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Il banchiere che fa paura a Ricucci


È Giampietro Nattino, di Banca Finnat. Protagonista silenzioso della vicenda Bnl. Con politici Ds, massoni e uno strano personaggio catanese

di Gianni Barbacetto

       
Giampietro Nattino, Stefano Ricucci, Francesco G.Caltagirone


«E che, lo chiede a me? Lei non deve parlare con me di questi argentini», dice Stefano Ricucci ai magistrati di Roma che lo stavano interrogando. «Conosce Caltagirone? Lo convochi. Conosce Bonsignore? Lo chiami. Sa chi è Catini? No. Chiami anche lui... Chiami anche la Banca Finnat e Giampietro Nattino. Chiami Vincenzo De Bustis. Sa che cos’è la Banca Finnat? Chi è Nattino?». Il magistrato scuote la testa e chiede: «E che fa questo Nattino?». A questo punto Ricucci esplode: «Ma lei vuole che a me mi uccidono stasera qui dentro. Lei forse non si rende conto di chi sta a toccare lei... Mi faccia la cortesia, lasci perdere questo, dottore... Io lo dico per me; poi, se lei vuole andare avanti, lo faccia. Lei ci ha 600 persone che la proteggono, ma a me chi mi protegge? Nessuno, su ’sta robba...».

Ricucci esagera sempre un po’. È un tipo molto spiritoso, un vero talento comico, che a volte ama mettere in scena un po’ di tragedia. Ma spesso dice la verità. C’è da andargli dietro, questa volta? Nella sua presentazione ufficiale, Banca Finnat esibisce le immagini dello splendido barocco di Palazzo Altieri, con la sua sontuosa Apoteosi di Romolo. Ne è passato di tempo dall’epoca di papa Clemente X Altieri. Ora il palazzo è la sede della boutique finanziaria della famiglia Nattino, una delle griffe storiche del private banking a Roma. Banca Finnat Euramerica nasce nel 1998, ma era il 1898 quando «Pietro Nattino diede inizio all’attività finanziaria che è stata poi proseguita dalle generazioni successive fino ai giorni nostri». Prima finanziaria, poi commissionaria di Borsa, poi ancora società d’intermediazione mobiliare, infine banca.

La famiglia Nattino ha sempre controllato il business, con un solo socio di rilievo, il Banco di Sicilia, che ha poi passato la sua partecipazione alla Banca di Roma. Erano gli anni della Prima Repubblica e Giampietro Nattino era considerato molto vicino al potere andreottiano. Nel suo salotto finanziario s’incontravano i costruttori e gli immobiliaristi romani, i Caltagirone, i fratelli Toti, ma anche gli eredi della nobiltà nera capitolina che si facevano amministrare il patrimonio e i prelati del Vaticano che avevano da far girare i soldi della Chiesa. I primi, i palazzinari, usavano la Finnat Fiduciaria come la cassaforte dove custodire i loro segreti più segreti. I cardinali invece chiedevano consigli per gli investimenti. Monsignor Sergio Sebastiani deve essere rimasto contento dei suggerimenti ricevuti, perché ha chiamato il patriarca della famiglia Nattino tra i consultori della Prefettura vaticana per gli affari economici. Erano gli anni di Paul Marcinkus e delle chiacchiere secondo cui la massoneria aveva messo radici in Vaticano.

Giampietro, gran sciatore, socio del Club alpino italiano, è anche socio storico della Fondazione Cariroma, stanza di compensazione degli equilibri di potere della capitale. Ma da lì i rapporti si sono estesi anche al Nord, verso Pirelli, Generali... Arturo, poco più che quarantenne, è l’erede del patriarca e oggi è direttore generale di Banca Finnat. La sorella Giulia, anch’essa impegnata nella banca di famiglia, ha recentemente dichiarato al Mondo: «Una donna nel settore private banking dispone di maggiore sensibilità e di una maggiore fantasia che l’aiutano nel rapporto con il cliente. Le sue capacità psicologiche, infatti, la possono aiutare nel saper leggere con maggiore attenzione le esigenze del proprio interlocutore». L’altra donna di casa è Celeste Buitoni, la moglie di Giampietro, grande azionista, che viene da Perugia, dove infatti c’è una delle tre sedi della banca (le altre sono a Roma e a Milano).

Francesco Gaetano Caltagirone è da sempre vicino alla famiglia. Tanto vicino da essere addirittura nel consiglio d’amministrazione di Banca Finnat. Anche Ricucci lo collega ai Nattino, ma in una posizione che all’immobiliarista ed editore romano non piace proprio: perché lo coinvolge in uno dei misteri delle scalate: la storia del cosiddetto «pacchetto argentino». «Senta, dotto’, secondo me la Finnat è una banca molto vicina a... al mondo della massoneria... Ma comincio dall’inizio»: messa in scena e poi fatta evaporare la paura, Ricucci racconta.

«È un fatto che io, quando sono dovuto scendere al 4,99 in Bnl, l’operazione l’ha curata tutta la Finnat per conto di Caltagirone, le azioni mie finirono a Bonsignore e mi sembrò tutto molto strano». Vito Bonsignore è un centauro, mezzo politico e mezzo imprenditore. Nella Prima Repubblica era solo politico, democristiano, andreottiano, siciliano trapiantato a Torino. Subì chiacchiere e «mascariate» a proposito di rapporti siciliani un poco oscuri, incassò una condanna definitiva a due anni per corruzione. Ma a questo punto era entrato nella sua nuova vita: nuova Repubblica, nuovo partito (l’Udc), nuova elezione (parlamentare europeo), nuove attività imprenditoriali (autostrade, banca Carige...).

Digressione a sinistra. A questo punto è necessaria una digressione. A sinistra. Sulla scena delle operazioni finanziarie dell’estate 2005 fanno il loro ingresso i leader del maggior partito della sinistra. Massimo D’Alema nell’estate 2005 veste i panni del merchant banker e si mette al lavoro. Mette insieme pacchetti d’azioni. A lui il presidente di Unipol Giovanni Consorte, a caccia della maggioranza delle azioni Bnl, chiede d’intervenire presso Caltagirone. E il 27 per cento di Bnl nelle mani di Caltagirone e degli immobiliaristi (tra cui Ricucci) passa a Unipol. Poi c’è da convincere Bonsignore. Dice D’Alema a Consorte il 14 luglio 2005: «Ho parlato con Bonsignore, che dice che cosa fare, uscire o restare un anno? Se serve, resta... Evidentemente è interessato a latere in un tavolo politico...». Consorte risponde: «Chiaro, nessuno fa niente per niente». Così, in nome della banca del popolo, la trattativa si snoda su più tavoli, si consuma lo scambio scellerato politica-affari. Ma come: D’Alema non aveva detto di essersi limitato a informarsi e a fare un po’ di tifo?

La storia era nata molti mesi prima. Lo testimonia l’allora governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, che racconta ai magistrati di Roma la prima mossa dei furbetti rossi: Piero Fassino e Pierluigi Bersani vanno da lui «a fine 2004 o nei primi mesi del 2005» per «chiedere se si poteva fare una grande fusione Unipol-Bnl-Montepaschi». Ma come: Fassino non aveva detto di avere soltanto chiesto qualche informazione e, al massimo, di aver tifato per Unipol? (oltretutto, Fassino vende la pelle dell’orso prima di averla tra le mani, perché il Montepaschi non aveva alcuna intenzione di imbarcarsi nell’avventura di Consorte: il segretario dei Ds di Siena Franco Ceccuzzi dice no alle pressioni di Fassino e così fanno il sindaco di Siena Maurizio Cenni, Ds, il presidente della Provincia Fabio Ceccherini, Ds, e l’allora presidente della Fondazione Montepaschi Roberto Mussari, Ds).

Sì, i leader dei Democratici di sinistra avevano detto che si erano soltanto informati – e che male c’è? – sulla sorte della scalata a Bnl. Fassino e D’Alema al massimo si sarebbero lasciati prendere dall’entusiasmo: («Abbiamo una banca?», «Facci sognare!»). Niente di più. Dunque le intercettazioni e i nuovi verbali dei furbetti del quartierino non conterrebbero, nell’ordine: niente di nuovo («Archeologia», secondo D’Alema); niente di male; niente di penalmente rilevante. Però sarebbero, contemporaneamente, «spazzatura».

Eppure qualcosa di nuovo, abbiamo visto, c’è: il pellegrinaggio di Fassino e Bersani da Fazio; D’Alema che fa la merchant bank... Nessun reato, per carità. È perfino sacrosanto sperare che il movimento cooperativo abbia una banca. Ma è ancora politicamente disdicevole, perfino nell’Italia post-berlusconiana, fare operazioni finanziarie infrangendo una decina di articoli del codice penale (da quello sull’aggiotaggio a quello sull’associazione a delinquere); scegliendo per compagni d’avventura il peggio dell’affarismo italiano e sdoganando personaggi dalle dubbie origini; e soprattutto incrociando politica e affari, con una Bicamerale segreta in cui si scambia la Bnl a sinistra con il Corriere a destra... Ma torniamo a Ricucci e al famoso «pacchetto argentino».

Il cartello di Calì. Il primo allarme lo aveva lanciato Antonio Fazio: il governatore, che voleva impedire a Bnl di andare all’estero, era preoccupato per un 15 per cento d’azioni che non rispondevano all’appello. Da una parte c’era il patto di sindacato che aveva più o meno un 30 per cento e che era pronto ad accogliere a braccia aperte i baschi del Banco di Bilbao. Dall’altra c’era il contropatto guidato da Caltagirone, con Ricucci, Coppola e Bonsignore, che avevano rastrellato un 27 per cento. La bilancia sarebbe precipitata da una parte o dall’altra se si fosse schierato quel misterioso 15 per cento...

Aveva cominciato a coagularsi nel 2003, come raccontano sul Sole 24 ore Vincenzo Chierchia e Giuseppe Oddo. Un 8 per cento era stato messo insieme da Francisco Macri, l’Agnelli dell’Argentina, da suo nipote Angelo Calcaterra e da Alan Clore, banchiere inglese. Uno strano immobiliarista, Fabio Calì, aveva poi raccolto un altro 1,6 per cento, ma aveva un’opzione su un pacchetto di Bnl del 5 per cento riposto in un forziere della Hong Kong and Shanghai Bank. Questo è un vero mistero nel mistero: l’8 per cento di Macri è spiegabile con il progetto di un gruppo di imprenditori argentini di impossessarsi degli sportelli della consociata Bnl Argentina; ma chi diavolo aveva parcheggiato a Hong Kong, tra il 1999 e il 2000, un 5 per cento di Bnl? E chi è questo Calì? Quarantenne, catanese con base a Roma, Fabio Calì si definisce un immobiliarista a cui piace la finanza. Racconta di essere stato in affari con Macri e di avere ottime relazioni in giro per il mondo. Non racconta però che cosa ha lasciato a Catania: innanzitutto un fratello, Carmelo, che fa l’avvocato ed è stato il legale del boss di Cosa nostra Nitto Santapaola; e poi un passato, un brutto passato con inchieste giudiziarie e un arresto, nel 1997, per una storia oscura di soldi e assegni spacciati ad agenzie locali del Banco di Sicilia e del Montepaschi.

A questo punto nella storia del «pacchetto» entrano anche Caltagirone e Bonsignore, ma l’eventualità è controversa. La sostengono Gianpiero Fiorani, numero uno della Popolare di Lodi, e il suo braccio destro Gianfranco Boni: dicono che quando si misero a caccia del «pacchetto argentino», si presentò a Lodi Bonsignore, mandato da Caltagirone, che fece da mediatore e disse che per acquistare quelle azioni «occorreva prevedere un passaggio per Singapore, dove sarebbe rimasta l’eventuale plusvalenza a disposizione di un soggetto che lo stesso Bonsignore si riservava di indicare».

I due, Caltagirone e Bonsignore, smentiscono indignati: anche perché se risultasse che davvero avevano a che fare con quel pacchetto, avrebbero tenuto nascosto a tutti (a Bankitalia, alla Consob...) di aver superato la soglia del 30 per cento di Bnl, raggiunta la quale bisogna dichiarare l’Opa obbligatoria. Sarebbe un reato finanziario grave, che comporterebbe anche il sequestro delle plusvalenze. Se invece hanno ragione e non sapevano niente di quel pacchetto, il mistero rimane intatto.

Come rimane da spiegare la paura messa in scena da Ricucci a proposito dei presunti massoni entrati, a suo dire, in questa faccenda. È massone, secondo le allusioni di Ricucci, Vincenzo De Bustis, il banchiere, oggi alla guida di Deutsche Bank Italia, che era a fianco di D’Alema sui palchi dei comizi elettorali delle politiche 2001 a Gallipoli. È massone, secondo rumors incontrollabili, lo stesso Giovanni Consorte, che ha già smentito vibratamente questo pettegolezzo. L’unico a rivendicare con orgoglio la sua appartenenza alle logge è un amico di Consorte (ma anche di Francesco Cossiga): Vittorio Casale. L’immobiliarista di Operae ha ammesso di aver dato una mano al presidente di Unipol portandogli alleati «del suo ambiente» per la scalata a Bnl: Marcellino Gavio, Alvaro Pascotto. Del resto, aveva un debito di riconoscenza, visto che nel 2002 Consorte gli aveva fatto rientrare con lo scudo fiscale, come fossero stati soldi suoi, un milione e mezzo di euro parcheggiati a Montecarlo. Erano tornati in Italia insieme a 46 milioni di euro di Consorte e Sacchetti, il «tesoretto delle scalate», il malloppo più misterioso di questa storia di misteri. Poi Casale aveva fatto affari (davvero poco chiari) con immobili Unipol.

Nella girandola di relazioni, rapporti, pacchetti azionari, personaggi, la storia delle tre scalate dell’estate 2005 si intreccia e si confonde. Come al solito, la definizione migliore la regala Stefano Ricucci: «Era un sistema moggiano».


 
 
 

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