto.

Per cui la tua va domenica questa". Nelle scuole di giornalismo insegnano che bisogna svolgere ruolo di cane da guardia dei potenti. Anna La Rosa sembra invece un delizioso barboncino di compagnia. Scodinzola così al telefono con Angelucci: "L’altra sera ero a cena con molti banchieri, imprenditori e a un certo punto mi sono messa come faccio sempre a fare il comizio delle tue lodi". Una passione ricambiata come Anna La Rosa confida a Tommaso Olivieri: "Lo sai cosa m’aveva regalato lui per il 23 luglio? Un orologio rosa con i brillanti".

Il suo è uno stile. "Ha detto Chicco Gnutti che non farà più nulla senza consultarmi", si pavoneggia con il suo amico Tommaso Olivieri: "Stasera sono a cena con Fiorani (numero uno di Banca Popolare di Lodi) c’è anche Masera del San Paolo e poi Luciano Benetton, Pier Domenico Gallo di Meliorbanca, Alessandro Profumo, Luca di Montezemolo, Diego Della Valle, siamo in ventiquattro, l’ho organizzata io in quattro e quattr’otto". Anna mette a disposizione le sue conoscenze quando gli amici lo chiedono. Per esempio interviene sull’amministratore di Telecom Italia Riccardo Ruggiero, dopo una puntata di Telecamere in cui era ospite, per perorare la causa di una compagnia telefonica minore che non riusciva a pagare il dovuto a Telecom. E quando viene a sapere che l’avvocato di Telecom pretende comunque il pagamento (dicendo che ha l’autorizzazione di Ruggiero) lei sbotta: "Adesso chiamo subito Ruggiero. Lo chiamo immediatamente".

E sono proprio gli imprenditori che le chiedono i favori a ripagarla con doni importanti. Le pagano per esempio il catering per una festa kitsch nel luglio 2003. "A tal proposito numerose conversazioni intercettate proprio sull’utenza di Olivieri hanno permesso di accertare che nello stesso periodo [in cui interveniva sul magistra to Marvasi] e cioè a luglio 2003, Anna La Rosa chiederà e otterrà che Giovanni Lombardi (interessato all’affare Federconsorzi Ndr) paghi una parte del catering della festa fatta dalla stessa Anna La Rosa, corrispondendo una cifra pari a 12 mila euro. Un versamento che – secondo il pm – non ha nulla che vedere con uno spontaneo e grazioso atto di liberalità". La Rai, la stessa Rai che ha sospeso Raiot e messo sotto procedimento disciplinare il curatore della trasmissione Andrea Salerno, ha sorvolato, i politici di centrosinistra continuano a sedersi sui suoi divanetti e il senatore di An Gustavo Selva è arrivato a complimentarsi ironicamente per il garantismo dei vertici.

Il mercato delle nomine

"La nomina di una persona vale 600 milioni messi subito sul tavolino. Dopo di che partecipiamo ad un 30 per cento del movimento che avverrà…".
Anche con Ernesto Marzano, il fratello di Antonio, il potente ministro per le Attività produttive, Roberto Petrassi era abituato a parlare chiaramente. Ernesto infatti era l’uomo che gli permetteva di concludere gli affari migliori. Nessuno aveva un ascendete sul ministro pari al suo. Nemmeno Tony Renis che, come risulta dalle intercettazioni, tutti o quasi trattavano con deferenza a causa della sua amicizia con Silvio Berlusconi.
E poi a Ernesto Marzano far soldi interessava davvero.

Gli investigatori del gico della guardia di finanza se ne accorgono il 13 febbraio del 2003 quando le microspie nascoste negli uffici di Roberto Petrassi registrano una conversazione che spiega come lui, Marzano e Carlo Lancella tentassero di vendere le nomine ministeriali, in particolare a fare gola erano i posti di commissario giudiziario nelle grandi aziende in amministrazione straordinaria. Per legge la nomina spetta al ministro per le Attività Produttive e il giudice fallimentare di regola, si limita a ratificarla. Ecco allora perché il fratello di Marzano diventa importante. Ecco perché professionisti, imprenditori ed avvocati tentano di contattarlo.

Nelle intercettazioni dell’inchiesta di Potenza Patrassi ed Ernesto Marzano ricostruiscono la storia delle imprese del gruppo Eldo (una catena di negozi di elettronica) e del gruppo Costaferroviaria (produzione di materiale rotabile) delle quali vorrebbero diventare commissari due avvocati legati al presidente del Perugia Luciano Gaucci. A puntare all’incarico di commissario della Costamasnaga, un’azienda della Costaferroviaria, sarebbe R.M. Secondo Petrassi, potrebbe sganciare una sorta di tangente da 600 milioni. Per soddisfare i suoi desideri Petrassi prima si rivolge a Tony Renis, poi discute della cosa con il fratello del ministro, sorpreso per l’intervento del cantante. "Tony Renis è andato da mio fratello?", domanda sorpreso e quando si sente rispondere che "sì, Tonino è andato al ministero", si offre subito d’intervenire: "Le cose", dice, "vanno martellate l’una sull’altra". Petrassi però nicchia. Con Tony Renis sostiene di aver già "preso un impegno", teme l’"accavallamento" delle pressioni. Ma Ernesto Marzano è irremovibile.

Vuole essere "messo in squadra" perché così parlerà del caso della nomina dell’avvocato R.M. con suo fratello durante un viaggio in Grecia programmato per il giorno successivo. "Tu sai", dice a Petrassi, "che io debbo andare a Salonicco [dove era inprogramma una conferenza ministeriale europea]. Io francamente a Salonicco non ci vado [non ho voglia di andarci] ma se c’è una pizza [una tangente] di questo genere, ci vado".

L’obiettivo dei due è mettere le mani sui 600 milioni. Un giochino tentato e fallito di un soffio qualche mese prima. Sempre secondo le parole di Petrassi, ancora in attesa di riscontri, un altro professionista, l’avvocato Giovanni Bruno, dopo essere riuscito ad ottenere a soli trent’anni la nomina a commissario giudiziale del gruppo Eldo, si è rifiutato di versare quanto promesso. Gli uomini della lobby di piazza Farnese sostengono che dopo aver ottenuto la poltrona Bruno è sparito dalla circolazione e che quando finalmente gli è stato contestato il mancato pagamento lui ha risposto di essere stato nominato grazie alla sponsorizzazione del sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta.

Comunque almeno un affare al fratello di Marzano e all’amico Petrassi va in porto: secondo la procura riusciranno ad ottenere 100 milioni da un industriale piemontese. Si chiama Vittorio Farina, Petrassi vuole da lui 100 milioni. È il compenso dell’intervento di Ernesto Marzano per evitare il coinvolgimento di Farina in un fallimento milanese.

Il 3 marzo Petrassi telefona al braccio destro di Farina, Bruno Nottola e gli dice: "Dì al tuo capo, con cui io non parlo più, che dopodomani per quella operazione di Milano pago 100 milioni… me li deve portare, si preparasse per portarmerli". Per dare urgenza e peso alla sua richiesta Petrassi millanta di avere anticipato di tasca sua. E subito cerca il fratello del ministro raccomandandosi, nel caso in cui Farina o Nottola lo chiamassero, di stare al gioco: "Hai capito, se ti arriva una telefonata non mi sbugiardare…" dice. Petrassi conosce i suoi polli. Puntualmente Farina tenta di mettersi in contatto direttamente con Ernesto Marzano per cercare di abbassare la richiesta di denaro. Il fratello del ministro telefona così a Petrassi chiedendo come comportarsi.… e Petrassi gli ordina: "No, tu [gli dici ] guardi ho un appuntamento con il signor Petrassi domani mattina perché devo firmare cento carte, dica al dottor [Farina] che mi faccia trovare tutti i documenti". Alla fine Farina – secondo il pm – manda il suo braccio destro Nottola a consegnare i soldi allo stadio, durante la partita della Lazio. Ma Nottola nega.


Tony Renis tra due carabinieri in una foto scherzosa.
Al cantante però è capitato davvero di essere fermato, anche se solo per poche ore. Avvenne nel gennaio del 1980, quando fu interrogato dal giudice Imposimato
su alcune circostanze del finto sequestro Sindona

Dimmi quanto quanto quanto

Non sarà certo questa inchiesta a smuovere Tony Renis. Non gli fece paura un arresto del giudice Ferdinando Imposimato per la sua reticenza a parlare dei suoi amici di Cosa nostra americana, nel lontano 1980, figurarsi le inchieste della procura di Potenza sulle nomine e sulle cessioni di crediti. Eppure l’immagine del direttore del festival, da questa inchiesta esce a pezzi. L’ amico del cuore che lo mette nei guai stavolta non è un mafioso ma nemmeno uno stinco di santo, ma è Roberto Petrassi. E questo è il suo autoritratto al telefono: "Tutti abbiamo un prezzo. Me lo insegnano 50 anni di strada. Commercialmente siamo tutti uguali, siamo solo ladri, perché se no i soldi non li fai mai, è chiaro?. O ti chiami ladro o ti chiami poveraccio. Sono due le cose. Quindi noi abbiamo una forma di rubare che è una forma autorizzata sotto certi casi. E quegli altri invece sono ladri perché rubano le mele al mercato e vanno in galera. A noi è più difficile che ci mettono in galera. Io ho attraversato tutta mani pulite, mani prepulite… le ho passate tutte. Sono stato il più grosso gruppo di Roma, in galera non ci sono mai andato né sono stato incriminato perché le cose io sono abituato a farle bene".

Petrassi, è un imprenditore di successo nel settore delle pulizie, proprietario di un albergo in Polonia. Si definisce amico di Storace e Gasparri, è stato socio di Caltagirone nell’emittente Teleregione, si accompagna con una soubrettina Rai e si vanta di pranzare con un cardinale che diverrà Papa (non diciamo il nome per carità di patria) e con imprenditori del calibro di Mezzaroma e Cecchi Gori. Gestisce la palestra più trendy di Roma, quella dell’Hilton e conosce tutti. Non solo nello spettacolo. Petrassi è il tipico romano becero ma simpatico, che dice a un’amica: "Io voglio riciclare, magari che fosse… mi dici ah Robè, c’ho un miliardo sporco siccome non lo voglio versare…Va bene lo verso io in Svizzera. Quanto voi? Settecento milioni? Il 30 per cento? Questo è e tiè. Che me frega da dove cazzo vengono?". Concetto ribadito all’amico Carlo Lancella.
A lui chiede disperatamente: "Ma questi che riciclano dove stanno? Li voglio riciclare io i soldi. Ma che cazzo me frega". Tony Renis per lui è un "fratello". Peccato non gli presenti nessuno dei suoi vecchi amici americani. Gli affari che devono fare insieme riguardano invece i crediti della Federconsorzi.

Il 27 marzo del 2003, Roberto Petrassi incontra due imprenditori del suo giro, Giovanni Lombardi e l’avvocato Guido Torelli. Hanno acquistato un credito della Federconsorzi verso l’erario del valore nominale di 75 milioni di euro per circa 26 milioni. Sono già andati al ministero per chiedere l’incasso. Il direttore generale del ministero delle Finanze addetto ai rimborsi, Attilio Befera, senza sapere quello che c’era dietro la vicenda, si è detto disponibile a pagare a saldare il credito con 57 milioni e mezzo di euro. Lombardi e Torelli dovrebbero stappare una bottiglia di champagne: hanno guadagnato senza far nulla 21 milioni di euro (la differenza tra quanto versato agli amministratori pubblici della Federconsorzi e quanto incasseranno dall’erario). Anche Carlo Lancella, che pure ne ha viste tante, esclama: "È uno scandalo" Ma Torelli e Lombardi non si accontentano. Befera vuole almeno pagare a rate.

Loro però hanno bisogno di liquidi. Per questo chiedono a Petrassi di trovare qualcuno che intervenga sul ministro Giulio Tremonti per ottenere un pagamento immediato e magari superiore. Se Petrassi riuscirà a ottenere un pagamento immediato pari a 59 milioni, sono disposti a cedere 3,5 milioni di euro. Se otterrà ancora di più gli daranno il 50 per cento del surplus. A questo punto Petrassi mette in pista il suo amico Tony Renis "che non ha bisogno di Tremonti perché chiama Berlusconi e gli dice: a Silvio non mi stare a rompere il cazzo".

Mister "Quando Quando Quando" così si trasforma improvvisamente in mister "Quanto, Quanto, Quanto". Secondo il pm Woodcock "nella conversazione che segue il cantante conviene con Petrassi che il prezzo dell’intervento è ancora troppo basso e va “ritoccato” prima che Tony entri in azione". Ecco cosa dice Tony Renis al telefono: "No senti Roby ho dato uno sguardo alla cosa… ti volevo dire che… quello che ci riconoscono su cinquantanove è praticamente un due e mezzo per cento". Petrassi lo tranquillizza: "Difatti secondo me va tutto raddoppiato". E Renis conferma: "E certo".

Il cantante è di parola. Contatta il portavoce di Tremonti Lorenzo Mingolla e gli chiede di intervenire sul ministro. Sembra che tutto fili per il verso giusto tanto che il 3 aprile 2003 Renis dice a Petrassi: "Incrociamo le dita… per quanto riguarda noi… oltre i 60 come siamo rimasti d’accordo eh…" e Petrassi lo interrompe: "…dunque rimane uno e mezzo più la differenza tra 60-65… 50 per cento". Il giorno dopo Petrassi comunica ai suoi referenti che "il personaggio ha accettato di fare l’intervento alle condizioni da noi richieste e che risponderà in senso positivo tra domani e lunedì. Noi abbiamo chiesto 65". Il 5 aprile però arriva la doccia fredda. Mingolla fa dietrofront: "Questa cosa rischierebbe di fraintendere il mio ruolo all’interno del ministero… e quindi ti consiglio vivamente di dare tutto in mano a un legale di agire in via legale". Renis non crede alle sue orecchie. Mingolla sa benissimo che se si passa per gli avvocati e per le vie legali lui non guadagna nulla. Insiste un po’ ma quando capisce che Mingolla è irremovibile sbotta: "Va bene ho capito il messaggio… quindi non sei più disponibile per certe cose. Devo trovare altre strade… Va bene andrò comunque dal mio amico presidente a chiederlo. Non lo volevo fare per non dargli ulteriori rompimenti di coglioni".

Il pm Woodcock, che aveva richiesto l’arresto di Tony Renis e di Renzo Mingolla, rigettati dal gip, ha una sua teoria sul voltafaccia. Il portavoce del ministro fu informato da qualcuno in tempo reale di avere il telefono sotto intercettazione. In una conversazione del 4 aprile, un giorno prima del dietrofront con Renis, Mingolla "comunica esplicitamente al suo interlocutore di avere il telefono sotto controllo, circostanza della quale sarebbe stato avvertito da qualcuno quella stessa mattina, "appena sceso dall’aereo".

A quel punto Renis però non si dà per vinto e cerca l’aggancio con Tremonti tramite Aldo Brancher, sottosegretario vicino sia a Bossi che a Tremonti. Non lo conosce nemmeno ma nel giro di due settimane l’ineffabile Tony è nel suo ufficio. Appena uscito chiama il suo amico Petrassi e gli comunica il buon esito dell’incontro. "Brancher – a detta del millantatore Renis", spiega il pm, "avrebbe immediatamente chiamato il dottor Ferrara, capo dell’Agenzia delle Entrate per convocarlo al fine di parlargli del caso prospettato dal cantante". In realtà il rimborso è stato bloccato. La società Credit Securitization di Torelli e Lombardi è rimasta a bocca asciutta. E lo Stato, ha mantenuto in cassa 57 milioni di euro grazie al magistrato di Potenza, quello con la moto e i capelloni e il cognome che, come ha scritto Il Riformista vuol dire cazzo di legno. Proprio lui.


Micromega, 1/2004



L'affare Savoia


di Marco Travaglio

Per due giorni di seguito il Corriere della Sera ha commentato in prima pagina gli ultimi scandali. L'altroieri il vicedirettore Pierluigi Battista s'è occupato di Calciopoli e dei sospetti che aleggiano su alcuni magistrati torinesi. Ieri Piero Ostellino s'è dedicato all'indagine di Potenza che ha portato all'arresto di Vittorio Emanuele. Il primo ha accusato la Procura subalpina di eccessiva prudenza, «archiviando, nella città della Juventus, inchieste che altrove sono invece scoppiate come bombe sulla vita pubblica italiana». Il secondo ha accusato la Procura del pm Woodcock di eccessiva imprudenza, avviando «rumorosissime inchieste poi finite in una bolla di sapone» (cosa peraltro falsa). I due commenti sembrano fare a pugni. Invece sono due facce della stessa medaglia. Che si può riassumere nel celebre motto di Altan: «Porco è bello». Un motto di cui Giuliano Ferrara è il caposcuola indiscusso, con allievi sempre nuovi e talvolta insospettabili.

Sono vent'anni, da quando si cercavano alibi per Craxi, e poi per Andreotti, e poi per Berlusconi & C., che uno stormo di «intellettuali» si affatica a dimostrare che il potere, come diceva Rino Formica, è «sangue e merda». Non, beninteso, per bonificarlo. Ma per assolverlo sempre e comunque. Sventuratamente, questo compiaciuto e voluttuoso avvoltolarsi nel fango incontra ogni tanto qualche ostacolo: qualche oasi di pulizia e di legalità alla quale si aggrappano i cittadini onesti per continuare a sperare in un cambiamento. La Procura di Milano che ha liberato l'Italia da Calvi, da Sindona, dalla P2, da Tangentopoli, dalle Fiamme Gialle corrotte, dalle toghe sporche romane e dai loro biscioneschi corruttori, e più di recente dalla Banda Parmalat, dai furbetti del quartierino e dagli agenti deviati della Cia. La Procura di Torino, che scoprì con Raffaele Guariniello le schedature Fiat e poi gli abusi nelle sale mediche aziendali di casa Agnelli, e otto anni fa scoperchiò il pentolone del doping alla Juventus e non solo, e nel frattempo con il procuratore Marcello Maddalena e altri pm fece condannare il presidente Fiat Cesare Romiti, fece arrestare e condannare per la prima volta Dell'Utri, intercettò la prima notizia di reato a carico di Previti.

La Procura di Palermo, che sotto la regìa di Gian Carlo Caselli e Guido Lo Forte osò processare per la prima volta gli intoccabili per i loro rapporti con la mafia, da Andreotti a Contrada, da Dell'Utri a Mannino. E altre Procure più piccole, come quella di Potenza, sempre elogiate per il loro «riserbo» finchè non facevano nulla, o si occupavano di ladri di polli, e sempre attaccate per il loro «protagonismo» quando fanno qualcosa e magari incappano in qualche «eccellente» (invece di domandarsi perché Woodcock ha la passione per i «vip», bisognerebbe chiedersi come mai, appena s'indaga su un traffico illecito, s'incontra come minimo un parlamentare o un ministro della Repubblica, o con un sedicente principe della monarchia?). Ogni qual volta esplode uno scandalo, ai cittadini onesti si allarga il cuore: non tutto è perduto, c'è ancora un giudice a Berlino, la legge può esser davvero uguale per tutti. È a questo punto che interviene il trio Ferrara-Ostellino-Battista: a seminare sfiducia e rassegnazione, a dire che sono tutti uguali, guardie e ladri, giudici e imputati, intercettatori e intercettati. E giù fango a carrettate per schizzare tutto e scoraggiare tutti.

Se tutto è «sangue e merda», hanno torto i giudici e ragione gli imputati. Infatti è sulle indagini che si concentrano lorsignori: ora troppo prudenti, ora troppo decise, ma sempre sbagliate. Lo scopo, non dichiarato e forse neppure da tutti pensato, è farla finita con le inchieste, almeno sugli «eccellenti», perché «a certi livelli» è tutto «sangue e merda»: è sempre stato e sempre sarà così. Perciò si sorvola sugli scandali che emergono dalle indagini. Perciò si parla dei giudici e mai dei reati. Dell'inesistente «protagonismo» di Woodcock, e non del quadro devastante che affiora dal suo lavoro, con l'ex famiglia reale trasformata in un bordello, la Rai (finalmente privatizzata) ridotta a un covo di prosseneti, e certi alfieri dei «valori della famiglia» indaffarati a barattare spazi televisivi in cambio di sesso. Il caso della Procura di Torino è emblematico. Processa la Juve per doping fra il disprezzo e l'indifferenza dei commentatori à la page (gli attacchi sul Corriere di Giorgio Tosatti, amicone di Lucianone, a Guariniello riempirebbero una Treccani). Indaga su Moggi & arbitri. E sui bilanci bianconeri. Nel 2004 intercetta Lucianone, Giraudo e Pairetto per due mesi, poi il gip blocca le intercettazioni.

Guariniello, pur disarmato, vorrebbe tener aperto il fascicolo, sperando in qualcosa. Maddalena opta per la richiesta di archiviazione, pronto alla riapertura in caso di nuove notizie di reato. Se sapesse che Napoli sta ancora intercettando, agirebbe diversamente. Ma lo scopre troppo tardi. A posteriori, aveva ragione Guariniello. Forse Maddalena doveva osare di più (e prepararsi alle accuse di «accanimento antijuventino» da Ostellino, Ferrara e Battista). Fra l'altro, per l'eterogenesi dei fini, l'archiviazione di Torino ha salvato Napoli: se il fascicolo subalpino fosse rimasto aperto, si sarebbe dovuto avvertire Moggi con una richiesta di proroga, così lui avrebbe smesso di parlare al telefono e l'indagine napoletana sarebbe morta lì. Ora dalle intercettazioni emerge che l'aggiunto torinese Maurizio Laudi, giudice sportivo, ha chiesto a Moggi qualche parcheggio allo stadio (che non è casa di Moggi, è un luogo pubblico gestito dalla Juventus) e parlava con i dirigenti federali, dai quali dipendeva, prima di emettere alcune sentenze sportive. Emerge che un pm, Antonio Rinaudo, tifosissimo bianconero, è andato un paio di volte a cena con Moggi. Emerge che il procuratore di Pinerolo era intimo di Moggi. Ed emerge pure un particolare raccapricciante: Moggi regalò per Natale qualche cravatta a Caselli, che gli aveva chiesto delle maglie usate della Juve per una serata di beneficenza.

Intendiamoci. Laudi avrebbe fatto meglio a lasciare la giustizia sportiva quando la sua Procura avviò le prime indagini sulla Juve: non si diventava giudici sportivi per volontà dello Spirito Santo. Per il resto, i suoi rapporti con i vertici del calcio, salvo che non emergano novità illecite, erano fisiologici al ruolo che ricopriva. I parcheggi non sono nulla di illegale, né di immorale. Così come le cravatte a Caselli: il quale tre mesi fa, come procuratore generale, ha firmato con Guariniello il durissimo ricorso in Cassazione contro l'assoluzione della Juve al processo per doping. Restano le cene di Rinaudo, che se le poteva risparmiare (anche se nulla sapeva delle indagini su Moggi); e i maneggi del procuratore di Pinerolo, che non si vede come riguardino Torino (a meno di creare una responsabilità oggettiva regionale). Ecco, è questo topolino che ha scatenato una montagna di attacchi alla Procura torinese, dipinta come un covo di complici di Moggi, succubi dei poteri forti, nuovo porto delle nebbie (su decenni di inerzia della Procura di Roma, competente su tutti i palazzi del potere, anche sportivo, nemmeno una parola).

Carlo Federico Grosso, sulla Stampa, chiede «chiarezza» su eventuali contiguità filojuventine (ma non era lui che, un anno fa, firmò un parere pro veritate in difesa di Giraudo e Agricola al processo doping?). E Battista, entusiasta, lo elogia: era ora che venisse «lacerata la coltre di imbarazzo che ha accompagnato il venire alla luce di comportamenti disdicevoli nella Procura torinese»; basta con «la reticenza degli opinion maker» che «ha contribuito a costruire il monumento all'avanguardia 'piemontese' contro la corruzione, il terrorismo e la mafia». Forse Battista non sa che quel monumento non l'ha eretto la reticenza: l'hanno eretto i risultati ottenuti dai Caselli, dai Maddalena, dai Laudi e da tanti altri giudici piemontesi contro le Br (quando magari certi neocon dell'ultim'ora vezzeggiavano l'estremismo), ma anche contro la mafia (che assassinò il procuratore Caccia, maestro di Caselli, Laudi e Maddalena, e tentò di fare la pelle al primo e al terzo). Ma Battista preferisce farfugliare contro i «difensori dell'ortodossia 'piemontese'» e le condotte «non proprio commendevoli» come l'«acclarata abitudine di integerrimi magistrati di intrecciare con Moggi conversazioni incardinate su richieste di parcheggi allo stadio».

Par di sentire Ferrara, che l'altro giorno si scagliava contro «la Procura di Caselli, Laudi e Maddalena, pupilli dei compianti Galante Garrone e Bobbio». Capìta l'antifona? Anche quei moralisti di Bobbio e Galante Garrone van cestinati con ignominia per concorso esterno in moggismo: il «tempio» dell'azionismo piemontese va smantellato perché Maddalena ha archiviato un'inchiesta, Moggi ha regalato tre cravatte a Caselli e Laudi parcheggiava allo stadio. Lo dice Ferrara, che prendeva i soldi dalla Cia e da Tanzi, e quando fu arrestato Squillante con 9 miliardi in Svizzera e i conti comunicanti con Previti, lo definì «uomo probo». E lo ribadisce col copia-incolla Battista, già vicedirettore del Panorama di Giuliano Ferrara che diffamava il pool di Milano, reo di aver scoperchiato lo scandalo «toghe sporche», allegava videocassette per sputtanare Stefania Ariosto e pubblicava l'«Elogio di Previti» firmato da Ruggero Guarini. Presto, ne siamo certi, se ne parlerà a «Porta a Porta», in un bel dibattito con Bruno Vespa (che concordava ospiti e scalette con l'entourage di Fini), con Cesare Previti nell'ora d'aria, e magari con qualche procace ragazza assunta dallo squisito talent scout finiano Salvatore Sottile, in una memorabile puntata dal titolo: «Porco è bello? Opinioni a confronto».

L'Unità, 19 giugno 2006

 

Il Grande Bordello

di Marco Travaglio


Pare di sognare. C'è un partito, An, con una dozzina di dirigenti e faccendieri indagati per associazione a delinquere per avere spiato e intercettato illegalmente due avversari politici per sputtanarli in vista delle regionali nel Lazio, a base di firme false e viados a buon mercato. Ebbene, questo partito alza il ditino contro le intercettazioni, assolutamente legali e legittime, consacrate da tutti i crismi di legge, del Tribunale di Potenza.

Pare di sognare. C'è un ministro della Giustizia, Clemente di nome e di fatto (almeno per lorsignori), che dice «basta con questo Grande Fratello», denuncia l'«indebita divulgazione del contenuto di intercettazioni» e annuncia l'immancabile «riforma bipartisan». Come se non sapesse che quelle conversazioni sono contenute nelle 2 mila pagine di mandato di cattura, a disposizione di una ventina di imputati e di altrettanti avvocati, dunque assolutamente pubbliche e pubblicabili per legge. Si può discutere sull'opportunità di riportarle tutte, integralmente, o magari di lasciarne fuori qualcuna che scredita indirettamente le vittime, come le starlet reclutate dal portavoce di Fini in cambio di comparsate nel gran lupanare Rai, previo ius primae noctis. Ma è possibile che, anziché farfugliare di Grande Fratello, non si trovi un politico che dica basta al Grande Bordello?

Urgono lezioni di diritto e procedura penale a una classe politica, e in certi casi giornalistica, che parla di cose che non conosce. Un piccolo Bignami potrebbe bastare a sfatare alcune leggende metropolitane che si ripetono pari pari a ogni inchiesta che sfiori personaggi eccellenti. Anzitutto quella dei pm che si svegliano la mattina e decidono di mangiarsi un vip a colazione, uno a pranzo, uno a cena. È una balla sesquipedale: anche perché solo un pazzo andrebbe a caccia di vip, visto quel che accade a chi ha la sventura di incappare, nel suo lavoro, in uno di questi. Se si raccontasse come nascono le inchieste sui potenti si scoprirebbe che non dipendono mai dalla prava volontà di un magistrato, ma quasi sempre dal caso, indagando su tutt'altro.

Tangentopoli nacque da una mazzettina al Pio Albergo Trivulzio. Andreotti saltò fuori dall'inchiesta sul delitto Lima. Stefania Ariosto fu convocata in un'indagine sui libretti al portatore di Berlusconi, e cominciò a parlare di Previti e toghe sporche. Il nome di Cuffaro uscì da una cimice piazzata nel salotto del boss Guttadauro. Lo stesso vale per le indagini di John Henry Woodcock, che qualche buontempone vorrebbe sempre insonne a caccia di vip. È colpa sua se, scavando nei videogiochi di un casinò, vengono fuori Sua Bassezza Reale, il portavoce e il segretario e la moglie di Fini? Per evitare che i vip finiscano nelle intercettazioni e nelle inchieste, una soluzione ci sarebbe: che i vip la smettano di delinquere o di frequentare delinquenti. Sarebbe un buon inizio.

Altra balla: il complotto anti-An. Woodcock s'è preso persino la briga di scrivere agli atti che Fini non c'entra nulla. Poteva non farlo, ha avuto l'onestà intellettuale di metterlo nero su bianco. Per tutta risposta, Fini chiede che «cambi mestiere» e sia radiato dal Csm. Il fortunatamente ex vicepremier forse non sa che ci aveva già provato il suo ex collega Roberto Castelli, trascinando Woodcock a procedimento disciplinare. Il Csm l'assolse. Castelli ricorse in Cassazione, ma questa a sezioni unite confermò l'innocenza del pm e condannò il ministro a pagare le spese.
Poi c'è, con rispetto parlando, Maurizio Gasparri. Invece di dare un'occhiata a certi suoi camerati o magari, se sapesse leggere, a qualche pagina dell'ordinanza di Potenza, non trova di meglio che dare del pazzo a Woodcock.

Tre anni fa, indagando sullo scandalo Inail, il giovane pm s'era imbattuto in una telefonata in cui un indagato diceva di aver saputo dell'inchiesta da Gasparri. Che doveva fare, il pm? Spegnere il registratore? Mangiarsi la bobina? Fingere di aver sentito Catarri, o Tamarri, o Magalli? La notizia di reato fu doverosamente iscritta, con i suoi possibili autori, sul registro degl'indagati. Poi Gasparri fu doverosamente prosciolto, non essendo emerse prove a suo carico. Forse Gasparri non lo sa, ma la legge dice così: l'obbligatorietà dell'azione penale significa che ogni notizia di reato dev'essere perseguita. Non sono previste eccezioni, nemmeno per Gasparri. Prima o poi, dovrà farsene una ragione. Basta che qualcuno, con calma e con parole semplici, glielo spieghi.

L'Unità, 20 giugno 2006

 

 

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