«Papà, fai anche tu così?
E' quello che mi ha chiesto la mia bambina, che ha
otto anni, quando ha visto alla tv le immagini dei poliziotti
che a Genova picchiavano dimostranti indifesi». Eccolo
qui, raccontato in un soffio, tutto il disagio degli sbirri.
Poliziotti che hanno scelto di fare i poliziotti, che amano
quel loro maledetto mestiere, che sono fieri della loro divisa,
che negli ultimi anni hanno avvertito anche il sostegno dei
cittadini e si sono sentiti dalla parte giusta. E ora, dopo
le giornate di Genova, si accorgono che qualcosa si è
rotto, che niente sarà più come prima. Raccontano.
Con pudore, con pacatezza, con dolore, a volte con rabbia.
I loro nomi di uomini e donne, meglio lasciarli nella penna,
ma le loro parole no: chiedono di capire che cosa è
successo, cercano di spiegare comè potuto accadere.
Nei piani alti, intanto, avviene un altro psicodramma, specchio
- anche se più deformato dalla politica - di quello
che colpisce i poliziotti dei piani bassi: lassù, i
migliori sbirri dItalia, nomi leggendari, figure che
in America sarebbero già film, uomini che hanno vinto
le ultime battaglie contro la mafia e il terrorismo, oggi
sono sotto accusa, devono traslocare in fretta dai loro uffici,
oppure restarci ma dimezzati, feriti come unanatra zoppa
da abbattere alla prima occasione. Che cosa diavolo è
successo, in quei tre stramaledettissimi giorni di luglio,
a Genova? Quale follia è esplosa? Che fottuta trappola
è scattata, «per noi sbirri», piccoli e
grandi? La domanda forse è ingenua. Ma dobbiamo partire
da qui, incrociando il disagio della truppa con il terremoto
che ha scosso i grandi capi, se vogliamo capire davvero, senza
pregiudizi da guerra fredda, che cosa è accaduto a
Genova.
Genova 2001, ritorno
al passato
«Io non voglio giudicare. Ma ho visto con i miei occhi,
alla tv, cose che non avrei voluto vedere». Chi parla
è un giovane sbirro, laureato, colto, che lavora nel
contrasto alla criminalità organizzata e ha deciso,
qualche anno fa, di fare il poliziotto. Come tanti suoi colleghi,
non ha niente a che vedere con gli agenti «proletari»
che non avevano scelta e intenerivano Pier Paolo Pasolini,
dopo gli scontri con gli studenti («borghesi»)
a Valle Giulia, nel 1968. «Siamo tutti frastornati»,
confessa il poliziotto. «Ne parliamo tra di noi, ma
non sappiamo che cosa concludere. E io, in più, non
so che cosa rispondere a mia figlia di otto anni». Una
giovane collega discute con lui, davanti a un aperitivo analcolico
alla frutta: una poliziotta acuta e intelligente che ha appena
terminato di lavorare a una lunga inchiesta antimafia i cui
esiti non sono stati neppure ammessi nel processo a cui si
riferivano. «Lo slogan Polizia assassina non lo sentivamo
più dagli anni Settanta, quando noi in polizia non
eravamo ancora neppure entrati. Negli ultimi anni polizia
voleva dire lotta alla mafia, lotta alla corruzione, difesa
della legalità. Voleva dire servizio allo Stato, anche
a costo della vita. Abbiamo avuto i nostri martiri, ma sentivamo
che i cittadini erano con noi, dalla nostra parte. Anzi: che
noi eravamo dalla parte dei cittadini, e che i cittadini lo
sapevano. Per questo mandavamo giù anche i bocconi
amari che si devono inghiottire quando si fa questo lavoro.
Poi, sono bastati tre giorni, a Genova, per rovinare tutto.
Si è spezzata la linea di fiducia tra polizia e cittadini,
costruita con anni di lavoro e con il sangue di tanti morti.
E della guerra alla mafia, della lotta alla corruzione nessuno
si ricorda più».
Le manganellate feroci su cittadini pacifici, nelle strade
di Genova. La macelleria dellirruzione notturna nella
scuola Diaz. Le botte e le sevizie ai fermati, nella caserma
di Bolzaneto. E le donne umiliate e chiamate «puttane»,
le canzoncine su Pinochet e sugli ebrei, i fermati obbligati
a gridare «viva il duce»... Se elencate a loro,
gli sbirri, i capi daccusa (documentati dalla spietata
presenza della tecnologia mediatica e dalle inaggirabili testimonianze
delle vittime), le reazioni che si ottengono sono in due fasi.
Primo tempo: la difesa. Cera disordine, guerra, attacco
alla legalità, sassate contro le forze dellordine,
vetrine infrante, auto bruciate, distruzione della città.
Le forze di polizia presenti sulla piazza hanno reagito, come
erano tenute a fare. I reati, lillegalità, stavano
dallaltra parte, nelle file dei dimostranti: black bloc,
ma (diciamo la verità) non solo black bloc. Secondo
tempo: lautocritica. «Quelle cose che ho visto
alla tv e ho letto sui giornali non si devono fare. Non è
questa la polizia che conosco. Questa non è la mia
polizia. Certo, lo so che ci sono tanti giovani che entrano
in polizia tanto per trovare un lavoro, per assicurarsi uno
stipendio. Lo sappiamo, cè una parte di noi che
è pronta a menare le mani. Sono soprattutto quelli
dei reparti mobili, la ex celere. Hanno il culto del corpo,
passano il tempo libero in palestra. Ma sono ragazzi che Pinochet
non sanno neanche chi è - e forse questo è il
dramma. Sa qual è la verità? Non hanno più
esperienza delle manifestazioni politiche, non hanno mai partecipato
a uno scontro di piazza, non sanno come comportarsi. Lunica
esperienza che hanno è quella degli stadi, dove è
guerra totale, dove contro gli hooligan tutto è permesso.
Ecco: molti poliziotti sono andati a Genova, alla carica contro
trecentomila manifestanti, come sarebbero andati a manganellare
unorda di hooligan arrivata da chissà dove».
Parlano, i nuovi poliziotti che mai nessuno va a sentire.
«Questa storia del G8 è stata montata per settimane.
Tutti a creare levento, ad attendere lappuntamento,
da una parte e dallaltra. Andare a Genova era come
partire per una guerra. Ci hanno allarmato per giorni con
le voci che ci avrebbero gettato addosso perfino il sangue
infetto. Quando poi è arrivato il momento, con davanti
a noi due o trecentomila persone che giravano come padroni
in una città che noi non conoscevamo, la tensione
si è scaricata: a colpi di manganello».
I miei colleghi che hanno
brindato (al morto)
Un poliziotto esperto di antidroga, capace di condurre uninchiesta
«di strada» come di tenere una lezione su Max
Weber, scuote la testa sconsolato. «Cosa vuoi che ti
dica? I poliziotti compagni (quelli che votano Ds, o che simpatizzano
per Rifondazione, o quelli impegnati nel sindacato Cgil) si
allineano più o meno alle segreterie nel condannare
le violenze degli uni (Genoa social forum o black blockers)
e linadeguatezza degli altri (colleghi, dirigenti, tecnici
del ministero). Nessuno spende una parola sui contenuti della
protesta o, men che meno, del G8 e della globalizzazione.
Gli sfigati come me ritengono che, una volta che si è
scelto di lasciare la piazza al confronto militare, senza
alcuna capacità di governare politicamente levento,
il risultato non può essere che quello che è
stato. Pessimo. Certo, a qualcuno può venire il sospetto
che sia stata pianificata, sul piano militare, la strumentalizzazione
dei gruppi più violenti, per poter poi provocare e
reprimere e criminalizzare lintero movimento. Ma io,
come poliziotto, preferisco pensare alla solita carenza di
intelligence e di coordinamento internazionale nel monitorare
i flussi dei violenti. Oppure - e questo mi sembra già
più sostenibile per la mia autostima - alla scelta
di lasciare la città sguarnita a favore della maggior
serenità possibile dei padroni del vapore, salvo poi
fare il conto dei danni. Quanto alla perquisizione nella scuola,
ti ricordi comera il centro sociale Leoncavallo di Milano
dopo le ìperquisizioniî dei carabinieri? Non
prendiamoci in giro, anche questa di Genova è stata
una perquisizione punitiva, eppure non è il peggio
che sia successo. Il peggio sono le battute che io comincio
a sentire tra i miei colleghi, e non solo tra quelli del reparto
mobile, ma tra i poliziotti normali, anche quelli che a Genova
non ci hanno neppure messo piede: battute come ìUno
a zero, palla al centroî, o ìAbbiamo schiacciato
la testa alle zeccheî, oppure ìAvete voluto il
morto e lavete avutoî, fino a ìAbbiamo
brindatoî (al morto, sintende). Io spero, davvero,
che sia soltanto il solito, stupido modo per esorcizzare gli
orrori visti (e visti, per lo più, in televisione)
o per esorcizzare il dubbio, che ogni tanto ti viene, se per
caso non stai dalla parte sbagliata. Ma lasciamo perdere queste
considerazioni: sono solo un modesto sbirro con modeste speranze».
Ma ci sono, i violenti? «Non so se ci sono squadrette
fasciste, non credo. Ma squadrette violente sì, ci
sono», risponde un agente. «Adesso siamo umiliati
per quello che abbiamo visto alla tv e perché torniamo
a vedere sui muri ìPs, Ssî. Ma se è vero
che Genova è una svolta, è anche vero che la
violenza non è nata a Genova. Questa volta abbiamo
visto, questa volta chi è stato maltrattato ha potuto
denunciarlo: ma quanti ogni giorno subiscono soprusi e non
hanno voce per denunciarlo? Provi a dipingersi la faccia di
nero, magari senza permesso di soggiorno in tasca, e poi vedrà...».
Non è un argomento di cui parlano volentieri, gli sbirri.
Ma qualcuno prova a fare un ragionamento: per anni ci hanno
detto che bisogna avere «tolleranza zero», con
due o tre partiti che ci giocavano sopra le campagne elettorali;
ora hanno vinto e, allora, perché stupirsi? Cè
una storia, una piccola storia di ordinaria violenza nei confronti
di chi non ha voce, che è emersa nelle settimane scorse:
è la vicenda di una mezza dozzina dagenti del
commissariato Garibaldi di Milano, che ha massacrato di botte
un albanese, sotto gli occhi della moglie e della sua bambina
di un anno. «Albanese di merda», e giù
manganellate.Lepisodio non è rimasto sepolto
soltanto perché è finito in una sentenza del
tribunale di Milano: alcuni cittadini avevano assistito alla
scena e questa volta, invece di voltarsi dallaltra parte,
erano intervenuti e avevano testimoniato la verità.
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Nancy
Brilli poliziotta,
Gigi Proietti carabiniere.
Ovvero, le forze dell'ordine
dalla parte del cittadino
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Io cero e vi
racconto
Racconta uno che a Genova cera: «Ho partecipato
alla carica di sabato sul lungomare. Ma ti assicuro che non
ho picchiato nessuno. Anzi, ho salvato dalle botte molta gente,
indicando vie di fuga o mettendo il mio braccio tra i corpi
dei dimostranti e il manganello di qualche collega».
Chi parla è un giovane sbirro che fa parte di un reparto
mobile con sede in una città del centro Italia, ma
spedito a Genova per il G8. «Dopo la carica contro dimostranti
pacifici sul lungomare, il nostro capo ci ha chiamato fascisti
a tutti quanti, ci ha gridato che si vergognava dei suoi uomini.
Il giorno prima, invece, ci aveva riferito i complimenti personali
del grande capo, di Gianni De Gennaro, perché per tutta
la giornata avevamo preso insulti e sassate senza reagire.
La tensione tra noi era alle stelle: per tutta la settimana
precedente ci avevano detto che i manifestanti avrebbero avuto
pistole, che ci avrebbero tirato sangue infetto e biglie allacido.
La sera di venerdì, dopo la morte di quel ragazzo,
ci hanno detto che era morto anche un carabiniere. Domenica
ho visto funzionari intransigenti venire alle mani con i sostenitori
della linea dura, ho sentito di pezzi grossi che hanno detto
di voler andare in ferie e poi lasciare la polizia».
E adesso? «Dopo Genova la gente ti guarda diversamente:
qualcuno ti ferma per dirti bravi, avete fatto bene, dovevate
picchiare di più. Ma molti, e secondo me sono la maggioranza,
stanno zitti e ti guardano con occhi diversi, con paura, rabbia
o sfiducia. Adesso voi giornalisti ci date tutti addosso.
Avete scritto che siamo tutti fascisti, che abbiamo negli
armadietti le foto del duce e i gagliardetti della X Mas.
Ma non è vero, non è vero che la polizia è
fascista, nel mio reparto i nostalgici ci sono, ma ce ne sono
anche fuori, mica solo in polizia. Da noi i fascisti sono
tanti quanti sono i comunisti: cè chi fa il saluto
romano e chi alza il pugno chiuso, ma sono comunque e sempre
una piccola minoranza».
Il ricordo della battaglia brucia ancora. «Sul lungomare
i più cattivi erano i finanzieri, quelli dellantiterrorismo:
a un certo punto qualcuno ha provato a scappare verso la spiaggia,
loro gli sono andati dietro e hanno menato anche gente che
stava lì a prendere il sole. Il loro capo era quello
vestito da Robocop che si è visto in tante foto. La
carica di sabato è stata brutta, ma la vera cazzata
è stata quella lirruzione nella scuola Diaz.
Lì noi non ceravamo, avevano mandato quelli di
Roma, gente scelta apposta per il G8 sulla base di determinate
caratteristiche fisiche, psicoattitudinali e anche politiche.
Lerrore è stato quello di lasciare campo libero
ai più esaltati. Ma, credimi, è difficile restare
impassibili mentre ti arrivano i sassi in testa, dopo ore
e ore in piedi sotto il sole, con le maschere antigas appannate
per il sudore».
Neanche un colpo di sfollagente
«Ti ripeto, io non ho tirato manco una sfollata (colpo
di sfollagente, ndr), ma capisco i colleghi che lo hanno fatto,
dopo che hanno visto gli stessi dimostranti che prima tiravano
i sassi venirci poi incontro con le mani dipinte di bianco:
è successo anche questo, te lo assicuro. La colpa?
Di tutti, anche del Genoa social forum, che non ha saputo
isolare i violenti e ha lasciato un corteo di due o trecentomila
persone in balìa di chi prendeva liniziativa,
senza un servizio dordine. Non so se cera un piano
perché succedesse tutto questo. So che ho visto tanta
approssimazione, tanto casino, tanta negligenza. Credimi:
per come si erano messe le cose, poteva succedere anche di
peggio. E il bello deve ancora venire: vedrai che cosa succederà
nelle piazze in autunno, se i sindacati mobiliteranno la gente
contro Berlusconi. Noi celerini avremo molto da fare, e tutti
ci saranno contro. Dopo quello che ho visto a Genova, io ho
chiesto di essere trasferito in ufficio, in strada con il
reparto mobile non ci voglio più stare».
In Italia ci sono 104 mila poliziotti.Le donne sono 14 mila.
La metà arriva dal Sud, i nordici sono solo il 19 per
cento. Leggono i giornali, si informano. Sono in gran parte
diplomati (56 mila) e molti (5.500) anche laureati. A una
analisi sociologica, gli sbirri appaiono più istruiti
della media degli italiani. Ma reali prospettive di futuro,
poche. Negli anni scorsi è stata attuata una politica
delle promozioni facili, così che ora i graduati sono
circa il 40 per cento: quasi un capo per ogni agente. Negli
ultimi sei mesi, ben 500 commissari (su 2.500) se ne sono
andati. Per approfittare di una legge che ora permette la
diretta mobilità interna alle amministrazioni pubbliche:
ma quando se ne vanno in tanti - e proprio nella fascia dei
trenta-trentacinquenni, tutti laureati, molti appassionati
del loro lavoro, insomma quelli che dovrebbero costruire la
nuova polizia di domani - non si può non pensare che
lesodo sia segno di una crisi, di un disagio diffuso.
Racconta uno dei commissari che ha lasciato la polizia: «Da
qualche tempo laria è cambiata. Noi, per esempio,
avevamo cominciato a impostare un lavoro per capire i nuovi
fenomeni (la criminalità straniera, per esempio) e
poterli quindi affrontare con successo. Ma sono arrivati i
nuovi ordini: tolleranza zero, basta lunghe indagini sui fenomeni,
tornare a lavorare sui singoli fatti, ottenere risultati rapidi.
I capi, pressati dalla nuova politica, volevano poter esibire
i numeri, le quantità, gli arrestati. Perché
stare mesi a fare unindagine sui gruppi criminali cinesi,
quando rende di più andare sui viali e fare una retata
di prostitute? Non ero entrato in polizia per andare a caccia
di puttane: a questo punto, ho salutato e me ne sono andato».
Chi resta, ora, dovrà fare il conti con il nuovo clima.
Tanta professionalità, tanta passione, tanta generosità
dovranno provare a combattere e vincere il disagio e lumiliazione
del dopo-Genova.
Ai piani alti
Chi vincerà, invece, la partita che si combatte ai
piani alti della polizia? Per ora, in attesa dellindagine
giudiziaria, i soli sconfitti sono tre superpoliziotti (il
vicecapo vicario della polizia Ansoino
Andreassi, il direttore dellantiterrorismo
Arnaldo La Barbera e il prefetto di Genova
Francesco Colucci) che hanno dovuto lasciare il loro
posto in seguito a uninchiesta amministrativa. Ma che
cosa sia successo a Genova durante il G8 resta per molti aspetti
ancora un mistero. A partire dal vero e proprio giallo del
Viminale: dovera il ministro dellInterno Claudio
Scajola nelle giornate tra il 19 e il 22 luglio? Non
a Genova, dove era in corso il vertice. Ma neppure a Roma,
nel suo ufficio al ministero. Chi ha gestito politicamente
quei giorni drammatici?
Molte settimane prima, tutto era iniziato sotto il segno del
dialogo: il ministro degli Esteri Renato
Ruggiero e il capo della polizia Gianni
De Gennaro avevano incontrato i rappresentanti del
Genoa social forum e avevano assicurato di voler garantire
la sicurezza del vertice, ma anche il diritto a manifestare
dei no-global. Mentre si mostravano le carote, sotto sotto
si preparava però il bastone: la blindatura della città
per rendere inespugnabile la zona rossa e la chiusura della
stazione di Brignole per fare in modo che Genova fosse più
difficilmente raggiungibile. Il primo obiettivo (ne era responsabile
il vicecapo della polizia Antonio Manganelli)
è stato raggiunto con successo: la zona rossa è
rimasta un deserto inviolato e il programma di lavoro del
G8, vera ossessione di Silvio Berlusconi,
non ha dovuto subire il benché minimo cambiamento.
Tutto il resto, però, è saltato. Fuori dalla
«città proibita» è stato un fallimento
dopo laltro. Come se fosse stata cambiata - e allultimo
momento - la strategia dintervento. Sembrava fosse stata
preparata una strategia preventiva: le strutture dintelligence,
italiane e straniere, avevano annunciato la presenza dei black
bloc e avevano preparato lunghe liste di nomi. Il Dipartimento
amministrazione penitenziaria era pronto a Genova fin dal
15 luglio, e dal 17 era in grado di «accogliere»
un numero consistente di ospiti. Il carcere di Marassi era
stato «alleggerito» di 200 detenuti per far posto
ai nuovi ospiti previsti. Invece fino al 20 la polizia penitenziaria
è rimasta inattiva, le gabbie preparate a Bolzaneto
e le celle di Marassi sono rimaste vuote.
Eppure non erano mancate, dopo i rapporti delle strutture
dintelligence, neppure le segnalazioni sul campo della
presenza di black bloc (come le denunce della presidente della
Provincia di Genova Marta Vincenzi).
Niente. Tutto è restato fermo, a Genova, dove intanto
era sbarcato il vicepresidente del Consiglio
Gianfranco Fini, con un quartetto di parlamentari del
centrodestra. Installati nelle sale operative di polizia e
carabinieri, mentre di Scajola si perdevano letteralmente
le tracce, Fini e i quattro sono la vera centrale politica
dei giorni del G8. Scajola ha abdicato al suo ruolo e il ministro
dellInterno, in quei due giorni, lo ha fatto Gianfranco
Fini.
Venerdì 20 luglio le varie polizie presenti in forze
a Genova assistono alle scorribande dei black bloc senza riuscire
a compiere interventi efficaci. Sono sotto scacco, con conseguente
frustrazione. Nel pomeriggio, un carabiniere di leva uccide
il giovane Carlo Giuliani. Sabato
21 luglio è la giornata della rivincita. Archiviata
ormai la strategia preventiva, scatta quella repressiva. Come
avessero avuto finalmente via libera, la polizia, ma anche
i carabinieri e i gruppi antiterrorismo della Guardia di finanza
(responsabile politico: il ministro
Giulio Tremonti) si scatenano. Lobiettivo non
sono però i gruppi organizzati e violenti, che escono
quasi indenni dagli scontri, ma tutti i dimostranti, colpiti
indiscriminatamente e selvaggiamente. Il nemico, ormai, è
il Genoa social forum, accusato di essere lincubatore
dei violenti. La mattina di sabato 21 luglio la polizia rinuncia,
malgrado avesse migliaia di uomini a Genova, ad entrare nelledificio
della Provincia a Quarto, dove si erano installate le tute
nere.
La sera, invece, entra nella scuola Diaz, sede di Genoa social
forum.Scatta loperazione che avrebbe dovuto dimostrare
che il Gsf era il burattinaio dei black bloc: dopo aver informalmente
avvertito la stampa, varie squadre di diverse polizie penetrano
nelledificio - senza mandato della magistratura e in
maniera un po anarchica, come black bloc di Stato. Non
trovano niente di rilevante, la prova della connivenza non
cè, in compenso si scatenano in una vera e propria
vendetta contro i manifestanti, puniti per le frustrazioni
patite il giorno prima e le devastazioni compiute (da altri)
il giorno stesso. Chi ha segnalato che alla Diaz cera
la «centrale dei terroristi»? E come mai poliziotti
di grande esperienza come La Barbera
e il capo del Servizio centrale operativo della polizia
Franco Gratteri si sono lasciati incastrare in una
operazione sbagliata, confusa e mal condotta, prima che grondante
illegalità?
Le vendette continuano, domenica 22 luglio, contro i fermati,
picchiati e seviziati nella caserma di Bolzaneto. Anche qui,
regna il caos e lanarchia: come mai qualunque poliziotto,
contro ogni regolamento, è lasciato entrare nella caserma,
ad aggiungere il suo contributo alle sevizie?
E i politici non hanno
colpe
Chiusa (malissimo) la fase «militare», comincia
la gestione politica. Crolla subito, davanti alle immagini
trasmesse in tutto il mondo e alle proteste di molti Paesi
europei, la linea dura di chi sostiene che le polizie non
avevano commesso nulla dillegale. Crolla anche il rifiuto
della maggioranza di governo di istituire una commissione
parlamentare dindagine, che viene invece varata. Una
commissione dinchiesta amministrativa della polizia
giunge a far saltare, in tempi rapidi, Andreassi, La Barbera
e Colucci, mentre la magistratura di Genova lavora a pieno
ritmo su otto differenti filoni dindagine, la maggior
parte dei quali riguarda presunti reati commessi dalle polizie.
Curioso destino, quello dei poliziotti finiti sotto accusa
per Genova. Sono per lo più, insieme al grande capo
Gianni De Gennaro, i protagonisti
della più emozionante stagione dellantimafia
degli ultimi decenni, sono quelli che hanno sconfitto la Cosa
nostra di Totò Riina e
che conoscono bene anche le accuse che alcuni mafiosi pentiti
hanno rivolto a DellUtri e Berlusconi. Andreassi, che
invece ha una storia diversa dal gruppo di De Gennaro, è
però indicato dal Velino di Lino
Jannuzzi come uomo di Luciano
Violante, il «ministro dellInterno dei
Ds».
Giunti ai vertici del Viminale sotto i governi di centrosinistra,
ora, sotto un governo di centrodestra, sono allontanati o
azzoppati grazie al pasticcio di Genova, senza neppur bisogno
di ricorrere a epurazioni ufficiali.
Intanto, nessuna responsabilità viene assunta dai responsabili
politici del disastro: linvisibile Scajola, il fin troppo
visibile Fini, il presidente del Consiglio
Silvio Berlusconi che a Genova era tutto assorbito
da fioriere e panni stesi, il ministro leghista della Giustizia
Roberto Castelli, anchegli
presente, per sua stessa ammissione, nella caserma degli orrori
di Bolzaneto.
Piccoli e grandi sbirri sono oggi alle prese con la trappola
Genova. Con i politici che un po attaccano, un po
coprono, purché non siano messe in discussione la loro
responsabilità.
(da Diario, 10 agosto 2001)