| |
Andreotti.
I fatti separati dalle opinioni:
Mafioso fino al 1980
Giulio presidente del Senato? Ecco gli
eventi accertati. Incontrò due volte il capo di Cosa nostra,
Stefano Bontate. Coltivò rapporti con Salvo Lima, Vito Ciancimino,
i cugini Salvo. Parlò con il boss Manciaracina
Candidato alla presidenza del Senato. Dal centrodestra, ma
non senza la possibilità di «unire», cioè di ottenere voti
dal centrosinistra. Una candidatura, ha esplicitato qualcuno,
che vale anche come risarcimento per il «calvario giudiziario»
che ha dovuto sopportare. Giulio Andreotti riuscirà
a conquistare la seconda carica dello Stato? A ogni buon conto,
ecco alcuni brani delle sentenze palermitane che lo riguardano.
Vi sono raccontati fatti che basterebbero da soli anche
prescindendo dalle paroline finali (assolto, condannato, prescritto)
a spingere qualunque cittadino di qualunque Paese civile
a decidere di non stringere più la mano a chi ne è stato protagonista.
Altro che cariche istituzionali.
Alcune note tecniche. La sentenza di primo grado (del 23 ottobre
1999) è confermata da quella d¹appello (del 2 maggio 2003),
che la riforma soltanto trasformando l¹assoluzione in prescrizione
del reato di associazione a delinquere, comunque «commesso
fino alla primavera del 1980». Dunque il senatore Andreotti
per i suoi rapporti con Cosa nostra è stato riconosciuto responsabile,
fino al 1980, del reato di associazione a delinquere (l¹associazione
mafiosa, con l¹articolo 416 bis, è stata introdotta solo dopo
i fatti contestati). Per le accuse successive alla primavera
del 1980, la Corte d¹appello conferma i fatti, confermando
però anche l¹assoluzione: ai sensi dell¹articolo 530 secondo
comma del Codice di procedura penale, che ricalca la vecchia
insufficienza di prove. Tutto ciò diventa definitivo con la
sentenza finale dalla Cassazione, il 15 ottobre 2004. Ecco
dunque i fatti accertati nelle sentenze Andreotti.
Rapporti con Cosa nostra. Secondo
la Corte d¹appello, Andreotti, «con la sua condotta (...)
(non meramente fittizia) ha, non senza personale tornaconto,
consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione
con il sodalizio criminale ed arrecato, comunque, allo stesso
un contributo rafforzativo manifestando la sua disponibilità
a favorire i mafiosi».
In definitiva, la Corte ritiene «che sia ravvisabile il reato
di partecipazione alla associazione per delinquere nella condotta
di un eminentissimo personaggio politico nazionale, di spiccatissima
influenza nella politica generale del Paese ed estraneo all¹ambiente
siciliano, il quale, nell¹arco di un congruo lasso di tempo,
anche al di fuori di una esplicitata negoziazione di appoggi
elettorali in cambio di propri interventi in favore di una
organizzazione mafiosa di rilevantissimo radicamento territoriale
nell¹Isola: a) chieda ed ottenga, per conto di suoi sodali,
ad esponenti di spicco della associazione interventi para-legali,
ancorché per finalità non riprovevoli; b) incontri ripetutamente
esponenti di vertice della stessa associazione; c) intrattenga
con gli stessi relazioni amichevoli, rafforzandone la influenza
anche rispetto ad altre componenti dello stesso sodalizio
tagliate fuori da tali rapporti; d) appalesi autentico interessamento
in relazione a vicende particolarmente delicate per la vita
del sodalizio mafioso; e) indichi ai mafiosi, in relazione
a tali vicende, le strade da seguire e discuta con i medesimi
anche di fatti criminali gravissimi da loro perpetrati in
connessione con le medesime vicende, senza destare in essi
la preoccupazione di venire denunciati; f) ometta di denunciare
elementi utili a far luce su fatti di particolarissima gravità,
di cui sia venuto a conoscenza in dipendenza di diretti contatti
con i mafiosi; g) dia, in buona sostanza, a detti esponenti
mafiosi segni autentici e non meramente fittizi di amichevole
disponibilità, idonei, anche al di fuori della messa in atto
di specifici ed effettivi interventi agevolativi, a contribuire
al rafforzamento della organizzazione criminale, inducendo
negli affiliati, anche per la sua autorevolezza politica,
il sentimento di essere protetti al più alto livello del potere
legale».
Le «vicende particolarmente delicate per la vita» di Cosa
nostra e i «fatti di particolarissima gravità» sopra menzionati
riguardano Piersanti Mattarella, presidente democristiano
della Regione Sicilia, impegnato in un¹opera di moralizzazione
che l¹aveva posto in rotta di collisione con la mafia, che
perciò lo uccise il giorno dell¹Epifania, il 6 gennaio 1980,
mentre con la moglie, la madre e i suoi due figli stava per
andare a messa. Andreotti, si legge nella sentenza, «era certamente
e nettamente contrario» alla commissione del delitto, ma come
tentò di evitarlo? Andando a incontrare in Sicilia l¹allora
capo di Cosa nostra, Stefano Bontate, per trattare con lui
e discutere dei «problemi» che Mattarella poneva. Andreotti,
«nell¹occasione, non si è mosso secondo logiche istituzionali,
che potevano suggerirgli di respingere la minaccia alla incolumità
del presidente della Regione facendo in modo che intervenissero
per tutelarlo gli organi a ciò preposti e, per altro verso,
allontanandosi definitivamente dai mafiosi, anche denunciando
a chi di dovere le loro identità ed i loro disegni».
Invece, «ha, sì, agito per assumere il controllo della situazione
critica e preservare la incolumità dell¹on. Mattarella, che
non era certo un suo sodale, ma lo ha fatto dialogando con
i mafiosi e palesando, pertanto, la volontà di conservare
le amichevoli, pregresse e fruttuose relazioni con costoro,
che, in quel contesto, non possono interpretarsi come meramente
fittizie e strumentali». Ucciso dai mafiosi Mattarella, «Andreotti
non si è limitato a prendere atto, sgomento, che le sue autorevoli
indicazioni erano state inaspettatamente disattese dai mafiosi
ed a allontanarsi senz¹altro dagli stessi, ma è ³sceso² in
Sicilia per chiedere conto al Bontate della scelta di sopprimere
il presidente della Regione: anche tale atteggiamento deve
considerarsi incompatibile con una pregressa disponibilità
soltanto strumentale e fittizia e (...) non può che leggersi
come espressione dell¹intento (fallito per le ragioni già
esposte in altra parte della sentenza) di verificare, sia
pure attraverso un duro chiarimento, la possibilità di recuperare
il controllo sulla azione dei mafiosi riportandola entro i
tradizionali canali di rispetto per la istituzione pubblica
e di salvaguardare le buone relazioni con gli stessi, nel
quadro della aspirazione alla continuità delle stesse».
Rapporti con Michele Sindona.
Intensi e significativi i rapporti di Andreotti con il bancarottiere
legato alla mafia siciliana, condannato come mandante dell¹omicidio
di Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore delle banche
di Sindona. Secondo la sentenza di primo grado, «è stato provato»
che il senatore Andreotti «adottò reiteratamente iniziative
idonee ad agevolare la realizzazione degli interessi del Sindona
nel periodo successivo al 1973», così come fecero «taluni
altri esponenti politici, ambienti mafiosi e rappresentanti
della loggia massonica P2». Andreotti destinò a Sindona «un
continuativo interessamento, proprio in un periodo in cui
egli ricopriva importantissime cariche governative». Fu «attivo»
il suo «impegno per agevolare la soluzione dei problemi di
ordine economico-finanziario e di ordine giudiziario» di Sindona
e per avvantaggiarlo nel «disegno di sottrarsi alle conseguenze
delle proprie condotte». Se «gli interessi di Sindona non
prevalsero» fu merito di Ambrosoli, che si oppose ai progetti
di salvataggio del finanziere, sostenuti invece da Andreotti,
altri politici, ambienti mafiosi e piduisti. Andreotti «anche
nel periodo in cui rivestiva le cariche di ministro e di presidente
del Consiglio si adoperò in favore di Sindona, nei cui confronti
l¹autorità giudiziaria italiana aveva emesso fin dal 24 ottobre
1974 un ordine di cattura per bancarotta fraudolenta». I referenti
mafiosi di Sindona conoscevano «il significato essenziale
dell¹intervento spiegato dal senatore Andreotti (anche se
non le specifiche modalità di esso)». E tuttavia, conclude
il tribunale, non vi è «prova sufficiente che l¹imputato abbia
agito con la coscienza e volontà di apportare un contributo
casualmente rilevante per la conservazione o il rafforzamento
dell¹organizzazione mafiosa».
Rapporti con i cugini Salvo.
Ignazio Salvo fu condannato per mafia e poi ucciso da Cosa
nostra, Nino Salvo morì per cause naturali dieci giorni prima
dell¹inizio del maxiprocesso di Palermo, che lo vedeva tra
i rinviati a giudizio. «L¹asserzione dell¹imputato di non
aver intrattenuto alcun rapporto con i cugini Salvo è risultata
inequivocabilmente contraddetta dalle risultanze probatorie»,
sancisce la sentenza di primo grado. Tra queste risultanze,
due testimonianze oculari su un lungo colloquio tra Andreotti
e Nino Salvo nel corso di un¹iniziativa pubblica il 7 giugno
1979 e il vassoio d¹argento regalato dall¹onorevole ad Angela
Salvo, figlia di Antonino, in occasione del suo matrimonio.
La sentenza giudica però non dimostrato che Andreotti abbia
«manifestato ai cugini Salvo una permanente disponibilità
ad attivarsi per il conseguimento degli obiettivi propri dell¹associazione
mafiosa». Osserva inoltre il tribunale che probabilmente l¹onorevole
Andreotti, negando in aula questo rapporto, voleva solo «evitare
ogni appannamento della propria immagine di uomo politico»,
cercava di «impedire che nell¹opinione pubblica si formasse
la certezza dell¹esistenza dei suoi rapporti personali con
soggetti quali i cugini Salvo, organicamente inseriti in Cosa
nostra».
Rapporti con Lima e Ciancimino.
Altrettanto provati sono i rapporti di Andreotti con Salvo
Lima, il discusso leader della corrente andreottiana in Sicilia,
e Vito Ciancimino, l¹ex sindaco democristiano di Palermo condannato
in via definitiva per mafia. La sentenza di Cassazione, che
accoglie integralmente le conclusioni dei giudici di primo
e secondo grado, ritiene accertato «che il senatore Andreotti
ha avuto piena consapevolezza che i suoi referenti siciliani
(Lima, i Salvo, Ciancimino) intrattenevano amichevoli rapporti
con alcuni boss mafiosi; che egli aveva quindi, a sua volta,
coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; che aveva
palesato ai medesimi una disponibilità non necessariamente
seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; che
aveva loro chiesto favori; che li aveva incontrati; che aveva
interagito con essiŠ che aveva omesso di denunciare le loro
responsabilità».
Incontro con il mafioso Andrea Manciaracina.
Il 19 agosto 1985, all¹Hotel Hopps di Mazara del Vallo, il
ministro degli Esteri Andreotti incontra il boss Andrea Manciaracina,
all¹epoca sorvegliato speciale e uomo di fiducia di Totò Riina.
Un colloquio riservato, in una stanza chiusa, testimoniato
non da un «pentito» ma dal sovraintendente capo della polizia
Francesco Stramandino, inviato sul posto per tutelare la sicurezza
del ministro che lì avrebbe tenuto un breve discorso. Sentito
dalla procura di Palermo il 19 maggio 1993, Stramandino dichiarò:
«Ricordo che rimasi un po¹ sorpreso di ciò, poiché pensai
che l¹on. Andreotti trattava cortesemente una persona del
tipo di Manciaracina, e magari poi a noi della polizia neanche
ci guardava». Lo stesso Andreotti ha ammesso in aula l¹incontro
con Manciaracina, spiegando che il colloquio ebbe a che fare
con i problemi della pesca. La sentenza di primo grado definisce
«inverosimile» la «ricostruzione dell¹episodio offerta dall¹imputato».
Però «manca qualsiasi elemento che consenta di ricostruire
il contenuto del colloquio». La versione «inverosimile» fornita
dall¹onorevole Andreotti, secondo il tribunale, potrebbe essere
dovuta «al suo intento di non offuscare la propria immagine
pubblica ammettendo di avere incontrato un soggetto strettamente
collegato alla criminalità organizzata e di avere conferito
con lui in modo assolutamente riservato».

ARCHIVIO ARTICOLI PRECEDENTI
Condannato
La Corte d'Assise d'appello di Perugia
ha condannato Giulio Andreotti a 24 anni per omicidio. Come
mandante dell'assassinio del giornalista Mino Pecorelli. Critiche
scomposte, a destra e a sinistra. Ma in un Paese (davvero)
normale, i giocatori di poker non si siedono al tavolo verde
con un baro: e non aspettano una sentenza. Da noi, invece,
i giustizialisti (quelli veri) non escludono dalla politica
gli indegni, prima vogliono la sentenza: se è di assoluzione,
attaccano i magistrati; se è di condanna, non ci credono,
e attaccano i magistrati...
Le reazioni della destra di governo ce le aspettavamo: Berlusconi
e i suoi devono difendere Andreotti per difendere se stessi;
devono far finta di non credere che Giulio possa avere commesso
reati perché fa loro comodo che non si creda che essi
stessi possano avere commesso reati; colgono l'occasione (anche
questa!) per attaccare la magistratura a causa di vecchie
storie di ieri perché questo serve a mettere la museruola
ai giudici per le inchieste di oggi.
Urlano: la giustizia è impazzita, riformiamola. La
sentenza Andreotti è una scusa, naturalmente: dividere
le carriere, togliere autonomia al magistrato d'accusa, rendere
gerarchici gli uffici del pubblico ministero... Tutto ciò
non c'entra nulla con la condanna di Perugia, decisa da una
Corte d'assise d'appello, in cui la maggioranza dei componenti
(sei su otto) sono non magistrati, ma cittadini estratti a
sorte!
Ripetono: chi è stato votato dagli elettori non può
essere processato. In pratica, vogliono l'impunità
per i potenti. La restaurazione medioevale al diritto dei
Principi legibus suluti. Presto tornerà l'immunità
parlamentare.
Più difficile comprendere le reazioni di tanti a sinistra.
Davvero non credono che Andreotti possa avere usato spregiudicatamente
tutti i mezzi del potere, legali e illegali? Forse qualcuno
lo crede davvero, per candore, ignoranza dei fatti, ingenuità.
Pochi hanno letto la sua sentenza di assoluzione in primo
grado a Palermo, che pur assolvendo elenca le
menzogne di Andreotti e disegna un quadro terribile di compromissioni
tra gli andreottiani di Palermo e Cosa nostra.
Altri credono che la politica, anzi, la storia italiana non
possa essere processata e condannata. Certificare che Andreotti
è un omicida e un amico dei mafiosi significa accettare
di aver vissuto in un Paese in cui la politica e la storia
sono state fatte con l'omicidio e la mafia. Inaccettabile.
Incredibile. Non può essere. Dunque si lasci in pace
il vecchio padre della patria e le cattive coscienze di tanti
politici che hanno guardato ma non hanno visto. Assolviamo.
E con il divo Giulio assolviamo tante coscienze, di destra
e di sinistra e di centro. Quelli che vengono dalla Dc, anche
la Dc delle persone per bene, la Dc dei Castagnetti. Quelli
che vengono dal Pci, che per anni hanno chiuso uno o due occhi
e dato sponda ad Andreotti, in cambio di una politica estera
aperta all'Est e ai Paesi arabi.
Il dibattito dopo la sentenza, il coro quasi unanime dei commenti
partono tutti da un presupposto: che Andreotti sia innocente.
Da qui nasce lo scandalo. Si esclude che Andreotti possa essere
colpevole. Eppure anche le sentenze d'assoluzione ribadiscono
che la politica italiana (e gli andreottiani in primo luogo)
ha avuto contatti con la mafia. Eppure la ricostruzione dell'omicidio
Pecorelli con Andreotti come mandante non è così
fuori dalla terribile stioria italiana...
A pochi viene in mente che comunque i meccanismi della giustizia
sono devono essere diversi dai riti e dagli
accordi della politica. L'accusa raccoglie le prove, la difesa
le contesta, i giudici condannano o assolvono. Con tre gradi
di giudizio, che rendono un po' farraginoso e qualche volta
contraddittorio, in Italia, il percorso della giustizia.
Ma il problema è la storia, la nostra storia italiana.
Guardiamo i fatti. Stragi terribili e trame oscure, depistaggi
e doppi giochi, ricatti e dossier, colpi di stato e logge
segrete, fiumi di tangenti, mafie potentissime, i più
grandi banchieri privati morti in circostranze drammatiche,
i più grandi imprenditori coinvolti in ruberie e affari
con la mafia, terroristi rossi lasciati fare, servitori dello
Stato lasciati soli, giudici e prefetti e poliziotti e giornalisti
uccisi come cani. Esiste un altro Paese dell'Occidente con
una storia come la nostra? La politica, da noi, si intreccia
con la questione criminale. L'omicidio, da noi, è stato
uno strumento politico.
O tutto ciò è parto di menti malate. E allora
non esistono piazza Fontana, i depistaggi, la P2, Sindona,
Calvi, Tangentopoli, Gardini, Dell'Utri e Berlusconi, le Br,
la banda della Magliana, Moro, Dalla Chiesa... Oppure tutto
ciò esiste, e deve avere una spiegazione. Qualche agente
deviato? Qualche criminale solitario? Difficile spiegare una
complessa storia di intrecci tra politica, finanza, criminalità
ed eversione con qualche isolato deviante. Agli storici il
compito di cogliere il nesso tra visibile e invisibile in
questo povero Paese. Ai magistrati si lasci almeno la libertà
di scrivere qualche pagina di verità giudiziaria, che
non sarà la verità storica, ma non può
essere neppure da quella troppo dissimile.
E ai cittadini? Ormai non hanno più la libertà
di sapere. Le élite politiche, quasi al completo, si
sono ormai saldate nel pensiero unico del minimalismo storico
(secondo cui in Italia le cose non possono essere andate così
male...). Il monopolio dell'informazione è compatto
e impedisce di far conoscere le voci fuori dal coro. è
stato azzerato il livello del giudizio politico, etico, civile,
che nei Paesi davvero normali di solito espelle i mascalzoni,
o anche solo chi non se lo merita, prima che si muovano i
giudici. I giocatori di poker non si siedono al tavolo verde
con un baro. Sanno che non canviene. A meno che al tavolo
non siano tutti bari, e qualche pollo.
Ad Andreotti in un Paese civile le persone per bene avrebbero
da tempo (prima che arrivassero le indagini giudiziarie!)
tolto il saluto. è provato che ha avuto rapporti con
uomini della mafia. è provato che avuto un ruolo in
tanti scandali italiani (Italcasse in primo luogo: tanto da
essere ricattato da Pecorelli). Ciò che si sa di certo
sul suo conto (come su quello di Dell'Utri, di Previti, di
tanti altri politici italiani) può non essere sufficiente
per una condanna penale, ma è più che sufficiente
per una condanna civile, moralme, politica.
Invece Andreotti (come Dell'Utri, come Previti, come tanti
altri) è ricercato, onorato, rispettato, beatificato.
Da noi, i "giustizialisti", quelli veri, prima di
intervenire con sanzioni morali e politiche vogliono le sentenze
giudiziarie. Poi, se sono d'assoluzione, danno addosso ai
giudici. E se sono di condanna non ci credono, e danno addosso
ai giudici. Curioso Paese, questo, visto dalla luna...
NON
CI POSSO CREDERE. Sentite con le vostre orecchie
che cosa dice Piero Fassino (a confronto con un gigante
del pensiero Occidentale, Carlo Giovanardi) sulla riforma
della giustizia necessaria non si capisce perché
dopo la sentenza Andreotti (scaricate il file
audio, by Radio24).
Giulio oltre le sentenze
Prima assolto. Poi condannato. Ma
ecco che cosa dicono veramente, al di là dell'ultima
parolina (assolto, condannato) le sentenze di Palermo e
Perugia su Andreotti, politico al di sotto di ogni sospetto.
Le bugie, le tangenti, le collusioni con i mafiosi...
di Peter Gomez
Provate a immaginarvi con la pagella in mano di vostro figlio.
Leggete i voti e scoprite che ha meritato solo 3 e 4, seguiti
però dall'annuncio: "Promosso". Ecco, se
si paragonassero a una pagella le motivazioni delle sentenze
di primo grado che tre anni fa a Palermo e a Perugia assolsero
Giulio Andreotti dalle accuse di mafia e omicidio, si potrebbe
benissimo partire da qui: dallo stupore, o dal mancato stupore.
Mentre oggi tutta la politica grida alla riforma della giustizia
e si sdegna per la condanna in appello dell'ex presidente
del Consiglio come mandante dell'assassinio del giornalista
Mino Pecorelli, nessuno allora battè ciglio leggendo
le motivazioni dei giudici di primo grado. Eppure da quelle
5 mila 500 pagine, scritte da magistrati considerati da politici
e commentatori "bravi e preparati", emerge un ritratto
umano che stride con quello di uno statista irreprensibile.
Già nel 2000 le toghe e i giudici popolari che avevano
assolto il sette volte presidente del Consiglio avevano considerato
provate molte delle accuse mosse dalle procure di Palermo
e Perugia. Andreotti infatti, stando alle assoluzioni che,
secondo il futuro presidente della Camera Pier Ferdinando
Casini, gli avevano "restituito l'onore politico",
frequentava mafiosi. Nel 1985, ad esempio, come
testimoniato da un commissario di polizia, parlò per
dieci minuti a tu per tu con il giovane boss Andrea Mangiaracina
(vivandiere di Totò Riina) in una saletta d'albergo
loro riservata; tra il '76 e il '77 non ebbe problemi a incontrare
a New York il banchiere Michele Sindona (all'epoca latitante),
finanziatore occulto della Dc e indicato nei rapporti inviati
al ministero degli Esteri dal nostro ambasciatore in Usa come
"in stretto contatto con ambienti di natura mafiosa".
Nello stesso periodo il leader Dc si
vedeva con il capo della P2 Licio Gelli (risulta da
una lettera) il quale gli faceva regali e gli dava disposizioni
per salvare dalla bancarotta, oltre a Sindona, il numero uno
del Banco Ambrosiano Roberto Calvi.
Ma non basta. Per far fronte alle accuse, il senatore a vita
ha poi raccontato (com'era suo diritto di imputato) almeno
32 bugie durante il processo di Palermo e una dozzina in quello
di Perugia. A cominciare da quelle sull'amicizia
(negata) con i cugini Salvo, i due multimiliardari
uomini d'onore di Salemi grandi elettori della sua corrente,
per arrivare a una menzogna resa sotto giuramento il 12 novembre
1986 nel corso del primo maxiprocesso alla mafia. Quel giorno
Andreotti, ascoltato come testimone, non esitò a definire
"passi decisamente fantastici" alcuni brani del
diario del generale Carlo Alberto Dalla
Chiesa, ucciso a Palermo dalla mafia nel 1982. Secondo
i giudici il perché di tanta disinvoltura risulta in
maniera "inequivocabile" dalla lettura di quel manoscritto.
Dalla Chiesa infatti "esternò anche all'imputato
(Andreotti) l'intenzione di condurre la propria azione di
contrasto alla mafia senza assicurare nessun trattamento di
favore alla parte dell'elettorato che faceva riferimento alla
corrente andreottiana in Sicilia". E lo mise nero su
bianco. Andreotti nega e sostiene che Dalla Chiesa mentiva
nel suo diario. Per i giudici che lo hanno assolto, l'episodio
del colloquio col generale dimostra invece come Andreotti
"non manifestò nessuna significativa reazione
volta a prendere le distanze da soggetti collusi con Cosa
Nostra".
Del resto proprio Andreotti nel 1977 aveva
finanziato l'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino,
e la sua corrente con due assegni da 20 milioni l'uno (ritrovati),
emessi dall'amico imprenditore Gaetano Caltagirone. Quasi
un episodio di Tangentopoli ante litteram che fa il paio con
una vicenda analoga, considerata dai giudici di Perugia uno
dei possibili moventi dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli.
Secondo loro, Andreotti negli anni Settanta aveva fatto arrivare
alla Sir di Nino Rovelli finanziamenti agevolati e contributi
a fondo perduto non solo dal ministero per gli Interventi
straordinari per il Mezzogiorno (da lui diretto), ma anche
dall'istituto di credito Italcasse, poi fallito.
In cambio aveva ricevuto da Rovelli cospicue tangenti pagate
tramite assegni circolari intestati a nomi di fantasia. I
titoli di credito erano poi finiti in
mano a esponenti della banda della Magliana, a boss mafiosi
legati al coimputato di Andreotti Tano Badalamenti, e al patron
del Cantagiro Ezio Radaelli. Pecorelli, prima della sua morte,
stava per pubblicare sulla sua rivista Op le fotocopie
delle matrici degli assegni in un servizio dal titolo Gli
assegni del presidente. Non fece in tempo.
L'impresario musicale Radaelli, che aveva ricevuto quegli
assegni direttamente dalle mani di Andreotti, per 15 anni
non disse niente. Interrogato per la prima volta nel 1980
tenne fuori il leader Dc e in cambio ricevette gratis per
due anni un appartamento concesso da Rovelli. Poi, nel '93,
il colpo di scena. Radaelli racconta tutto alla Dia (Direzione
investigativa antimafia), ma il giorno prima di essere sentito
anche dai magistrati riceve la visita
del segretario particolare di Andreotti, Carlo Zaccaria.
Il quale tenta di nuovo di farlo tacere, ma viene scoperto.
Secondo i giudici di primo grado la storia degli assegni se
pubblicata nel '79 avrebbe nuociuto molto al presidente del
Consiglio. Anche perché la rivista di Pecorelli non
aveva per lui un occhio di riguardo. Proprio Op aveva
rivelato come Andreotti disponendo,
da ministro della Difesa, "intercettazioni telefoniche
e ambientali illegali" nei confronti di avversari della
Dc avesse "autorizzato lo spionaggio politico".
Per questo, nel timore che la vicenda degli assegni venisse
a galla, Pecorelli era stato invitato a cena da un collaboratore
di Rovelli. A quella cena aveva partecipato anche il pm di
Roma Claudio Vitalone, legatissimo ad Andreotti. E durante
l'incontro, scrivono i giudici, Vitalone tentò di dissuadere
Pecorelli dal pubblicare lo scoop. È in
questo quadro (certificato dalla vecchia sentenza di assoluzione)
fatto di tangenti, pressioni e depistaggi, che matura l'omicidio
del giornalista. In primo grado la corte d'Assise ritenne
che le accuse mosse contro il leader Dc dal pentito Tommaso
Buscetta fossero senza riscontro. In appello qualcosa cambia,
ed esplodono le polemiche.
(L'Espresso, dicembre 2002)
Andreotti:
assolto?
di Gianni Barbacetto
Assolto al processo d'appello per
mafia a Palermo, hanno scritto tutti i giornali. Restituito
l'onore a Giulio e alla storia della Dc, hanno dichiarato
gli amici democristiani. Ma la sentenza dice tutt'altro:
prescritti i reati per i troppi anni passati, ma i fatti
restano: il leader dc aveva rapporti con i capi di Cosa
nostra, almeno fino alla primavera del 1980...
La sentenza d'appello di Palermo
del 2 maggio 2003 a carico di Giulio Andreotti dovrà
entrare nella storia dei media e del giornalismo. Assolto,
hanno scritto tutti giornali, hanno detto tutti i telegiornali.
Restituito l'onore al leader democristiano e alla Dc, hanno
commentato festosi Pierferdinando Casini e tanti altri ex
democristiani. Sconfitti definitivamente Gian Carlo Caselli
e i magistrati palermitani, hanno sibilato i soliti commentatori
dell'Italia alle vongole. Peccato che non sia andata così.
È tutta un'altra storia.
Giulio Andreotti aveva nel processo palermitano due
capi d'imputazione. Il «capo a»: associazione
a delinquere per aver avuto rapporti, incontri e contatti
con i boss di Cosa nostra pre-corleonesi, con la mafia di
Stefano Bontate e Tano Badalamenti. Il «capo b»:
associazione a delinquere di stampo mafioso per aver avuto
rapporti, incontri e contatti con la mafia «vincente»
di Totò Riina, dopo che i corleonesi avevano fatto
fuori a colpi di kalashnikov Bontate e centinaia di mafiosi
delle cosiddette «famiglie perdenti».
Il «capo a» si riferisce a fatti fino al
1980. In quell'anno Bontate viene ucciso e il suo posto viene
preso da Riina. L'accusa è di associazione a delinquere
"semplice", perché ancora non era stato introdotto
il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, che
sarà varato nel 1982. Da quell'anno, dunque, scatta
la nuova imputazione, con pene maggiori e termini di prescrizione
più lunghi: è il «capo b».
La sentenza d'appello conferma l'assoluzione concessa
in primo grado per il «capo b», seppur con il
riferimento al secondo comma dell'articolo 530 (ossia: per
insufficienza di prove). La testimonianza del "pentito"
Balduccio Di Maggio, quello che ha raccontato l'incontro con
bacio tra Andreotti e Riina, non ha convinto i giudici.
La sentenza d'appello riforma invece
l'assoluzione di primo grado per il «capo a»,
riconoscendo la prescrizione. Ossia: i fatti contestati sono
avvenuti , i rapporti, incontri e contatti tra Andreotti e
la mafia ci sono stati. «Fino alla primavera del 1980»,
precisa il dispositivo della sentenza: cioè fino alla
data dell'ultimo incontro in Sicilia tra il leader dc e Bontate.
Ma poiché non c'era ancora il reato d'associazione
mafiosa, il più blando reato d'associazione "semplice"
si prescrive in 22 anni e mezzo. Dunque nel dicembre 2002.
Se la sentenza fosse arrivata cinque mesi prima, serebbe stata
di condanna.
Lasciamo che i «giustizialisti» (quelli veri,
da Berlusconi a Ferrara) siano soddisfatti dell'assoluzione.
Ma noi, che non abbiamo l'ossessione dei tribunali e della
verità processuale, ma puntiamo alla sostanza dei fatti,
alla realtà effettiva, storica e politica, possiamo
prendere atto che Andreotti ha avuto rapporti, incontri e
contatti con i boss di Cosa nostra, almeno fino alla primavera
del 1980. È stato salvato solo da quello strano marchingegno
giuridico italiano che si chiama prescrizione. Si mettano
il cuore in pace gli ex democristiani, si acquieti Cossiga,
che si scaglia contro i magistrati colpevoli di aver spiegato
la verità della sentenza nascosta dai media... Sarà
anche giudiziariamente assolto, ma resta accertato
che Andreotti con la mafia è sceso a patti, ha incontrato
il boss Mangiaracina, ha conosciuto i mafiosi cugini Salvo,
ha più volte stretto la mano al boss dei boss Stefano
Bontate, mentre attorno gli uomini dello Stato, della politica
e delle istituzioni che non cedevano alla mafia cadevano falciati
dai kalashnikov.
4 maggio 2003

Andreotti, ma quale assoluzione?
di Marco Travaglio
Ma di quale sentenza stanno parlando? Ma di quale "conferma
della prima assoluzione" vanno cianciando? Ma di quale
"teorema giustizialista" straparlano?
Eppure il presidente Scaduti l'ha detto chiaro e tondo, e
tutte le televisioni l'hanno trasmesso senza rendersi conto
di quel che facevano: "Il reato di associazione per delinquere
commesso fino alla primavera del 1980 è estinto per
prescrizione", mentre per l'associazione mafiosa successiva
al 1982 si conferma la prima sentenza: assoluzione per insufficienza
di prove. Ora, lorsignori lo conoscono il significato di "associazione
per delinquere", di "commesso" e di "prescrizione"?
E lo sanno quando è scattata la prescrizione di quel
reato? Nel dicembre 2002.
Cioè 22 anni e 6 mesi dopo la primavera del 1980 (quando
si svolse l'ultimo incontro Andreotti-Bontate). Cioè
poco più di quattro mesi fa. Il che significa che la
Procura di Caselli (ieri definito "sconfitto" e
addirittura "condannato" da qualche analfabeta)
aveva visto giusto quando aveva chiesto e ottenuto di far
processare Andreotti.
E aveva sbagliato il Tribunale ad assolvere l'imputato,
sia pure con formula dubitativa, per il periodo degli anni
70. Infatti, con l'impostazione della Corte d'appello, nel
processo di primo grado (concluso nell'ottobre 1999) Andreotti
sarebbe stato condannato per associazione per delinquere,
cioè per la sua alleanza organica con Cosa Nostra fino
al 1980. Cioè per aver incontrato come affermavano
numerosi collaboratori di giustizia, ma soprattutto un testimone
oculare, Francesco Marino Mannoia boss del calibro
di Stefano Bontate, per parlare del delitto Mattarella.
E per aver incontrato anche il boss Badalamenti, come aveva
testimoniato Tommaso Buscetta, avendolo appreso dalla viva
voce di don Tano a proposito del delitto Pecorelli.
Insomma, se l'appello fosse finito entro il 20 dicembre
dell'anno scorso, con quattro mesi e mezzo di anticipo, Andreotti
sarebbe stato condannato in base all'articolo 416, cioè
all'associazione "semplice", visto che quella aggravata
di stampo mafioso (416 bis) fu introdotta nel codice penale
soltanto nel 1982, con la legge Rognoni-La Torre.
Le sguaiataggini dell'avvocatessa Buongiorno, reduce dai fiaschi
di Perugia, sono comprensibili: doveva gettare un po' di fumo
negli occhi ai giornalisti, nella speranza (in gran parte
ben riposta) che non si accorgessero della prescrizione o
fingessero di non vederla. Molto più abbacchiati apparivano
invece i colleghi Gioacchino Sbacchi e Franco Coppi, principi
del foro, che le sentenze le sanno leggere meglio di quanto
non riescano a recitare: dev'essere frustrante per un avvocato
difensore passare da un'insufficienza di prove a una condanna
per omicidio a una reformatio in pejus in appello con prescrizione,
e per giunta per il rotto della cuffia.
E' comprensibile anche l'impudenza del senatore a vita,
che parla di "falsi testimoni e falsi pentiti",
quando il reato ritenuto provato e prescritto l'hanno raccontato
proprio testimoni e pentiti giudicati attendibili dalla Corte
(che lui stesso definisce "molto obiettiva").
E' comprensibile, infine, il delirio del cavalier Silvio Berlusconi
("è stato abbattuto il primo dei teoremi giustizialisti
del 1993 che voleva sfigurare la storia d'Italia"), che
ormai usa tutte le sentenze, anche quelle pronunciate in Australia,
siano esse di condanna o di assoluzione o di prescrizione,
per piazzare disperatamente il suo ultimo prodotto avariato:
l'immunità parlamentare per "ripristinare lo spirito
della Costituzione" (quella che due settimane fa lui
stesso definiva "sovietica", beccandosi le reprimende
di Andreotti). Si comprende, infine, la svogliatezza che coglie
politici e commentatori di fronte a sentenze di 6 mila pagine,
come quella di primo grado: informarsi è faticoso,
lavorare stanca.
Ma qui basta leggere il dispositivo. Una paginetta, non di
più. Con un piccolo sforzo, si può capire tutto.
E, fatta salva l'ignoranza crassa o la demenza galoppante,
si potrebbero evitare corbellerie come il titolo del Giornale
di oggi: "Andreotti mafioso era uno scherzo". O
come le autorevolissime scemenze pronunciate ieri dai presidenti
di Camera e Senato, che hanno subito voluto congratularsi
col senatore a vita prescritto.
Casini ha straparlato di "onore ristabilito" (ma
forse parlava di onore nel senso siciliano del termine). Pera
ha farfugliato di una "riparazione di un torto inferto
per anni all'immagine della Dc e dell'Italia" (ma forse
si riferiva allo discredito arrecato al partito e al Paese
dalla cinquantennale presenza di uno come Andreotti). I leader
centrosinistri si sono invece affannati a esaltare il "fair
play" e "l'esemplare comportamento processuale"
tenuto dall'imputato.
L'unico concetto che questi tartufi riescono a esprimere,
a proposito di un senatore a vita condannato in appello a
24 anni per omicidio e miracolato dalla prescrizione e dall'insufficienza
di prove per il reato di mafia, è che si comporta da
vero signore. Non dice le parolacce, non sporca, non mangia
con le mani, non si mette le dita nel naso.
Due corti d'appello dicono che ha fatto ammazzare un giornalista,
incontrato e aiutato i capi della mafia, ma è tanto
educato e tanto ammodo, signora mia.
Marco Travaglio, 4 maggio 2003
Le
tre svolte di Giulio
Che cosa dice veramente la sentenza d'appello di Palermo.
Andreotti mafioso fino al 1980, ma assolto per prescrizione.
E dopo? Quando decise davvero che la mafia era cattiva? I
commenti (incredibili) di politici, avvocati, giornalisti,
sulla "mafia buona", sul "sapevamo tutti"...
di Gianni Barbacetto
Per tre volte, nella sua
lunghissima vita politica, Giulio Andreotti ha bruciato
le navi, si è tagliato i ponti alle spalle. Per tre
volte ha compiuto una svolta radicale: cambiando tutto per
non cambiare niente. La prima volta è stata nel 1974,
quando in una clamorosa intervista ha «bruciato»
Guido Giannettini, linformatore dei servizi segreti
ricercato per la strage di piazza Fontana in contatto con
gli stragisti neri. La seconda è stata nel 1990, quando
ha ammesso lesistenza di Gladio e ha reso pubblico un
primo, parziale elenco dei membri della pianificazione segreta
anticomunista. La terza è stata quando lo «zio
Giulio», dopo anni di «amichevoli rapporti»
con i boss siciliani, ha voltato le spalle a Cosa nostra.
Quando è avvenuta la terza svolta? Nella primavera
del 1980, dicono le motivazioni della sentenza dappello
di Palermo del processo ad Andreotti Giulio, imputato di associazione
per delinquere e associazione di tipo mafioso. È avvenuta
molti anni dopo, allinizio degli anni Novanta, dicono
invece alcuni studiosi di cose mafiose. Comunque sia, oggi
almeno una cosa si può affermare: Giulio Andreotti
senatore a vita della Repubblica italiana, sette volte
presidente del Consiglio, limmagine stessa del potere
in Italia è stato strettamente legato ai boss.
Sarebbe stato condannato per i fatti fino alla primavera 1980,
se la sentenza non fosse arrivata troppo tardi: lassociazione
per delinquere si prescrive infatti dopo 22 anni e mezzo,
quindi nellinverno 2002. La sentenza è arrivata
il 2 maggio 2003. Andreotti, dunque, ha evitato la condanna
per pochi mesi.
Ha un bel dire, il presidente della Camera Pierferdinando
Casini, che la storia la devono scrivere gli storici e non
i giudici. Gli storici non potranno fare a meno di leggere
anche questa sentenza, che allinea una serie di fatti
rapporti, contatti, incontri, connivenze, scambi tra
«zio Giulio» e i boss. Fatti provati. E non sarebbe
male che la leggessero anche i politici, per evitare di rilasciare
dichiarazioni inadeguate. «E i fatti che la Corte ha
ritenuto provati dicono, comunque, (...) che il senatore Andreotti
ha avuto piena consapevolezza che suoi sodali siciliani intrattenevano
amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha, quindi, a
sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss;
ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente
fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti,
consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori;
li ha incontrati; ha interagito con essi; ha loro indicato
il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima
questione Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva,
a ottenere che le stesse indicazioni venissero seguite; ha
indotto i medesimi a fidarsi di lui e a parlargli anche di
fatti gravissimi (come lassassinio del presidente Mattarella)
nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere
denunciati; ha omesso di denunciare le loro responsabilità,
in particolare in relazione allomicidio del presidente
Mattarella, malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi
elementi di conoscenza». Così dice la sentenza.
«Di questi fatti, comunque si opini sulla configurabilità
del reato, il senatore Andreotti risponde, in ogni caso, dinanzi
alla Storia».
IL CASO MATTARELLA. Continuano i giudici: «La
manifestazione di amichevole disponibilità verso i
mafiosi è stata consapevole e autentica e non meramente
fittizia». Conseguenza: «La manifestazione di
amichevole disponibilità verso i mafiosi, proveniente
da una personalità politica così eminente e
così influente, non ha potuto, di per sé, non
implicare la consapevole adduzione alla associazione di un
rilevante contributo rafforzativo». In altre parole:
Cosa nostra, la più pericolosa organizzazione criminale
italiana, è stata rafforzata in maniera rilevante dall«amichevole
disponibilità» di un politico così potente.
Ce nè abbastanza per giustificare un civile disprezzo
per il senatore, o almeno per smetterla di invitarlo ai talk
show o dintervistarlo con deferenza su ogni argomento?
Lepisodio più agghiacciante che i giudici
gli addebitano è la vicenda Mattarella. Piersanti Mattarella,
leader democristiano e presidente della Regione siciliana,
viene ucciso il giorno dellEpifania, il 6 gennaio 1980.
Gli sparano sotto casa, a Palermo, mentre con la moglie, la
madre e i suoi due figli sta per uscire dal garage, diretto
a messa, alla parrocchia di San Francesco da Paola. Anni dopo,
il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia spiega:
«Dopo avere intrattenuto rapporti amichevoli con i cugini
Salvo e con Stefano Bontate, ai quali non lesinava favori,
Mattarella successivamente aveva mutato la propria linea di
condotta». Voleva ripulire la Dc siciliana. Aveva rotto
con le vecchie amicizie. Era entrato in rotta di collisione,
per esempio, con lonorevole democristiano Rosario Nicoletti.
Nicoletti, testimonia Marino Mannoia, «riferì
a Bontate».
I vertici di Cosa nostra, preoccupati per latteggiamento
di Mattarella, chiedono allora un incontro con il loro massimo
referente politico, Giulio Andreotti. E la richiesta è
rapidamente soddisfatta. Il grande statista scende a Palermo
e si incontra con i suoi: lonorevole Salvo Lima, i cugini
Salvo, lonorevole Nicoletti. E con il capo di Cosa nostra,
Stefano Bontate. Il vertice tra Andreotti e Bontate avviene
in una riserva di caccia, tra la primavera e lestate
del 1979. Ma Mattarella non cambia linea e così viene
eseguita la sentenza di morte. Nicoletti non regge al rimorso
e si uccide. Andreotti torna in Sicilia, torna a incontrarsi
con Bontate: fa le sue rimostranze, come dopo un piccolo sgarbo,
un affare andato male. Non una denuncia, non una parola ai
magistrati. Dopo molti anni, Franco Evangelisti, braccio destro
di Andreotti, dichiara a verbale: «Conoscevo Piersanti
Mattarella. Dopo che questi fu ucciso, chiesi pure a Salvo
Lima che cosa ne pensasse. Egli mi rispose con questa sola
frase: Quando si fanno dei patti, vanno mantenuti».
Ora la sentenza, dopo 22 anni e mezzo più qualche
mese, dice: «I fatti non possono interpretarsi come
una semplice manifestazione di un comportamento solo moralmente
scorretto e di una vicinanza penalmente irrilevante, ma indicano
una vera e propria partecipazione alla associazione mafiosa,
apprezzabilmente protrattasi nel tempo». Ma Andreotti
incassa lassoluzione «e per il resto, amen».
Altri, attorno a lui, minimizzano, dicendo che, in fondo,
«tutti sapevamo da tempo» (Giuliano Ferrara),
o che la colpa di Andreotti è di aver accettato il
«quieto vivere», che le sue responsabilità
sono quelle, politiche, di aver creato in Sicilia un blocco
di potere che inglobava anche la mafia (Emanuele Macaluso).
Ma è «risaputo», è «politico»,
è «quieto vivere» incontrare almeno un
paio di volte il capo di Cosa nostra e discutere con lui
animatamente, per carità dellomicidio
di un compagno di partito in Sicilia?
LA SVOLTA. Dicono i giudici che la svolta avviene «progressivamente»
dopo il 1980, dopo lomicidio di Mattarella. In quelloccasione,
Andreotti «non si è mosso secondo logiche istituzionali,
che potevano suggerirgli di respingere la minaccia alla incolumità
del presidente della Regione facendo in modo che intervenissero
per tutelarlo gli organi a ciò preposti e, per altro
verso, allontanandosi definitivamente dai mafiosi, anche denunciando
a chi di dovere le loro identità e i loro disegni:
il predetto, invece, ha, sì, agito per assumere il
controllo della situazione critica e preservare la incolumità
dellonorevole Mattarella, che non era certo un suo sodale,
ma lo ha fatto dialogando con i mafiosi e palesando, pertanto,
la volontà di conservare le amichevoli, pregresse e
fruttuose relazioni con costoro, che, in quel contesto, non
possono interpretarsi come meramente fittizie e strumentali».
Eppure molti commenti hanno, anche in questo caso,
minimizzato, giocando con le parole: Andreotti avrebbe avuto
rapporti, in fondo, con l«ala moderata»
di Cosa nostra, o addirittura la «mafia buona»
(Giulia Bongiorno). In che cosa consisteva la «moderazione»
(o la «bontà») della Cosa nostra di Stefano
Bontate, Salvatore Inzerillo, Tano Badalamenti? Furono loro
a entrare alla grande nel business delleroina, diventando
raffinatori in Sicilia e esportatori verso gli Usa. Furono
loro a scatenare loffensiva «colombiana»
del 1979, una mattanza senza precedenti in cui furono ammazzati
il capo della Squadra mobile di Palermo Boris Giuliano, il
capitano dei carabinieri Emanuele Basile, il capo del giudici
istruttori Cesare Terranova, il procuratore della Repubblica
Gaetano Costa, il presidente della Regione Piersanti Mattarella.
Furono loro a eliminare Peppino Impastato, quello dei Cento
passi. Di questa mafia Andreotti fu sodale, intraprendendo
«una vera e propria partecipazione alla associazione
mafiosa, apprezzabilmente protrattasi nel tempo».
Dopo l80, però, il senatore si sarebbe
progressivamente staccato dallantico sodalizio: i suoi
giudici hanno ritenuto insufficienti le prove portate dallaccusa
sui contatti successivi. Ma nel 1981 Bontate viene ucciso
durante la guerra di mafia scatenata dai corleonesi di Totò
Riina e Bernardo Provenzano. E gli uomini di Andreotti in
Sicilia, da Lima ai cugini Salvo, non soccombono insieme ai
«perdenti»: annusata laria, li abbandonano
e passano con i corleonesi. Per unaltra decina danni.
Andreotti, il loro capo a Roma, non sapeva, non vedeva, non
capiva? Nel 1982 viene ucciso il prefetto Carlo Alberto dalla
Chiesa, che prima di partire per Palermo passa da Andreotti
per dirgli che non avrà riguardo per la «famiglia
politica più inquinata dellisola» e il
senatore «sbiancò in volto».
È solo alla soglia degli anni Novanta che le
cose cambiano davvero. Andreotti capisce che il sistema non
regge più e (come aveva fatto per le «stragi
di Stato» e per Gladio) manovra per sganciarsi dai cattivi
rapporti siciliani. Lascia mano libera, al ministero della
Giustizia, a Claudio Martelli e al suo nuovo direttore degli
Affari penali, Giovanni Falcone. Non si mobilita perché
la Cassazione blocchi le condanne definitive ai mafiosi per
il maxiprocesso di Palermo. È solo allora che Cosa
nostra prende atto del «tradimento» e avvia la
stagione della resa dei conti: il 12 marzo 1992, a Mondello,
uccide il proconsole di Andreotti nellisola, Salvo Lima.
Negli ultimi attimi prima della morte, forse gli sarà
tornata alla mente la frase detta qualche anno prima a Evangelisti:
«Quando si fanno dei patti, vanno mantenuti».
Diario, 1 agosto 2003
Andreotti
innocente,
Violante colpevole
Dopo la sentenza della Cassazione che nell'ottobre 2003 annulla
la condanna di Perugia. Attacco al presidente della commissione
antimafia 1992-93 e sagra dell'ipocrisia. Giustizialista
di Gianni Barbacetto
Giustizialisti. Questo termine è usato (impropriamente,
ma ormai è entrato anche nella Garzantina) per rimproverare
chi sopravvaluta il piano giudiziario, gli interventi della
magistratura, le indagini di polizia, luso politico
delle sentenze. Ebbene: quanti giustizialisti, oggi, nellarea
della maggioranza... Tutti a strillare: «Assolto, Giulio
Andreotti è stato assolto». Quando fu condannato,
dicevano che «la storia non la devono scrivere i giudici»
(Pierferdinando Casini). Oggi i giudici che hanno assolto
vanno benissimo per scrivere la storia della Dc: lavata da
ogni macchia; senza alcuna compromissione con la mafia.
In realtà, la storia esige più distacco
e meno strumentalizzazioni. E, soprattutto, più attenzione
ai fatti: anche a quelli contenuti nelle sentenze dassoluzione.
Così lannullamento in Cassazione della sentenza
dappello che a Perugia condannava Andreotti a 24 anni
come mandante dellomicidio del giornalista Mino Pecorelli
non può annullare le contiguità accertate
tra gli andreottiani e lambiente dei killer della
Banda della Magliana e di Pippo Calò, linviato
di Cosa nostra a Roma, dove trattava da pari a pari con gli
altri poteri della capitale. Così la massiccia campagna
mediatica su Giulio assolto non può cancellare i fatti
ritenuti provati dalla sentenza dappello al processo
per mafia a Palermo: «E i fatti che la Corte ha ritenuto
provati dicono (...) che il senatore Andreotti ha avuto piena
consapevolezza che suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli
rapporti con alcuni boss mafiosi; ha, quindi, a sua volta,
coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato
agli stessi una disponibilità non meramente fittizia,
ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti
interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati;
ha interagito con essi; ha loro indicato il comportamento
da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella,
sia pure senza riuscire, in definitiva, a ottenere che le
stesse indicazioni venissero seguite; ha indotto i medesimi
a fidarsi di lui e a parlargli anche di fatti gravissimi (come
lassassinio del presidente Mattarella) nella sicura
consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati;
ha omesso di denunciare le loro responsabilità, in
particolare in relazione allomicidio del presidente
Mattarella, malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi
elementi di conoscenza».
Così dice la sentenza di Palermo, che conclude:
«Di questi fatti, comunque si opini sulla configurabilità
del reato, il senatore Andreotti risponde, in ogni caso, dinanzi
alla Storia». Lepisodio più agghiacciante
che i giudici gli addebitano riguarda Piersanti Mattarella,
leader democristiano e presidente della Regione siciliana.
Viene ucciso il giorno dellEpifania, il 6 gennaio 1980,
a Palermo, mentre con la moglie, la madre e i suoi due figli
sta per uscire dal garage, diretto a messa. Voleva ripulire
la Dc siciliana, aveva rotto con le vecchie amicizie, era
entrato in rotta di collisione con lonorevole democristiano
Rosario Nicoletti. E Nicoletti, testimonia Marino Mannoia,
«riferì a Bontate», che agì di conseguenza.
Prima chiese un incontro con il massimo referente politico
dellorganizzazione, Giulio Andreotti, che scese a Palermo
e sincontrò con i suoi (lonorevole Salvo
Lima, i cugini Salvo, lonorevole Nicoletti) e con il
capo di Cosa nostra, Stefano Bontate.
Il vertice tra Andreotti e Bontate scrive la
sentenza del luglio 2003 avvenne in una riserva di
caccia, tra la primavera e lestate del 1979. Ma poi
Mattarella non cambiò linea e così la sentenza
di morte fu eseguita. Nicoletti, non reggendo al rimorso,
si uccise. E Andreotti tornò in Sicilia, per incontrarsi
di nuovo con Bontate: fece le sue rimostranze, come dopo un
piccolo sgarbo, un affare andato male. Non una denuncia, non
una parola ai magistrati. Dopo molti anni, Franco Evangelisti,
braccio destro di Andreotti, dichiarò a verbale: «Conoscevo
Piersanti Mattarella. Dopo che questi fu ucciso, chiesi pure
a Salvo Lima che cosa ne pensasse. Egli mi rispose con questa
sola frase: quando si fanno dei patti, vanno mantenuti».
Dice la sentenza di Palermo: «I fatti non possono
interpretarsi come una semplice manifestazione di un comportamento
solo moralmente scorretto e di una vicinanza penalmente irrilevante,
ma indicano una vera e propria partecipazione alla associazione
mafiosa, apprezzabilmente protrattasi nel tempo». Assolto,
dunque? Solo a metà: soltanto per i fatti successivi
al 1980. Per i suoi rapporti con la mafia «fino alla
primavera 1980» sarebbe stato condannato, a Palermo,
se la sentenza non fosse arrivata troppo tardi (lassociazione
per delinquere si prescrive dopo 22 anni e mezzo, quindi nellinverno
2002, e la sentenza è arrivata il 2 maggio 2003: prescrizione,
dunque, per un pugno di mesi).
Ma, ribadito tutto ciò, perché la politica,
che sempre rivendica a parole la sua autonomia,
non riesce a fare a meno delle sentenze: quelle di condanna,
quelle dassoluzione, quelle di prescrizione... Perché
è così forte il giustizialismo degli impuniti,
che le sventola (quando sono favorevoli) come fossero bandiere,
titoli donore, medaglie al merito. Capaci di far dimenticare
qualunque fatto. La politica dovrebbe saper arrivare prima,
selezionare i migliori ed espellere gli indegni senza che
si muovano i giudici. Qualunque sentenza arriva sempre troppo
tardi: perché la politica intanto è stata sconfitta.
Invece la politica italiana, che ha identificato la
democrazia con lanticomunismo (e poi, più prosaicamente,
con la perpetuazione del proprio potere), si è permessa
di usare ogni strumento anche la corruzione, la mafia,
le stragi sapendo di essere improcessabile e sentendosi
intimamente innocente. Lo era di fatto in un mondo diviso
in blocchi, continua a esserlo anche oggi perché i
vecchi strumenti servono a legittimare i nuovi poteri. Ma
se Andreotti è innocente, colpevoli sono allora quelli
che lo hanno messo sotto accusa. I magistrati Gian
Carlo Caselli in testa che hanno fatto quello che non
potevano non fare (lazione penale è obbligatoria).
Luciano Violante che con la sua commissione antimafia denunciò
il nesso tra mafia e politica.
Qui lipocrisia raggiunge il culmine. La relazione
della commissione antimafia, approvata il 6 aprile 1993, non
diceva una parola dellomicidio Pecorelli. E su Andreotti
si limitava a osservare che «risultano certi alla commissione
i collegamenti di Salvo Lima con uomini di Cosa nostra. Egli
era il massimo esponente in Sicilia della corrente che fa
capo a Giulio Andreotti. Sulla eventuale responsabilità
politica del senatore Andreotti, derivante dai suoi rapporti
con Salvo Lima, dovrà pronunciarsi il Parlamento».
La relazione fu approvata da tutta la commissione democristiani
compresi, Borghezio entusiasta tranne Marco Taradash,
allora radicale, e Altero Matteoli, allora missino: volevano
un testo più duro. Poi la politica, non la magistratura,
il Senato al completo, non la procura di Caselli, decise di
concedere due autorizzazioni a procedere contro Andreotti,
a Palermo (per mafia) e a Perugia (per lomicidio Pecorelli).
Cerano state le stragi, erano morti Giovanni Falcone
e Paolo Borsellino, le bombe di Firenze, Roma e Milano tentavano
di ricattare il Paese. Le istituzioni reagirono, Palermo mise
i lenzuoli antimafia alle finestre, i latitanti furono presi,
da Totò Riina a Nitto Santapaola, da Leoluca Bagarella
a Giovanni Brusca. I mafiosi arrestati constatarono che la
loro epoca era finita, e iniziarono in tanti a collaborare
con la giustizia. Al nord, intanto, il pool Mani pulite scopriva
la grande corruzione di Tangentopoli e lItalia tutta,
di destra e di sinistra, viveva una primavera della legalità,
a Milano come a Palermo. Per qualche mese sembrò che
la storia dItalia fosse destinata a una svolta definitiva.
Ne erano entusiasti (quasi) tutti, a destra e a sinistra.
Anche (non senza esagerazioni e, addirittura, cappi agitati
in Parlamento) leghisti e missini, Vittorio Feltri ed Emilio
Fede, Marcello Pera ed Ernesto Galli della Loggia.
Ma poi la svolta non ci fu, la finestra della storia
presto si richiuse. Luno si divise in due. Una parte
dei tifosi (spesso i più accesi) di Mani pulite e dellantimafia
tornò nel solco delleterna storia italiana. E
oggi siamo qui, a sentire che Andreotti è innocente
e che Violante è colpevole. Che bisogna «convivere
con la mafia» (Pietro Lunardi). Che la commissione antimafia
di Violante (che votava allunanimità) era un
«incubatore infettivo del virus giustizialista che ha
avvelenato il sistema dei partiti» (Ottaviano Del Turco).
E la commissione Telekom Serbia di Enzo Trantino, con tutti
i suoi depistaggi e faccendieri, massoni e spioni, allora
che cosè?
Ecco dove cade chi oggi cerca di spiegare Mani pulite
e lantimafia del 1992-94 come un grande complotto o
un grande imbroglio: non sa dar conto di sé, della
sua mutazione genetica, della sua trasformazione da tifoso
in avversario. Deve oscurare una parte di se stesso e della
sua storia. In nome di che cosa? Di una poltrona al governo,
di un posto nella maggioranza, della permanenza al potere?
Del rientro nelleterna tradizione del trasformismo italiano?
Diario, 7 novembre 2003
Per altri commenti e informazioni su Andreotti,
con interventi di Peter Gomez
e Marco Travaglio,
clicca la fraccia qui sotto
 |
|
|