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Quel che è di Cesare
e quel che è di Silvio/2

Per Previti la seconda condanna: a 5 anni, per corruzione,
nel processo Sme. Per aver fatto da intermediario
tra un giudice corrotto e il suo mandante: Silvio Berlusconi

Il 21 novembre 2003 è arrivata la seconda sentenza per Cesare Previti: condannato a 5 anni di reclusione e alla interdizione perpetua dai pubblici uffici per aver corrotto il giudice di Roma Renato Squillante. Una sentenza complessa, quella del processo Sme. Ma andiamo per ordine.

Uno.
La prima osservazione da fare, il primo commento, la vera vittoria della giustizia: si ╦ arrivati a una sentenza. Dopo due vicende processuali incredibili, di inenarrabili artifici e invenzioni dentro i processi e fuori, dopo violente campagne mediatiche (contro l'accusa, contro i giudici, contro la testimone Stefania Ariosto), dopo leggi su misura (rogatorie, falso in bilancio, legittimo sospetto, impunitř alle alte cariche), si ╦ comunque riusciti ad arrivare a due sentenze. Per tutti gli imputati tranne uno: Silvio Berlusconi. Ma il sistema giudiziario ha dimostrato di funzionare. E ha dimostrato di non essere affatto quella macchina di "guerra politica" ipotizzata dagli accusati: ha accolto le richieste dell'accusa, in questo processo, solo a metř.

Due.
Condannati gli avvocati Cesare Previti (5 anni) e Attilio Pacifico (4 anni) per il primo capo d'imputazione, per aver cioè corrotto un giudice, Renato Squillante (8 anni), tenuto stabilmente a libro paga con i soldi Fininvest passati da Previti e Pacifico. Assolti Previti, Pacifico e il giudice Filippo Verde per il secondo capo d'imputazione, quello d'avere comprato e venduto la sentenza che strappava la Sme a Carlo De Benedetti. Naturalmente dovremo attendere le motivazioni della sentenza. Qualche indicazione, però, è già fin d'ora chiara.

Tre. I giudici hanno ritenuto provato che Squillante era corrotto, pagato da Previti e Pacifico con i soldi passati dalla Fininvest. Hanno creduto, secondo quanto enumera il capo d'imputazione, a tre pagamenti (o gruppi di pagamenti):
1. quelli raccontati da Stefania Ariosto, che ha visto con i suoi occhi, negli ultimi anni Ottanta, più passaggi di denaro da Previti a Squillante;
2. il passaggio di 434 mila dollari dai conti esteri Fininvest (Ferrido) a quello di Previti (Mercier) e da questo a quello di Squillante (Rowena), tra il 6 e il 7 marzo 1991;
3. il passaggio di 1 miliardo dal conto di Pietro Barilla al conto Quasar di Pacifico, che poi distribuiva 850 milioni a Previti (conto Mercier) e 100 milioni a Squillante, tra il 26 e il 29 luglio 1988, dopo la sentenza della Cassazione che rigettava il ricorso della Buitoni sullla vendita Sme.

Quattro. I giudici non hanno ritenuto invece convincenti le prove sulla compravendita della sentenza Sme scritta dal giudice Filippo Verde. Gli arrivano dei soldi, è vero, ma in contanti. Manca l'anello Verde: non c'è la prova evidente che quelli sono i soldi usciti dai conti Fininvest e passati da quelli di Previti e Pacifico. La "prova logica" (che pure ogni giorno fa condannare tanti poveri cristi) qui non è stata ritenuta sufficiente.

Cinque. Berlusconi se l'è cavata, dunque? Merita la "medaglia" per aver fatto risparmiare soldi allo Stato? No. Berlusconi è riconosciuto all'origine di almeno due dei tre pagamenti: quello dei 434 mila dollari del 1991 e quello dei 100 milioni del 1988. Se Previti è l'intermediario, Berlusconi è il mandante: suoi sono gli interessi da proteggere con la corruzione, suoi sono i soldi usati per corrompere. E poi il terzo versamento riconosciuto lascia aperto uno spiraglio anche sulla vicenda Sme: quei 100 milioni a Squillante, nel 1988, arrivano da Barilla, socio di Berlusconi nella società Iar, in corsa per la Sme. È insomma ragionevole pensare che se Berlusconi fosse rimasto nel processo, sarebbe stato condannato.

Sei. Fin qui il processo. E la politica? Non ha imparato nulla da questa vicenda. I "giustizialisti dell'impunità" continuano a esibire le sentenze (quando sono d'assoluzione) come fossero medaglie. Andreotti è beatificato. Mannino è un santo. Berlusconi è un perseguitato. Se la politica italiana fosse più autonoma dal dispositivo delle sentenze e guardasse ai fatti (anche a quelli accertati nelle motivazioni delle sentenze), scoprirebbe che l'"assolto" Andreotti ha incontrato boss mafiosi e discusso con loro sulla morte di un compagno di partito; che l'innocente Mannino s'incontrava con i boss di Cosa nostra; che il "perseguitato" Berlusconi forniva i soldi necessari a comprare i giudici di Roma. In un Paese normale sarebbe sufficiente per tenerli fuori dalla vita pubblica. Anche senza alcun dispositivo con la paroletta "colpevole". In Italia, non ancora.

21 novembre 2003


Vedi anche:
Quel che è di Cesare e quel che è di Silvio/1




 
 
 

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